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14/12/2005 13:23 - TOM WAITS "Beautiful Maladies
Vorremmo avere 18 anni e le orecchie ...
TOM WAITS "Beautiful Maladies Vorremmo avere 18 anni e le orecchie vergini, e scoprire Tom Waits con questa antologia, che lui stesso ha curato e che porta un titolo molto waitsiano ("Bei Malanni"). Vorremmo avere 18 anni e aver solo sentito parlare di questo scontroso cinquantenne californiano, e delle sue ballate da depravato piano bar alle due di notte, al riparo di quel dipinto famoso di Edward Hopper e del più classico mito americano. E dopo tanti discorsi e consigli (OI' 55 degli Eagles è sua, e Jersey Girl e Downtown Train di Rod Stewart) mettere su questo cd e scoprire con un salto di gioia che le descrizioni non reggono, che tutto è più, molto di più. Si, c'è Dowmtown Train e a tratti appare l'entertainer delle leggende metropolitane, con la gola di catrame e una bottiglia di bourbon a tiro, ma il protagonista è un altro: un licantropo a cui vanno bene tutte le lune per ringhiare musica e sbranarla, un indipendente lunatico che conosce Broadway e il blues ma anche Harry Partch e il nuovo jazz dopo il free, e fa strane connessioni, e in qualche film della sua mente porta Kurt Weill "on the road" con Jack Kerouac e Jack Cassidy. Quell'immaginario 18enne va avvisato che questo è il secondo Waits, quello degli ultimi 15 anni, da Swordfishtrombones a The Black Rider e Bone Machine: il primo incideva per la Asylum ed era, almeno fino a Heartattack And Vine, come dire, un po' più compito, meno devastante.
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14/12/2005 13:23 - TOM WAITS
Il piano ha bevuto, non lui. Lui è sempre ...
TOM WAITS Il piano ha bevuto, non lui. Lui è sempre lucido, lui sa cosa fare. Lo ha sempre saputo, da quando era un giovanissimo cantautore disadattato nel giro di Frank Zappa e resisteva alle lusinghe di chi cercava di farne "uso normale"; e poi da grande sparigliò il tavolo del suo successo e mito con un album crudo, surreale fin dal titolo ("un trombone a forma di pesce spada"); e adesso, che dà un calcio alle multinazionali e alla discografia come-si-deve per coltivare la musica che gli pare nell'orticello di un'etichetta punk. Lui è Tom Waits, uno dei più grandi outsider della musica del nostro tempo, uno che ama sempre stare dall'altra parte o, come vuole il tiitolo di una canzone del nuovo disco, "On The Lowside Of The Road". Uno che si era già spiegato benissimo alla prima canzone della prima facciata del suo disco d'esordio, 0155: la voce amara, il paesaggio notturno, l'America dei camion e delle autostrade e lui, poeta maledetto con i suoi amori e le sue malinconie. Di lì un culto che nel giro di pochi anni era diventato grande ma anche troppo comodo, prevedibile: il bel perdente che le prende dalla vita ma ha il cuore ancora gonfio d'amore, il reietto che vive ai margini della società ma, come gli homeless nei film di Terry Gilliam, ha il dono della visione e della profezia, e trova un senso di questa vita in decrepiti motel, in magnaccia e prostitute, in disperate corse d'auto e uova e salsicce, mozziconi di Lucky Strike, "fegato e cuore a pezzi". Qualcuno avrebbe fatto la firma per un Tom Waits così a vita, per un Bruce Spingsteen con lo spirito di Leonard Cohen e la voce di Captain Beefheart. Non Tom Waits, che dal suo eremo californiano dove vive in santa pace con pochissimi concerti e ancora meno interviste ha deciso a un certo punto di diventare grande in un altro modo, uguale e diverso. Lo ha guidato come sempre la luna, quella luna che abita ossessivamente i suoi testi e che di volta in volta è "rotta" o "aspra" o "tutta d'oro". Seguendone il corso, Waits ha asciugato le sue impetuose e appassionate storie e le ha fatte diventare sassi aguzzi, piccole schegge di vetro: e lo stesso ha fatto con la musica, sempre più aspra, ruvida, sempre più simile a quel suo canto abbaiato e scontroso. Disco dopo disco, con tempi comodi e anche esagerati (sei anni fa il penultimo "Black Rider" e questo nuovo "Mule Variations", il primo per l'etichetta oltranzista Epitaph) Waits ha cambiato pelle alle sue canzoni che oggi non vivono più sul contrasto fra orchestre romantiche e quella voce di catrame ma sono una travolgente scia di tizzoni ardenti, una vibrante scultura da percuotere fatta di ossa e squame e pezzi di ferro. Sembra una cosa impossibile da catalogare ma a ben pensarci è solo blues, puro blues: non quello consolatorio di un B. B. King e di un Eric Clapton ma quello crudo, difficile, anche pauroso della notte dei tempi. Un blues di fango e sterpaglie, ferri vecchi e miseria nera, storie bruciate e vita sotto i ponti. Qualcuno ne sarà disturbato, molti gireranno al largo ma con Waits i patti sono questi: prendere o lasciare, e mai provare ad insegnarli la prossima mossa. Il piano ha bevuto, non lui. Lui nella sua tana fredda e sporca ci sta bene, gli sembra l'unico osservatorio credibile per questo desolato fine millennio; e come un Howlin' Wolf, come un lupo eccitato canta alla luna, che non è mai uguale e stavolta ha lasciato il segno dei suoi denti nel cielo.
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14/12/2005 13:23 - TOM WAITS Blood money
Seguendo virtualmente il percorso creativo di Tom ...
TOM WAITS Blood money Seguendo virtualmente il percorso creativo di Tom Waits, Blood money è il disco che mi sarei aspettato al posto si Mule variation, perché è qui che vanno a confluire i suoni, le ricerche, le simpatie e le soluzioni di tanti anni di musica. Questo è un signor disco, vi troviamo le visioni, le filastrocche, i rumori, tutto quel mondo dal quale abbiamo attinto per anni, concentrato in un solo album, i paradigmi della musica di Tom Waits, quelli che lo hanno aiutato e sorretto nella sua evoluzione musicale sono tutti dentro questo Blood money. Un disco che mi ha emozionato, ascoltare God's away on business è stato come ingerire un concentrato di Rain dogs, con le stesse sensazioni, la sofferenza di Another man's vine ne accomuna tante altre del passato, ma questa volta in fondo al tunnel c'è una luce, forse salvifica o forse no, una sensazione data dalla presenza di accordi pieni di un qualcosa in più, di un seme di speranza che troviamo sparso in queste 13 canzoni che raccontano lsi a disperazione, la desolazione, la sconfitta dei protagonisti ma che trovano in A good man, il brano finale, una piccola rivincita sulla società che li aveva severamente puniti! Blood Money è un lavoro amaro, duro, che non lascia niente all'immaginazione, le storie sono descritte con una narrazione cruda, quella cara a Tom Waits. Il romanzo da cui è tratto il racconto teatrale di cui questa è la colonna sonora, narra la storia vera di un soldato di nome Woyzeck vessato da una società crudele che lo tormenterà portandolo alla disperazione, ai margini della vita civile fino a compiere il terribile gesto di uccidere la propria fidanzata. Con questi presupposti ci troviamo di fronte ad un drammatico fatto reale a cui Waits ha dato connotazioni moderne perché il mondo che ha visto, incontrato e cantato è quello di una generazione di perdenti che non vincono mai ma si lasciano sconfiggere dalla vita con dignità!
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14/12/2005 13:23 - TOM WAITS Blood Money
TOM WAITS Alice
Posto che sarebbe comunque arduo ...
TOM WAITS Blood Money TOM WAITS Alice Posto che sarebbe comunque arduo affermare che Waits non abbia mai cambiato il suono dei suoi dischi, paradossalmente, è pur vero che in un certo senso non abbia mai smesso di suonare la stessa canzone. Stile, appunto. Ragionando come gli intellettuali medievali, utilizzare la distinzione aristotelica tra sostanza, ciò che è essenziale, e accidente, ciò che è superficialmente mutevole. Per essere più esatti, la sua personalità è, è stata, talmente spiccata e importante da renderlo paradigmatico: pensi a Waits e ti accorgi che in fin dei conti è lui stesso il termine di paragone, Waits si è creato i suoi antecedenti e questi poi hanno finito per combaciare con lo stesso artista. Punto. Waits cita se stesso, quindi. E cos'altro dovrebbe fare, del resto? Al di là di dischi meglio riusciti rispetto ad altri o del ventaglio, ampio, di trovate e ispirazioni messo in mostra in venti e passa anni di dischi. Questo il pistolotto, a mettere in chiaro i due nuovi dischi, nati da due opere letterarie portate in teatro più o meno di recente - l'Alice In Wonderland di Lewis Carrol per la prima volta nell'inverno del '92 mentre il Woyzeck, di Georg Buchner, poeta tedesco dell'800, cui si riferisce Blood Money, nel novembre del 2000. Musicalmente, l'impianto è sostanzialmente acustico in entrambi i casi ma Blood Money è più eterogeneo e schizofrenico, sarcastico rispetto ad Alice, che presenta invece atmosfere più intimiste, essenziali e spettrali. Particolare l'uso dello stroh-violin, uno strano violino di origine rumena, utilizzato per i balli, che fonde violino e tromba. Torch-songs e valzer, jazz, canzoni che parlano del ventre della balena, di morti e resurrezioni, d'inutilità e cinismo, di amori intensi come ossessioni e malattie, di "sangue e terra". Che si cominci con il marciare esistenziale e sinistro di Misery is the river of the world, da Blood Money, o con il composto dolore jazz di Alice, (I'll disappear in your name/But you must wait for me), non c'è nulla che sfugga, né liriche né musiche, al concetto primo di tutti i suoi dischi: "la vita esiste solo fra i denti di qualcuno".


































































































































