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14/12/2005 13:23 - PAVEMENT
Wowee Zowee (Big Cat)
Ed i Pavement sono giunti al traguardo ...
PAVEMENT Wowee Zowee (Big Cat) Ed i Pavement sono giunti al traguardo del terzo lp, se si esclude la raccolta di rarità "Westing: By Musket And Sextant", il disco che dovrebbe, secondo una convinzione piuttosto diffusa, saggiare la maturità di un gruppo e definirne lo status. Bisogna dire che dopo cinque anni di attività i Pavement di oggi sembrano assai più professionali di quella accolita di junkies slackers ed ubriaconi che aveva rivitalizzato il mondo dell'indie pop con meraviglie quali "Box Elder" e "Trigger Cut". In questi quattro anni ai Pavement ne sono successe di cose: hanno perso quel mattacchione di Gary Young durante il solito tour mondiale, uno dei loro brani è stato inserito nella colonna sonora di uno dei film più belli dell'anno scorso ("Amateur" di Hal Hartley) e nel loro suono si è lentamente fatta strada una tendenza a riscoprire sonorità piuttosto old fashioned come dimostrano diversi brani del loro secondo album ("Range Life" su tutti). "Wowee Zowee" ci presenta dei Pavement assai meno schizofrenici del solito, una band che preferisce atmosfere malinconiche e soffuse alle esplosioni chitarristiche che ne caratterizzavano gli esordi. Molte chitarre acustiche e in alcuni brani di "Wowee Zowee" compaiono addirittura slide Guitar e Pianoforte ("Father To A Sister Of Thought", "Extradition", "Pueblo"). Tracce della vecchia follia alla Fall si fanno strada solo in un paio di brani ("Serpentine Pad" "Flux = Rad "). A tratti sembra di trovarsi di fronte ad una jam tra un gruppo rock blues degli anni settanta (Half A Canyon) e una anorak pop band dei primi anni ottanta(Best Friends Arm) e più di un episodio sembra uscito dai solchi di "Starlite Walker" il primo e finora unico disco dei Silver Jews, progetto collaterale ai Pavement che vedeva la band impegnata a fianco del singer/ songwriter David Berman. "Wowee Zowee " sicuramente privilegia il talento compositivo di Steve Malkmus rispettando quasi sempre la forma della classica canzone pop-rock più che esaltare le caratteristiche anarchiche e decostruzioniste del suono Pavement. I Pavement di "Wowee Zowee" suonano rispetto alle loro prime prove come i Velvet del terzo lp suonavano rispetto a quelli della Banana, cioè come un gruppo che aveva perso la propria poliedricità per privilegiare un aspetto particolare del proprio sound. Tutto sommato poco male: nel terzo album del gruppo di Lou Reed e Johm Cale c'erano "Pale Blue Eyes" e~"What Goes On" e qui ci sono "Fight This Generation", la meravigliosa "Kennel Distriet", "Rattled By The Rush", la già citata "Half A Canyon " che valgono l'acauisto di auesto cd.
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14/12/2005 13:23 - Pavement
Brighten The Corners (Matador)
Con Brighten The Corners i Pavement si ...
Pavement Brighten The Corners (Matador) Con Brighten The Corners i Pavement si guadagnano la palma d'oro per la miglior band indie-rock. E meritatamente. Ironico, con testi intelligenti giocati su diverse associazioni di significato, questo disco rappresenta in maniera indiscussa i sentimenti dell'aldiqua di una cultura, quella occidentale, affrancata dal cinismo degli anni '80, ma succube di una paura apocalittica, di quelle che sa ben descrivere Thomas Pynchon. Cosa scelgono allora Malkmus e soci? Il disincanto, ovviamente. E lo fanno con quell'entusiasmo adolescenziale che rende Brighten The Corners un album perfetto. Un chiaro merito va alla registrazione di Mitch Easter, colui che diede il tocco magico alle sovrapposizioni vocali di Murmur dei R.E.M. Anche in Brighten The Corners il lavoro sulle voci è stato sapientemente curato. Il cantato di Malkmus e il basso di Mark Ibold interagiscono più a fondo che sui precedenti lavori. Non a caso i Pavement occupano uno spazio sonoro dissonante che in Slanted & Enchanted e in Crooked Rain Crooked Rain veniva lasciato scoperto mentre in Wowee Zowee veniva colmato da una forma pop più classica, a tratti tendente al country. Uno spazio eccitante sull'orlo della perdita di controllo. L'album si apre con il contagioso anthem di Stereo, giusto propellente per lanciare in orbita le dodici canzoni di Brighten. Poi la band ritorna a una serie di ballate melodiche piene di romantico nonsense. Dietro l'innocenza adolescenziale di Shady Lane fa capolino l'ossessività di Transport Is Arranged, la diperazione di Old To Begin e il risentimento di Type Slowly. L'album decolla nuovamente con Embassy Row che parte come una svogliata automobile fredda in una mattina d'inverno per trasformarsi in una delirante corsa con tanto di assolo chitarristico a gradazione ascendente. Steve Malkmus e Spiral Stairs (Scott Kannenberg) tessono al contempo invitanti melodie ed esplosivi feedback fondendo la linea classica del rock con le frustrazioni della gioventù slacker. Le trame chitarristiche sono davvero pregevoli, spigolose come quelle di Moore e Ranaldo e colorate di tinte psichedeliche alla Grateful Dead. Brighten The Corners è quel tipo di disco che unisce spontaneità e coesione senza ridondanze e autocompiacimenti. tutto è al posto giusto.
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14/12/2005 13:23 - PAVEMENT
"Terror Twilight"
A far tacere le ripetute voci che li davano ...
PAVEMENT "Terror Twilight" A far tacere le ripetute voci che li davano in ritirata dalle scene, esce il quinto album dei Pavement (il sesto se includiamo nel computo il doppio 'patchwork album' del '93 "Westing"). Registrato tra New York e Londra con la produzione 'vera' di Nigel Godrich (è la prima volta che Malkmus e compagni consentono a un produttore esterno di esercitare pienamente il proprio ruolo), "Terror Twilight", oltre a rassicurarci sulla non estinzione del gruppo americano ne celebra egregiamente il decimo anno di vita. Riprendendo quel discorso di 'normalizzazione' pop che, complice Mitch Easter, era stato avviato con il precedente album "Brighten The Corners" (1997), i Pavement ci regalano una dozzina di nuove canzoni dall'impatto emotivo, se possibile, ancor più immediato. L'intervento 'detergente' di Godrich (più simile a quello da lui operato in "Mutations" di Beck che in "Ok Computer" dei Radiohead), sommato a una precisa volontà del gruppo, ha reso la loro musica, 'levigata', romantica ed accessibile come mai prima d'ora. Non si spaventino gli aficionados del gruppo: il talento, lo stile, l'impronta lo-fi dei Pavement restano ancora intatti e riconoscibilissimi. Nuovi sono essenzialmente l'abito, il colore, la grana delle canzoni. E' come se tutto l'album fosse attraversato da una luce inedita, aliena, lo stesso genere di luce che si può scorgere nell'ultimo capolavoro di Mercury Rev o, a tratti, nel bellissimo "Good Morning Spider" degli Sparklehorse. E' una luce che odora di psichedelia dolce, una luce 'lunatica' che, in una buona manciata di episodi, evoca scenari crepuscolari, e in altri, invece, abbaglia e surriscalda come un sole in piena estate. Ecco così che a momenti di grande rock al 'rallentatore' (l'elegante singolo "Spit On A Stranger", la soffusa e stramba, alla maniera dei Gomez, "You Are The Light", i diamanti "Major Leagues" e "Ann Don't You Cry", quest'ultima con la voce di Malkmus che sfoggia i toni vellutati del miglior Steven Kilbey, e la superba e già nota "The Hexx", trafitta da un assolo di chitarra che pare trafugato a David Gilmour), si alternano divagazioni country (la bella "Folk Jam", 'bluegrasseggiante' alla maniera del Beck 'mutante'), una deragliante incursione in territorio rock-blues (la stralunata "Platform Blues", con Greenwood dei Radiohead ospite all'armonica), un omaggio al rock dei primi seventies ("Speak See Remember", bowiana alla maniera di "Kooks" + "The Jean Genie") ed ancora, stravaganti esercizi di pop psicotico ("Cream Of Gold" e la zappiana "Billy The Saint"); fino ad arrivare al gran finale, in occasione del quale i Pavement ci regalano esercizi vocali irresistibili, sulle note di un beat traboccante sense of humour (la scanzonata "And Carrot Rope", scelta dagli inglesi come "Summer Cracker Single"). Ancora una volta sono le intuizioni melodiche a lasciare incantati. Intuizioni sempre brillanti, originali, sebbene oggi, piegate alle traiettorie, senza dubbio meno aspre, di un pop più corrivo ma non per questo avaro di quei guizzi geniali che solo i fuoriclasse sanno inventarsi.
















































































































































































