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14/12/2005 13:23 - AI PHOENIX "The Driver is Dead"
I paesaggi tenebrosi e glaciali ...
AI PHOENIX "The Driver is Dead" I paesaggi tenebrosi e glaciali del Nord Europa continuano ad essere testimoni di tristissime, inattese, meravigliose realtà musicali. Dopo la Scozia e l'Islanda, che nell'ultimo anno ci hanno letteralmente sommerso con una serie di dischi accomunati da un mood profondamente malinconico ma assai emozionante, adesso è ora di rivolgere lo sguardo alla Norvegia. Già baciata dal successo dei Motorpsycho e appena tornata all'onore delle cronache con i quotati Kings of Convenience, la Terra dei Vichinghi cala altri due assi nella manica con questa coppia di uscite della Racing Junior, nuova etichetta con sede nella gelida Bergen. Giunti al secondo album (il primo, "Film", è reperibile solo in patria), gli Ai Phoenix non smentiscono una propensione endemica per tonalità meste e crepuscolari. Voce femminile molto suggestiva, profluvio di archi, fisarmoniche e chitarre, brani lentissimi intrisi di tristezza fino all'osso. Com'è facile intuire, siamo dalle parti dello slowcore più folleggiante, non distante da realtà d'oltreoceano che si chiamano Low, Yo La Tengo, Sodastream. Questa volta, però, al consueto menù "depresso e autunnale" epico di tanti colleghi ben più titolati si aggiunge una capacità di emozionare che si sviluppa grazie a una scrittura elegante e a un andamento quasi "fiabesco" che seduce l'ascoltatore dalla prima all'ultima nota. Le canzoni di "The Driver is Dead" sembrano il corrispettivo sonoro delle luci bluastre del Sole a Mezzanotte, delle epifanie immense e burrascose di Capo Nord, del quieto tepore di una baita tra distese innevate. Non è banale "folklorismo", piuttosto è la musica che pian piano trascolora in sentimento: ascoltate, magari in sotitudine e a luci rigorosamente spente, canzoni come "Wishinglot", "If You Ever Saw Her Name", "Hei, the Driver's Dead, We Cry" e sarete cullati dalle onde invisibili dell'immaginazione, fino a raggiungere quella dimensione catartica che solo i grandi dischi riescono ad evocare.
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14/12/2005 13:23 - GOOD RIDDANCE
Operation Phoenix
"Con tutta la tecnologia in nostro possesso, abbiamo ...
GOOD RIDDANCE Operation Phoenix "Con tutta la tecnologia in nostro possesso, abbiamo raggiunto le più grandi mete. Abbiamo imparato a volare come uccelli e nuotare come pesci, ma ancora non possiamo coesistere pacificamente come fratelli". L'introduzione di "Operation Phoenix", il nuovo disco dei Good Riddance, è affidata niente meno che a Martin Luther King. Uno skit che vuol far intendere all'ascoltatore che oltre ad un micidiale concentrato di hardcore, esiste anche un messaggio importante. Quello di dare risalto alle liriche (politicamente sempre molto impegnate), è sempre stato uno degli obiettivi principali di Sean, che con il nuovo Lp marchiato Fat Wreck, da un'incisiva svolta al suono del suo gruppo. Da principio i Good Riddance potevano sembrare dei noiosi cloni dei NOFX, ma cammin facendo il giocattolo è diventato più complesso (credetemi: è meglio così). Ora è perfetto: le canzoni dell'album sono tutte ad hoc, veloci ed incazzate, tanto da accostarsi persino a dei miti come Minor Threat e Black Flag: il meglio della Washington DC hardcore anni '80. Alla fine del disco c'è una traccia fantasma, il cui ascolto ha provocato nel sottoscritto un momento di commozione non indifferente. Spero non siate come alcuni loro fans americani che ancora adesso non hanno riconosciuto "My War" dei Black Flag. Bravi Good Riddance.
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14/12/2005 13:23 - MOUNT FLORIDA Arrived Phoenix
Parte come ennesima mungitura della vacca Autechre-Aphex ...
MOUNT FLORIDA Arrived Phoenix Parte come ennesima mungitura della vacca Autechre-Aphex Twin-ToRococoRot & Co: ritmi scheletrici e meccanici, tocchi di piano sdindolamenti gentilmente rumoristici, un po' di dub, una voce femminile che miagola un amplesso di violino stiracchiato per dare un tooco di eleganza (altri, più originali, ci mettono una tromba, altri ancora un saxettino). Poi arriva un terribile pezzo cantato in stile vecchia new wave (paiono i Neon...) un altro che va crescendo in forma darkish, qualche chitarrozza, synth come se piovesse. Oltre un'ora.
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14/12/2005 13:23 - PHOENIX
Non c'è niente di più spiazzante che vedere completamente ribaltati ...
PHOENIX Non c'è niente di più spiazzante che vedere completamente ribaltati certi luoghi comuni. Basta dire «gruppo francese» e per molti il termine è subito associato ai ritmi dell'house transalpina, ai tappeti sonori del moog e a non molto altro. Ebbene, i Phoenix sono un gruppo francese. Hanno al loro attivo anche un brano disco, intitolato Heatwave, che è stato inserito nella compilation Source Rocks del 1999. Ma il loro album di debutto, United, non assomiglia a niente del genere, né a qualsiasi altro «gruppo francese» già sentito. Va chiarito che al quartetto di Parigi piace la "club music", ma anche Serge Gainsbourg e gli AC/DC, il country & western e il blues. Amano Michael Jackson ed Ennio Morricone, il sax del free jazz e Gil Scott-Heron. E più d'ogni altra cosa amano le belle canzoni. Canzoni come Too Young, interpretazione in chiave funky della classica "road music" americana, con l'intervento di un "synth" ispirato alla mitica Jump dei Van Halen. Come la fascinosa Honeymoon, ballata crepuscolare mossa da una leggera pulsazione R&B, o come On Fire, che abbina ritmiche africane al suono del clavinet (discendente funky del clavicembalo) e che riecheggia il brano di Iggy Pop e James Williamson Kill City (se fosse stato registrato da Barry White nel 1974). «Siamo tutti figli degli anni Ottanta,» spiega Laurent «Branco» Brancowitz. «Abbiamo voluto riprendere i suoni incandescenti dei vecchi dischi americani e aggiugervi il gusto contemporaneo delle produzioni hip hop e house». La storia dei Phoenix ha inizio nel 1991. Thomas Mars (voce), Deck D'Arcy (basso) e Christian Mazzalai (chitarre) suonavano in una garage band e, molto appropriatamente, provavano nel garage di Thomas, alla periferia di Parigi. In quel periodo il fratello maggiore di Christian Branco faceva parte dei Darlin', gruppo indipendente di breve durata. Quando quell'esperienza ha termine, nel 1995, Branco entra nei Phoenix affiancando il fratello alla chitarra. Seguono numerosi concerti nel circuito dei bar, con un repertorio fatto solo di cover di Hank Williams e Prince; il pubblico è abbastanza ubriaco da apprezzare una proposta così eterogenea. Nel 1997 si battezzano Phoenix e stampano 500 singoli per la loro etichetta Ghettoblaster. Con un lato A di stile punk rock (Party Time, poi riadattato per United) e uno scoppiettante lato B di genere kraut rock, il singolo dà un'idea dell'eclettismo che caratterizzerà il gruppo. L'etichetta parigina Source si mette subito sulle loro tracce. Il passo successivo è una partecipazione alla compilation Source Rocks con Heatwave. Il brano ha un tiro notevole, ma non del genere che ci si aspettava. «Alla Source ci avevano detto di comporre una canzone folk, ma noi non abbiamo potuto fare a meno di produrre un pezzo di segno completamente opposto», dice Christian. «Sapevamo che l'album non sarebbe stato di quel genere». Registrato nell'arco di due mesi, United è un disco realizzato in famiglia. Si prenda ad esempio Funky Squaredance, epico tema in tre parti che inizia con una malinconica melodia country per poi esplodere in una stralunata breakdance e concludersi con pirotecniche evoluzioni chitarristiche: in questo caso un amico di San Francisco suona le parti di chitarra in stile heavy metal e il padre, veterano del gruppo che accompagnava Serge Gainsbourg nei Settanta, suona la pedal steel. Nel brano compare anche la mamma di Deck, insieme al resto del coro in cui canta abitualmente. Restando in tema di famiglia, tutti i membri del gruppo vivono insieme nello stesso appartamento a Parigi. In comune hanno anche la collezione di dischi. «Facciamo una vita da studentelli», dice Deck. «Nella nostra musica c'è ironia», ammette Thomas. «Conosciamo le radici della musica popolare e non ci fa paura ascoltare anche cose che non si possono definire cool. Può sembrare un paradosso, ma anche nella musica brutta si può trovare qualcosa di buono. Il nostro obiettivo è trasformare tutto questo in buona musica». PHOENIX United/Virgin - Mescolano, rischiando oltre ogni limite, funk, house, electronica e pop. Ma in realtà sono pop più di ogni altra cosa, come è giusto che sia se si hanno a disposizione tante belle qualità, prima fra tutte quella di saper ascoltare la musica degli altri e di attribuirsi qualche legittima paternità. Lanciati da Jools Holland in tv, i Phoenix sono quattro parigini anglofoni che negli ultimi due anni hanno spesso accompagnato sul palco gli Air. Per il loro esordio, hanno scritto con garbo, senza però rinunciare all'energia strumentale, canzoni che rimandano agli anni Ottanta inglesi più dolci ma non per questo meno tesi (ricordate Love And Money, 16 Tambourines, Sunset Gun?). Honeymoon è cantata come se si rendesse omaggio al timbro vocale di Paddy McAloon. Il singolo (Too young) è una deliziosa dichiarazione d'intenti. Qua e là ci sono break di musiche "altre", spiritosamente avvicinate, sempre con la stramba ma lecita consapevolezza di chi sa di aver lavorato bene in giovinezza e adesso difficilmente può sbagliare. Almeno finché resta accesa la fiammella della creatività. Suoni pastosi e convincenti. Spazi da ballo eleganti. Approfondimenti emotivi, con ampio uso di tastiere in stile Thomas Dolby, degni della massima attenzione. Gli Air hanno aperto una succulenta voragine d'easy colto nel panorama francese, dominato sino a qualche tempo fa dall'insorgere di hip hop, djismo e etnicismi da banlieue. Ora c'è spazio per i Phoenix ed è possibile che anche i giovani si ritrovino davanti a Françoise Hardy senza storcere il naso. Ci domandiamo cosa sarebbe accaduto a casa nostra se una band esordiente avesse proposto un disco del genere. Cestinato?
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14/12/2005 13:23 - PHOENIX United
C'è chi, nel momento di realizzare un disco, tira ...
PHOENIX United C'è chi, nel momento di realizzare un disco, tira fuori tutto l'armamentario dei ricordi, e chi invece si chiude in un produttivo isolamento. Raramente però si era sentito un disco più dichiaratamente influenzato dalle "canzoni sentite alla radio nel corso della propria vita" di questo esordio dei Phoenix. Parigini, venticinquenni, amici degli Air (uno di loro è la voce che canta su "Playground Love") e dei Daft Punk (con i quali un altro ha suonato in una band pre-Daft Punk chiamata Darlin'), i Phoenix hanno fatto un disco (per inciso: mixato da Philippe Zdar dei Cassius) che suona 'frenchdisco' senza essere nemmeno lontanamente un disco "dance", e lascia con la sensazione come di un qualcosa senza-tempo che però al tempo stesso provenga da qualunque epoca. Come un abito di Ralph Lauren, o l'ultima campagna pubblicitaria di Prada. C'è di tutto, ma non vi verrà in mente un singolo nome esistente a cui paragonarli - tranne forse i Prefab Sprout, ma solo per i più 'anorak', e limitatamente al supersingolo "Too Young" (di cui circola anche uno strepitoso remix "neworderiano" di Le Night Club). Semplici e geniali. In una parola, "pop".
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14/12/2005 13:23 - CARY HUDSON The Phoenix
Quando, immediatamente dopo l'uscita di "Tales Of ...
CARY HUDSON The Phoenix Quando, immediatamente dopo l'uscita di "Tales Of A Traveler" (1999), Cary Hudson e Laurie Stirratt divorziarono, la storia dei Blue Mountain sembrò essere arrivata al capolinea. I due, invece, decisero di andare avanti comunque e pubblicarono un ottimo album di traditionals rivisitati, "Roots" (2001). Evidentemente, però, la convivenza "musicale" si rivelò più problematica di quanto avessero immaginato, e dunque ognuno per la propria strada. Quella di Cary Hudson riporta all'idea di un rock americano classico, essenziale. "The Phoenix", infatti, suona diretto, urgente e potrebbe appartenere alla prima metà del '70 perché è ruvido, caldo, costantemente legato ai nomi che hanno reso leggendaria quell'epoca. Chitarra-basso-batteria, sparsi rintocchi di piano, hammond e pedal steel, una voce rotonda e nasale, una manciata di canzoni che non temono di scoprire le proprie carte. Immediatamente evidente è il debito pagato all'epopea southern-rock: l'iniziale "High Heel Sneakers" è uno swamp sporco, tagliato da una slide assassina che non avrebbe sfigurato su "Second Helping" degli Skynyrd, "Bend With The Wind" è un boogie implacabile e febbricitante mentre "Mad, Bad & Dangerous" sembra suonata dall'incarnazione più spiritata dei Creedence e la rilettura di "God Don't Ever Change" di Blind Willie Johnson potrebbe provenire dalle sessions di "Naturally" di J.J.Cale. Altrove emerge il lato più crepuscolare e malinconico di Hudson, nella title-track, ballata country che pare uscita dal debutto omonimo di Kris Kristofferson o nelle fluttuazioni sognanti e aeree di "Butterfly". Riferimenti alti, dunque, che significherebbero ben poco senza il talento di chi li fa propri. E Cary Hudson ne ha da vendere. Un'ottima ri-partenza che nella versione europea può contare sull'apporto di tre tracce aggiuntive, notevoli come tutto ciò che le ha precedute.
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14/12/2005 13:23 - CARY HUDSON The Phoenix
Quando, immediatamente dopo l'uscita di "Tales Of ...
CARY HUDSON The Phoenix Quando, immediatamente dopo l'uscita di "Tales Of A Traveler" (1999), Cary Hudson e Laurie Stirratt divorziarono, la storia dei Blue Mountain sembrò essere arrivata al capolinea. I due, invece, decisero di andare avanti comunque e pubblicarono un ottimo album di traditionals rivisitati, "Roots" (2001). Evidentemente, però, la convivenza "musicale" si rivelò più problematica di quanto avessero immaginato, e dunque ognuno per la propria strada. Quella di Cary Hudson riporta all'idea di un rock americano classico, essenziale. "The Phoenix", infatti, suona diretto, urgente e potrebbe appartenere alla prima metà del '70 perché è ruvido, caldo, costantemente legato ai nomi che hanno reso leggendaria quell'epoca. Chitarra-basso-batteria, sparsi rintocchi di piano, hammond e pedal steel, una voce rotonda e nasale, una manciata di canzoni che non temono di scoprire le proprie carte. Immediatamente evidente è il debito pagato all'epopea southern-rock: l'iniziale "High Heel Sneakers" è uno swamp sporco, tagliato da una slide assassina che non avrebbe sfigurato su "Second Helping" degli Skynyrd, "Bend With The Wind" è un boogie implacabile e febbricitante mentre "Mad, Bad & Dangerous" sembra suonata dall'incarnazione più spiritata dei Creedence e la rilettura di "God Don't Ever Change" di Blind Willie Johnson potrebbe provenire dalle sessions di "Naturally" di J.J.Cale. Altrove emerge il lato più crepuscolare e malinconico di Hudson, nella title-track, ballata country che pare uscita dal debutto omonimo di Kris Kristofferson o nelle fluttuazioni sognanti e aeree di "Butterfly". Riferimenti alti, dunque, che significherebbero ben poco senza il talento di chi li fa propri. E Cary Hudson ne ha da vendere. Un'ottima ri-partenza che nella versione europea può contare sull'apporto di tre tracce aggiuntive, notevoli come tutto ciò che le ha precedute.














































































































































































































































































































































































































































































