MULETA
Presentato da:
BLACK NUTRIA independent label Via don I. Sbalchiero, 16 36023 Longare (VI) - Italy info@blacknutria.com www.blacknutria.com www.myspace.com/blacknutria
MULETA – La Nausea
(Psicolabel/Muleta Dischi/Black Nutria) 2011
Pop Punk, Pop Rock
Giorgio Canali, vecchio grande della scena Punk Italiana, ex chitarrista dei CCCP, dal 1998 con GiorgioCanali&RossoFuoco, autore lo scorso anno del tanto bistrattato, non necessariamente a torto, Rojo, stavolta ha deciso di farci aggredire dai suoi scagnozzi, i Muleta. Lui ci mette il nome, la fiducia, l'esperienza; lui registra, filtra, produce. Il resto, la parte più difficile, la fanno loro. Enrico Teno Cappozzo, Giulio Pastorello e Davide Scapin. Chitarra/voce, batteria, chitarra. Loro ci mettono la cattiveria, i pugni, il sangue e l'anima. Noi ci mettiamo la speranza. A Carmine.
Carmine apre l'album con un'energia unica, un riff di chitarra degno dei Cure e la batteria che lotta e grida come un toro infilzato da drappi di flanella rossa e chiuso in una gabbia di cristallo, in preda ad una crisi visionaria. Nel giro di due minuti, tutto sembra esplodere, sotto il paesaggio degli ottanta che tramontano e i novanta che sorgono in una ritmica illusione.I Muleta nascono nel 2010 e prima dell'Ep (Ep, sì, anche se di otto pezzi) di cui parliamo, si sono fatti il culo in giro per l'Italia, con quegli altri tipi poco raccomandabili che chiamano Zen Circus, con Lombroso e con i grandi Ulan Bator. Si sono fatti il culo per un anno. È poco? Ehi, io non direi.
Ehi inizia in una nebbia di feedback e chitarra, in perfetto stile Shoegaze, che si dilegua al soffio leggero della voce di Cappozzo. Tutto sembra inutile, ci racconta la sua voce. Solo a quel punto entra in scena l'armonica, per pochi secondi, senza alcuna necessità. Probabilmente non è inutile. E risate isteriche chiudono il pezzo, come se tutto fosse solo un pensiero fugace, come se tutto quello che è reale fosse solo la tua solitudine, come se tutto dovesse scomparire per sempre tra un attimo. In rete ho letto della musica dei Muleta come Punk. Lasciate stare. Non è Punk; sarebbe scorretto e forse anche riduttivo parlare di Punk. Ascoltate e ditemi cosa vi sembra. È Punk? No, vero? I Ramones sono Punk. I CCCP erano Punk, a modo loro. Qui abbiamo altro tra le mani. Ok, punk poppeggiante. Pop punkeggiante. Musica galleggiante. Nessun rigurgito del passato. Non ho la nausea, se non vi dispiace.
Ricordate l'armonica di prima? Eccola di nuovo ad aprire La Nausea, in un breve omaggio (tutti ci finiscono prima o poi tra le sue braccia), non so quanto voluto e comunque senza alcun eccesso di reverenza, a Neil Young. La ballata dura poco meno di due minuti e mezzo. A tratti sembra di ascoltare Vasco Brondi. Ma solo per un secondo, un attimo che non lascia neanche il segno. Le luci sono tutte per la band. Avranno vita facile i Muleta, potreste pensare. Suonano già con nomi importanti, sotto l'ombra protettrice di Giorgio Canali. Invece No. Non avranno vita facile i Muleta. Cantano in italiano in Italia. Meglio cosi. Il successo potrebbe essere più gustoso.
Con Invece No, la strada prende una piega diversa. Si va in discesa, in picchiata, tra Noise accennato, distorsioni Dream, pause Psych-Rock, la voce urla e ci accusa rabbiosa, sfrenata, senza banalità anche se chitarra e ritmi finiscono sempre per ricalcare qualcosa già ascoltata. Tre Allegri Ragazzi Morti e rumorosi più del solito, Marta sui Tubi che dà di matto, salta e martella come una pazza. C'è vita in questo bordello di emozioni. Una strana scelta hanno fatto i tre. Punk Tascabile che in fondo Punk non è. Musica che quasi mai è sparata a mille. Eppure pezzi brevi, brevissimi. Due giri sul posto, come torero e via, un'altra corrida. Niente perdite di tempo, niente ripetizioni inutili, niente ritornelli ossessivi. Il disco è una corsa senza fiato.
Senza Fiato, ricalca alla perfezione le parole del titolo. Una pausa, breve come tutto il resto. Note appena accennate, come un respiro. Come parole alla fine di una lunga corsa. Ripreso fiato? Si riparte. Forse comincio a capire il Punk Tascabile. Non è la musica il punto. Il Punk inteso a livello concettuale. Velocità, ritmo, rabbia, giovinezza, tutto e subito. La musica è la parte più importante. Ma ora conta poco, capisci. E poi, chi è Dino
Dino è il pezzo numero sei. Siamo ad un passo dalla fine. Il brano è la pecca più grande dell'Ep. Affonda in un apparente intimità che non fa altro che ricalcare il più classico dei cliché Pop-Rock. Testo emozionale, ritornello finto triste, assolo di chitarra “tanto per far sentire che so suonare”. Potrebbe averlo scritto Gianluca Grignani questo pezzo. Non avrei potuto dire nulla di più. Certo sarà dura vendere dischi, scrivere canzoni, reggere concerti, se si prende la strada della Short Music. Dura non ripetersi, nei ritornelli, nei giri di chitarra, nella ritmica. Sarà dura ma non impossibile. C'eravate al primo live dei Ramones? Niente è impossibile.
Niente torna a dare carica alla musica dei Muleta. Testo (che non vi anticipo) sempre a metà tra l'arrabbiato e il disilluso. Intanto ascolto, non penso niente e cresco un pò. Il disco dei Muleta è quasi alla conclusione. Bello o non bello. Difficile dirlo. D'idee veramente innovative ce ne sono poche eppure il sound non echeggia banale nelle orecchie. Forse i brani avrebbero potuto essere più lunghi tanto per darci il tempo di amarli. O forse la cosa li avrebbe resi solo più simili agli altri. Veramente difficile giudicare le potenzialità della band da quest' Ep. Che dite, ci fidiamo dell'Ex CCCP? Ci fidiamo di noi? Mi fido di me! Di sicuro non marcirà con i vermi. L'album è alla fine. Ultimo brano.
Con i Vermi. Bellissima anche se molto lontana da quanto ascoltato fino ad ora. Una chitarra echeggia in un effetto che sembra provenire dalla mongolia dei CSI. La mano Di Canali, omaggio o semplice assonanza? Indovinate. C'è un Kamikaze pieno di rabbia che si schianta dal cielo. La voce sembra cantare speranza, canta invece della nostra fine, dei nostri inferni, della nostra morte, del nostro amore, delle nostre paure, della nostra rabbia, parla di tutto e sembra parlare di niente. Il pezzo è lungo oltre i quattro minuti ma nel suo evidente ripetersi c'è qualcosa d'ipnotico. Nel finale la voce di Cappozzo, si fa sempre più carica di lacrime, fino alla chiusa con tutta la sua crudele verità e presa di coscienza. Mentre le chitarre continuano a cullarci nella speranza di farci assopire mentre tutto il mondo intorno sprofonda. Finito.
Venti minuti e quarantacinque secondi di testi vibranti, di Rock acustico ed elettrico, agitato, smanioso, fatto di coca fino ai piedi, di pulsanti rullate nere, di giri di basso e armonica di un'ospite che è un padre che gioca, insegna, ama e spera. Parole evocanti catastrofi emozionali, ci accompagnano per poco più di venti minuti. Album tanto spiazzante quanto poco originale. Non molta tecnica strumentale e vocale. Eppure c'è qualcosa di bello dentro. Citando Ferretti, “quello che conta non è la musica ma l' anima di chi suona”. In parte è vero. L' anima è uno spettro errante, presente ed ebbro che vaga tra le tracce del disco. Certo, un pò di qualità in più aiuterebbe a liberare la creatività, soprattutto in chiave live. Vedremo l' evoluzione del trio nei prossimi anni. Speriamo ancora in giro per l'Italia. www.facebook.com/muleta2011