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14/12/2005 13:23 - GARY NUMAN “Exile”
Non so se Gary Numan sia un sostenitore ...
GARY NUMAN “Exile” Non so se Gary Numan sia un sostenitore della teoria sulla devoluzione che non ha niente a che fare con l'atto del devolvere ma che è una sorta di meccanismo spaziotemporale rovesciato enunciato in modo più o meno convincente da quei mattacchioni dei Devo. Fatto certo è però che col passare degli anni, la maturità artistica del nostro ha agito sulle sue cellule bioniche in virtù di un processo morfologico umanizzante che lo ha progressivamente liberato dalla seppur suggestiva componente androide, quella significativa combinazione uomo-macchina che, in lussureggianti tute spaziali, cantava “Are Friends Electric?” e “Cars” ('79), pietre miliari del rock cibernetico che ha fatto scuola aprendo le strade a fulgidi adepti quali Human League, Simple Minds, Depeche Mode e OMD. Oggi a quasi un ventennio dall'epopea Tubway Army e tra un vaticinio e l'altro rappresentato da una serie di album-flop successivi a Telekon ('81), l'ex replicante di Londra pubblica “Exile”, il disco che ha il compito di restituirlo a nuova vita, con tanto di battito cardiaco regolare e una vena melodica degna dei migliori pop-singer romantici. Diciamo subito che gli incalliti estimatori del primo periodo avranno ben poco da sguazzare in mezzo ai nove titoli dell'albo e se proprio lo vogliono dovranno faticare un quid per trovare un minimo di residuo cromosomico originario tra le fibre di questa nuova creatura concepita a suon di miele e in posizione perfettamente supina; forse nei bei timbri vocali di Numan e in alcuni pallidi sprazzi tastieristici è possibile individuare un'ultima eco lontana di capolavori indimenticati quali “Replicas” e “The Pleasure Principle” in grado di regalare qualche fuggevole istante di poesia lunare insieme ad una piacevole sensazione di solletico sottocutaneo (The Angel War, An Alien Cure e la title-track). Tutto troppo soft e mollemente ripiegato su se stesso come un budino fuso o una palla sgonfia che non rimbalza più. “Exile” è quel che si dice un foro nell'acqua, un amplesso che non decolla, una sbornia alla camomilla per un lungo sonno senza incubi fra guanciali di panna e nuvole. Altrochè Valium.
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14/12/2005 13:23 - GARY NUMAN “Exile”
Non so se Gary Numan sia un sostenitore ...
GARY NUMAN “Exile” Non so se Gary Numan sia un sostenitore della teoria sulla devoluzione che non ha niente a che fare con l'atto del devolvere ma che è una sorta di meccanismo spaziotemporale rovesciato enunciato in modo più o meno convincente da quei mattacchioni dei Devo. Fatto certo è però che col passare degli anni, la maturità artistica del nostro ha agito sulle sue cellule bioniche in virtù di un processo morfologico umanizzante che lo ha progressivamente liberato dalla seppur suggestiva componente androide, quella significativa combinazione uomo-macchina che, in lussureggianti tute spaziali, cantava “Are Friends Electric?” e “Cars” ('79), pietre miliari del rock cibernetico che ha fatto scuola aprendo le strade a fulgidi adepti quali Human League, Simple Minds, Depeche Mode e OMD. Oggi a quasi un ventennio dall'epopea Tubway Army e tra un vaticinio e l'altro rappresentato da una serie di album-flop successivi a Telekon ('81), l'ex replicante di Londra pubblica “Exile”, il disco che ha il compito di restituirlo a nuova vita, con tanto di battito cardiaco regolare e una vena melodica degna dei migliori pop-singer romantici. Diciamo subito che gli incalliti estimatori del primo periodo avranno ben poco da sguazzare in mezzo ai nove titoli dell'albo e se proprio lo vogliono dovranno faticare un quid per trovare un minimo di residuo cromosomico originario tra le fibre di questa nuova creatura concepita a suon di miele e in posizione perfettamente supina; forse nei bei timbri vocali di Numan e in alcuni pallidi sprazzi tastieristici è possibile individuare un'ultima eco lontana di capolavori indimenticati quali “Replicas” e “The Pleasure Principle” in grado di regalare qualche fuggevole istante di poesia lunare insieme ad una piacevole sensazione di solletico sottocutaneo (The Angel War, An Alien Cure e la title-track). Tutto troppo soft e mollemente ripiegato su se stesso come un budino fuso o una palla sgonfia che non rimbalza più. “Exile” è quel che si dice un foro nell'acqua, un amplesso che non decolla, una sbornia alla camomilla per un lungo sonno senza incubi fra guanciali di panna e nuvole. Altrochè Valium.
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14/12/2005 13:23 - GARY NUMAN Pure
Gary Numan resta a tutti gli effetti il ...
GARY NUMAN Pure Gary Numan resta a tutti gli effetti il personaggio chiave della wave elettronica anni '80, divenuto a posteriori pioniere non solo dell'ombroso dark rock (chissà quanto attinsero i Joy Division da un brano come We Are So Fragile!!), ma anche della scena gotica-industriale contemporanea. Non è un caso infatti che a riesumare la salma dello storico alieno di Replicas siano stati personaggi del calibro di Trent Reznor, Marilyn Manson (con il quale ha duettato in quel di Los Angeles sulle ambigue modulazioni di Down In The Park) e Fear Factory (responsabili di un intenso remake della leggendaria Cars). Saranno stati anche questi i motivi che hanno spinto Numan a rielaborare le sue fosche ambientazioni elettroniche, ma il merito in fin dei conti va essenzialmente al suo genio artistico. Il '97 è stato in quest'ottica l'anno di grazia per Numan, grazie alla rifinitura barocca ed industriale del precedente Exile e Pure, il nuovo episodio di questa rinnovata dimensione artistica, accentua le intelaiature industriali nella prospettiva urgente e psicotica dell'immaginario NiNiano. Pure, My Jesus, Listen To My Voice, sono gioielli che sposano con notevole classe l'originario charme androgino del sinfonismo numaniano alla metallica e furiosa espiazione reznoriana. Il padre, una volta tanto, si è rigenerato dai propri figli.













































































































































































