Live Band
Live di questa band:
Sab 30 Giu POSTEPAY ROCK IN ROMA - Roma (RM) - Italia
POSTEPAY ROCK IN ROMA IPPODROMO DELLE CAPANNELLE VIA APPIA NUOVA 1245 ROMA INFO 06/45496305 www.rockinroma.com
Presentato da:
THE BASE - THE BASE Viale Europa, 55 Roma 06/54220870 info@the-base.it www.the-base.it
Dom 01 Lug LIVE-ON - Firenze (FI) - Italia
ANFITEATRO DELLE CASCINE Parco delle Cascine Firenze INFO: 055/210804 www.anfiteatrodellecascine.it
LIVE-ON FIRENZE INFO:055/415390 055/415390 info@lenozzedifigaro.it www.lenozzedifigaro.it www.live-on.it
Presentato da:
LE NOZZE DI FIGARO - Le Nozze di Figaro via Ponte di Mezzo, 30 - Tel. 055/415390 055/415390 info@lenozzedifigaro.it www.lenozzedifigaro.it
Mar 03 Lug - Bologna (BO) - Italia
PIAZZA MAGGIORE BOLOGNA
Mer 04 Lug VILLA MANIN - Udine (UD) - Italia
VILLA MANIN PIAZZALE MANIN 10 PASSARIANO CODROIPO UD INFO:0432/821211 www.villamanin-eventi.it
Presentato da:
AZALEA - Azalea Promotion S.r.l. - 899/325226 - 0431/510393 Fax 0431.520520 - Via Gelio Cassi, 36 - 33053 Latisana (UD) - info@azalea.it - www.azalea.it
Testi in archivio:
-
14/12/2005 13:23 - RADIOHEAD
Inizialmente denominato On A Friday, il gruppo inizia la carriera ...
RADIOHEAD Inizialmente denominato On A Friday, il gruppo inizia la carriera musicale all'inizio degli anni Novanta realizzando l'EP Drill (Parlophone/EMI 1992 GB). Considerati dalla stampa come fusione di R.E.M. e Nirvana, i Radiohead hanno però un gusto decisamente pop, nonostante muri di suono creati da ben tre chitarre. Un anno dopo, Creep, diventa un hit negli Stati Uniti grazie ad un video molto programmato da MTV e all'inserimento del brano nella colonna sonora del film So Fuckin' What. Se negli Stati Uniti i Radiohead godono di un buon seguito, in Inghilterra la situazione è diversa: Creep consente ai Radiohead di costituirsi una minima fama, ma la stampa continua ad ignorarli. Pablo Honey (Parlophone/EMI 1993) è l'album di esordio contenente ben sei brani precedentemente pubblicati e diventa presto disco d'oro negli Stati Uniti. Dopo un anno di tournèe ininterrotte ( anche come supporter dei R.E.M.), Yorke e compagni pubblicano prima l'EP My Iron Lung (Parlophone/EMI 1994 GB), poi The Bends (Parlophone/EMI 1995 GB), un album che ribadisce e amplia il discorso iniziato con Pop Is Dead (Parlophone/EMI 1993 GB), ma che non risparmia paragoni tra il modo dicantare di Yorke e quello di Bono degli U2. Due anni dopo i Radiohead ormai famosissimi realizzano OK Computer (Parlophone/EMI 1997 GB). Il disco, ben accolto da critica e pubblico, unisce l'indole sperimental-pop-rock del gruppo a soluzioni sonore che in certi passaggi richiamano i Pink Floyd e la musica classica. Il gruppo è composto da Thom Yorke, Ed O'Brien, Jonny e Collin Greenwood e Phil Selway, tutti e tre compagni di studi alla Oxford University.
-
14/12/2005 13:23 - RADIOHEAD Kid A
Di loro, dei tre anni che ci separano ...
RADIOHEAD Kid A Di loro, dei tre anni che ci separano dall'ipercelebrato "Ok Computer" e della sofferta gestazione di "Kid A" si è detto di tutto. Tutto e il contrario di tutto. Si è parlato, spesso con una punta di malcelata cattiveria, di crisi creativa, qualcuno si è divertito a irridire la fragilità psicologica di Yorke, altri ancora hanno equivocato i reali motivi del lungo silenzio osservato dal gruppo e molti, infine, li hanno dipinti (e quindi attesi con impazienza) come l'unica incarnazione possibile, l'unica e la più grande, del rock moderno. La verità, come sempre, sta nel mezzo, perfettamente equidistante dalle iperboli della devozione più fanatica e le critiche distruttive dei detrattori più feroci. Si può discutere all'infinito sulla centralità e quindi sul segno lasciato da "Ok Computer" nella storia del rock di questi ultimi anni ma è innegabile che per molto tempo, troppo, non si è parlato di altro. E questo, in termini di pressione fisica e psicologica, ha avuto gli effetti che ben conosciamo su Thom Yorke e il suo timido quartetto di alleati. Per ragioni analoghe, Cobain oggi è lassù che ci guarda in silenzio. Con i Radiohead, poco ci è mancato perchè ci scappasse quantomeno lo scioglimento (a Febbraio la disgregazione della band era cosa quasi fatta). E' quindi con grande sollievo che, dopo mesi e mesi di continue speculazioni, vediamo i Radiohead approdare al quarto album della loro carriera. Il disco, è cosa ampiamente annunciata, non darà vita ad alcun singolo. Banditi anche; video promozionali così come qualsiasi intervento del gruppo volto a pubblicizzare "Kid A". Il perchè è ben illustrato in "Meeting People Is Easy", video-documentario che, stile occhio indiscreto, venne realizzato durante il world tour di "Ok Computer" e che oggi suona come un monito a quanti invidiano la bella vita delle superstar. Quel documentario, per buona parte incentrato su Yorke e la sua incompatibilità con i meccanismi del music business, rivela (e ci fa pertanto apparire più coerente se non naturale la direzione intrapresa dai Radiohead) qual è il punto di (ri)partenza da cui muove ogni passo la musica e la psicologia del nuovo album. Frutto di una tutt'altro che serena selezione (si racconta di accesi dibattiti in seno alla band per la scelta dei brani), "Kid A" (titolo mutuato da un programma per computer pensato per i bambini) dura 48 minuti e consta di 10 brani, buona parte dei quali "rivelati" al pubblico durante il recente e breve tour estivo dei Radiohead (Monza e Firenze per l'Italia). 14 sono le composizioni rimaste fuori dal disco: finiranno probabilmente nel prossimo album che la band promette di tirar fuori a breve, entro il 2001. Incentrato sul tema dell'alienazione da overdose di massmedia, "Kid A" è il frutto di un ardito processo di destrutturazione ai "danni" della più tradizionale forma-canzone. Dovendo usare una metafora, le nuove composizioni dei Radiohead sono come le macerie di un palazzo imponente raso al suolo da una bomba. Un palazzo le cui robuste fondamenta erano essenzialmente tre chitarre e una voce (e che voce!) sempre in primo piano. Adesso le chitarre non ci sono più, se non come fugaci e spettrali presenze, e in quanto alle corde vocali di Yorke bisogna fare i conti con i computer che l'hanno preso in ostaggio. Yorke, da sempre testa pensante e delirante del gruppo, è il principale artefice del mutamento. Portandosi dietro pochi scarabocchi melodici, ha trascinato la band (e il fido producer Nigel Godrich) da Parigi a Copenaghen e nel Gloucestershire, prima di tirare le somme nel private studio di Oxford. Come terapia d'urto, ha somministrato all'intera ciurma i dischi di Autechre e Aphex Twin (in pratica gli esponenti di spicco del catalogo Warp), gente che, sue testuali parole, "ha spinto la musica più avanti di chiunque altro, Radiohead compresi, che tutt'al più le hanno sinora dato solo una piccola gomitata ai fianchi". Capita così che un sanguigno chitarrista come Jonny Greenwood si ritrovi ad appendere la sua Fender al chiodo per dedicarsi all'Ondes Martenot (antesiniano del computer digitale, è lo strumento cardine nella musica del compositore francese Messiaen) e che il batterista Phil Selway saluti le sue bacchette per inventarsi programmatore. Ecco quindi spuntare dal nulla il suono immateriale, inclassificabile e 'fluttuante' di "Kid A". Le note di apertura, affidate a un piano elettrico distorto, appartengono a "Everything In Its Right Place". La canzone segue un movimento a onde e trasuda alienazione da tutti i pori: l'effetto è molto vicino a quel che ne sarebbe dei Kraftwerk se non avessero drum machine. Ci si imbatte poi nella title track: il suono è qui inscatolato e la voce di Yorke sfigurata dalle macchine (più di un pensiero vola alla signora Laurie Anderson...). "The National Anthem" invece poggia tutta su un prorompente e sporco riff di basso e si apre a divagazioni free jazz (barriti di sax e trombone) da contemplare alla voce 'cacofonia'. Diversa l'architettura di "How To Disappear", composta a Toronto durante il 'fatale' tour promozionale di "Ok Computer": è una slow ballad nel classico Radiohead-style, appena più dilatata, con chitarre (!) acustiche sullo sfondo e grandi tappeti di archi sintetici che sostengono, con enfasi melodrammatica, la voce di Yorke. "Treefingers" è pura ambient-music: Eno saprebbe dirci se adoperarla in un aeroporto o se piazzarla nel walkman di un astronauta a passeggio sulla luna. Con effetto dirompente, arriva poi "Optimistic", la canzone più 'cattiva' della raccolta: nella recente proposizione live suonava tribale come fosse stata partorita dalle corde dei Bad Seeds; ascoltata nell'album ha la forza oscura e inquietante dei compianti Joy Division. Chiudono il brano, venti secondi di intrattenimento jazz, propedeutici al piano ipnotico di "In Limbo" (titolo originario: "Lost At Sea"). Segue "Idioteque" (ancora i Kraftwerk dietro l'angolo), il cui drumbeat glaciale simula il rumore meccanico di un registratore di cassa. Yorke viene poi allo scoperto con voce nuda e vibrante in "The Morning Bell", degna erede di quella "Rabbit In Your Headlights" che ricordiamo come uno degli esperimenti più riusciti dell'album degli Unkle: notevole il lavoro sulla ritmica, magnifica la combinazione chitarre/tastiere; nel testo, un riferimento a una lettera minatoria ricevuta da Yorke (qualcuno gli ha fatto sapere che è un peccato che sia morto Jeff Buckley e non lui...). Il finale, che lascia comunque spazio a molti punti di sospensione (per la serie: non siamo che all'inizio, il bello deve ancora arrivare...), è lungo poco più di tre minuti e s'intitola "Motion Picture Soundtrack": è una preghiera per voce e organo. Ghost track è una nota di 50 secondi che riassume e stigmatizza il nuovo suono dei Radiohead. Scriveva Ingeborg Bachmann: «L'arte non conosce processi lineari, ma solo e sempre nuove impennate verticali. Soltanto i mezzi e le tecniche artistiche danno l'impressione che si tratti di progresso. In realtà quello che è possibile è solo il mutamento. E i cambiamenti che derivano da opere nuove ci educano a nuove percezioni, a nuovi sentimenti, a una nuova consapevolezza». I Radiohead probabilmente non conoscono Bachmann. Eppure, a rivedere la loro storia (da "Pablo Honey" a "KidA"), potrebbero esserne i devoti nipotini.
-
14/12/2005 13:23 - RADIOHEAD
Ok Computer (Parlophone)
“Uno dei più difficili fenomeni che Catherine e ...
RADIOHEAD Ok Computer (Parlophone) “Uno dei più difficili fenomeni che Catherine e altri rapiti devono affrontare è il flusso praticamente costante di esperienze sensoriali, specialmente lampi di luce e di colore e, anche se meno frequenti, ronzii e rumori sommessi di altro tipo. Gradatamente sono diminuite le sensazioni visive mentre hanno preso forza quelle legate all’udito. I cambiamenti neuropsichiatrici che accompagnano queste sensazioni sono sconosciuti”. John E. Mack - ‘Rapiti. Incontri con gli alieni’. Creep’è stato, nel versante lento, ciò che Smells Like Teen Spirit fu per quello veloce: la perfetta pop song degli anni Novanta. E non c’è Wonderwall che tenga. Nonostante ciò non avevo mai prestato tantissima attenzione ai Radiohead, finché ho saputo che avevano tratto il nome da una canzone dei Talking Heads (non esistono casualità, tout se tiens, dans ce fottu monde!), finché strani eventi mi hanno catapultato dentro il W.A.S.T.E., il Fan Club inglese, finché in TV non ho visto un bellissimo video a cartoni animati, dolcissimo e cruento insieme (come il mondo, fratello, come il mondo), pieno di una musica (una? almeno quattro!) di quelle che ti pigliano l’anima in pugno e te la strizzano finché casca l’ultima goccia di spirito, rassegnata e mortale, la mesta/maestosa soundtrack di un suicidio. Ti applichi il cappio al collo, perso fra la straniante melodia, poi, via lo sgabello non appena senti che il ritmo impazzisce. E scalci l’aria con gesti meccanici e furibondi per l’ultima volta, quindi la musica torna sognante, the last coming (he, he) e bye bye stronzi. Comunque: OK Computer è il nuovo, pluriosannato album dei Radiohead, che avrebbe dovuto chiamarsi Ones And Zeros da una frase presa in prestito da un libro del visionario, ectoplasmico Thomas Pynchon (palato fine, Thom), un disco non facile al primo impatto e che per primo spiazzerà forse un poco proprio i vecchi fans, abituati a melodie più dirette e levigate: il rassicurante tutto tondo del pop, U know... Un lavoro che avvolge l’ascoltatore come le spire di un pitone ad ogni tornata; tutte le canzoni, sia quelle dal costrutto più elementare come l’intensa ballata cantautorale Exit Music (For A Film) che le altre (la maggior parte), screziate di mille sapori, dal candito lisergico allo zabaione liquoroso del mélange complessivo, hanno bisogno di più passaggi per scoprire le mille piccole attenzioni sonore che nascondono. OK Computer è una sfida di per se stesso, una torre-di-Pisa musicale che sfida le leggi comuni della gravità show-biziana: una sfida al proprio pubblico, spiazzato forse dal giro di vite introspettivo; alle leggi di mercato, con la promozione coraggiosamente affidata ad un pezzo come Paranoid Android, desueto e chilometrico (oltre sei minuti) seppur coinvolgente al punto da rischiarne la dipendenza; alle classifiche, con il rigiocarsi tutto il ricco piatto già conquistato solo per il gusto di avere ancora una buona mano. Melanconia, senso dell’attesa, rarefazione e schizofrenia (sonica soprattutto) sono le caratteristiche principali di questo album, che ruba al passato per dare al futuro, che taglia i capelli al frikkettonismo randagio e lisergico per innestarlo con umanità fra microchips e campionamenti. Di più: grazie alla matura voce di Thom Yorke, alla costruzione ricercata ma nelle sue strutture portanti assolutamente essenziale dei singoli brani ed alla precisa, eterea e raffinata produzione di Nigel Godrich, il gruppo si addentra in territori già pestati restando però scevro da quella pomposità ed autocelebrazione che ne ha decretato la morte venti anni fa ad opera dei mai troppo benedetti terroristi del punk. R U ready for the next millennium? I Radiohead sì, loro che vedono oltre le fumose coltri di pessimismo dei mille predicatori catodico/gutenberghiani e lanciano IL MESSAGGIO in Fitter Happier attraverso le parole del paraplegico Stephen Hawkins, deciso a svelare il mistero dell’esistenza di Dio per mezzo della fisica quantistica. Airbag, la (ripeto) stupenda Paranoid Android, Exit Music, Karma Police, Climbing Up The Walls, The Tourist su tutte (ma quando mai un disco di musica leggera che non sia il White Album può vantare almeno sei non eccezionali ma almeno buone canzoni?) si propongono come nuove gemme della riscrittura del pop ad uso dei cyberomanticisti. I nuovi Beatles? I nuovi Pink Floyd? I nuovi U2? Un cazzo, ‘solo’ i nuovi Radiohead.
-
14/12/2005 13:23 - RADIOHEAD I Might Be Wrong
Che il famoso ambo "Kid A" ...
RADIOHEAD I Might Be Wrong Che il famoso ambo "Kid A" - "Amnesiac", parto pseudogemellare dei benemeriti Radiohead, potesse essere più che un'accidentale parentesi transitoria, lo avevamo intuito dalla fermezza con cui Yorke e compagni ne avevano costantemente preso le difese, assumendosene, quindi, la piena paternità. Lo hanno fatto attraverso i giornali, rompendo un silenzio che durava dai tempi di "Ok Computer" e, soprattutto, lo hanno fatto con gli innumerevoli concerti europei dell'ultimo anno. Non è un caso, pertanto, che il primo live album della loro storia arrivi proprio ora, paiesemente animato dall'esigenza di voler immortalare un periodo di grazia ancorchè controverso e comunque decisivo nell'evoluzione della loro carriera. Registrato in occasione dell'uttimo tour, durante le tappe di Oxford (il famoso concerto del "riítorno a casa", a South Park), Berlino, Oslo e Vaison La Romaine, in Francia, l'album eredita il titolo da una canzone di "Amnesiac", qui riproposta assieme ad altre sei tracce degli ultimi due album e a un inedito di eccellente fattura." Riproposizione" è tuttavia un termine inappropriato. Con "I Might Be Wrong", infatti, i Radiohead "rielaborano" il materiale di "Kid A" e "Amnesiac" e gli danno un corpo e una pelle nuovi, più "umani" direbbe qualcuno, perché capaci di comunicare meglio tanto la propria rabbia quanto la propria debordante desolazione. Il "live" diventa così il pretesto, l' "occasione" per rendere pubbliche certe canzoni così come sono diventate nella testa dei Radiohead nei mesi che sono seguiti alla loro release ufficiale. Gli applausi e i rumori d'ambiente che galleggiano sullo sfondo sono davvero gli unici elementi a ricordarci che siamo di fronte a un album dal vivo. Perché per il resto, animato com'è da un approccio fortemente rielaboratorio, "I Might Be Wrong" è sopratutto un'interessante appendice ai precedenti due album in studio, fornendoci un'affascinante e nuova chiave di lettura per materiali già noti. L'intervento di "rielaborazione" più lampante riguarda la temperatura: l'algore, in buona parte elettronico, a cui ci avevano abituati, cede il passo all'elettricità calda e dirompente delle chitarre (che restano tuttavia poche rispetto al passato) e, in generale, al lavoro di armamentari più convenzionali, compresa la voce di nuovo nuda di Thom Yorke. Basti ascoltare l'incipit, bollente benchè cupo, di "The National Anthem" o il nuovo e pulsante arrangiamento di "Everything In Its Right Place" per rendersene conto. Oppure "Morning Bell" in versione post-punk blues che, adesso più che mai, è capace di rievocare lo spettro dei Joy Division e, ancora, "I Might Be Wrong" e "Idioteque", incandescenti come non si sarebbe mai creduto. A dare ulteriore appeal al disco, alla fine poi, c'è anche una graditissima sorpresa: Yorke che imbraccia la chitarra acustica e fa vibrare l'ugola come sappiamo per l'inedita "True Love Waits". Il pubblico resta ammutolito. Quel pubblico che siamo anche noi che ci aspettiamo sempre di tutto ma non siamo mai preparati a niente. Men che meno alle "belle notizie".




















































































































































