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14/12/2005 13:23 - GOMEZ
Fossimo dall'altra parte dell'Atlantico, qualcuno avrebbe già scomodato retoriche da ...
GOMEZ Fossimo dall'altra parte dell'Atlantico, qualcuno avrebbe già scomodato retoriche da american dream. Gomez: il futuro del rock, i ragazzini che si sono fatti da soli. Con due album importanti dietro le spalle, un nuovo Ep nei negozi e una raccolta di rarities in prossima uscita, la band inglese viaggia col vento in poppa verso la maturità. Un'avventura adulta, alla faccia dell'anagrafe. Nell'estate del '97 il nuovo fenomeno del rock britannico è appena dietro l'angolo, ma nessuno lo sa. Sulle panchine di Southport ci sono cinque ragazzotti con un po' di idee ed un demo-tape registrato su quattro piste. Attorno a quel demo, all'improvviso, scoppia il finimondo. Dopo averlo ascoltato con la bava alla bocca, venti e più case discografiche si producono in una corte serrata agli anonimi giovanotti. A spuntarla è la Hut Records, intenta a coprirsi le spalle dall'imminente ed annunciato split dei Verve. Il demo, appena ritoccato, diventa l'opera prima dei Gomez: Bring it on (1998): un lavoro che si arrampica in diagonale lungo trent'anni di rock e dintorni, che cita tutto e tutti preservando però - con un'alchimia ai limiti del miracoloso - un'identità forte, un approccio personale, uno stile riconoscibile. Finisce che Bring it on vende trecentomila copie e conquista il premio inglese per il disco dell'anno lasciandosi dietro Mezzanine dei Massive Attack e Hurban Hymns dei Verve. Un botto così forte che gli echi si spandono dappertutto. Pubblico e critica incoronano, unanimi e plaudenti come ai bei tempi andati, i Nuovi Fenomeni del Rock Tuttavia, a differenza dei tanti gruppetti a rapida obsolescenza incoronati dagli strabismi del mercato, i Gomez hanno un plusvalore non trascurabile. Sono bravi. Dannatamente bravi. Fossero nati qualche anno prima, i ragazzi di Southport sarebbero piaciuti a Jerry Garcia. Istinto folk, un indubbio mestiere nel maneggiare i moduli del blues tradizionale e del rock (Ben Ottewell, tradendo qualche inconsapevole progenie nel Delta, ruggisce versi e lascia scivolare distrattamente sulle corde un bottleneck ficcante) nessuna preclusione verso la sperimentazione. E poi una meritata fama di live band, maturata sul campo grazie a un approccio fisico e intenso e a una naturale predisposizione a dilatare i brani assecondando le buone vibrazioni del momento. Negli ultimi scampoli di Novecento i ragazzini continuano a crescere come la più gloriosa e genuina iconografia rock prevede: pane e concerti. Liquid skin (1999) - il secondo disco, la prova del nove, il momento della verità - è quanto di più maturo e compiuto sia lecito attendersi. Incuranti della pressione, i Gomez continuano a masticare riff bluesy, ballate e sperimentazioni psichedeliche a bassa fedeltà. E a trarre dal tutto una sintesi credibile, facendo quadrare solido buon gusto rock con i beat anacronistici di una drum machine da modernariato. In ultimo arriva Machismo Ep (2000) che, nella sua mezz'ora scarsa, conferma tutte le buone impressioni, spinge ancora avanti il limite della contaminazione e lascia con la voglia di sentirne ancora. Sghembe architetture di folk lisergico assemblate su ritmiche oltraggiosamente contemporanee, senza preconcetti. Uno sfizioso antipasto prima della raccolta (tracce live e outtakes dei primi due lavori) e, a scadenza più lunga, di un disco tutto nuovo. La next big thing è servita. Calda.
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14/12/2005 13:23 - GOMEZ Machismo
In soli 2 anni i Gomez si sono imposti ...
GOMEZ Machismo In soli 2 anni i Gomez si sono imposti come il migliore tra i nuovi gruppi inglesi. In Italia "Bring it on" e "Liquid sakin" hanno conosciuto una vasta schiera di ammiratori e il loro suono (così come le spendide copertine di Reggio Pedro) è ormai diventato familiare agli amanti della buona musica. Anche nelle nuove 5 canzoni di questo EP sono presenti tutte le caratteristiche dei Gomez, grande inventiva musicale (influenze dai grateful Dead ai Beatles, da JJ Cale a Neil Young, etc.) combinata ad un'impressionante tecnica.
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14/12/2005 13:23 - GOMEZ Abandoned Shopping Trolley Hotline
Poco sentito, ancora inedito, praticamente nuovo. ...
GOMEZ Abandoned Shopping Trolley Hotline Poco sentito, ancora inedito, praticamente nuovo. Per la prima volta nella sua storia la bottega Gomez mette fuori il cartello dei saldi: quindici articoli selezionati fra registrazioni di session radiofoniche, titoli originariamente destinati a singoli poi non pubblicati e remix. Se il tutto non è una sommaria ricostruzione dell'ormai quinquennale storia della band di Liverpool, poco comunque ci manca. Certo le curiosità in elenco sono diverse e qualcuna degna anche di una collocazione meno modesta di questa. Sorvolando allora su "Shitbag 9", una trentina di secondi di acido blues come se ne può ascoltare d'abitudine nel catalogo Fat Possum, e sulla tutto sommato ordinaria rilettura di "Getting Better" dei Beatles, posti rispettivamente in testa e in coda all'elenco di questa raccolta, ecco "Bring Your Lovin' Back Here" sintetizzare nel suo abile intrecciarsi di voci e di suoni naturali e campionature i tratti distintivi dello stile dei Gomez, laddove il remix di "Emergency Surgery", "Steve McCroski" riaffacciano il lato più modernista e sperimentale del gruppo, "Flavors", "Whad Me", "High On Liquid Skin" e "Rosemary" ribadire la sua innata dimestichezza con i modi della ballata d'atmosfera e "BuenaVista" dimostrare ancora una volta la naturalezza con la quale i cinque possono sforare da uno scanzonato tema pop e aprirsi ad improvvisazioni e digressioni funk e psycho. Naturalmente non mancano neppure episodi di seconda scelta, lo stesso Ben Ottewell ha voluto anzi sottolineare come in alcune tracce le registrazioni delle quali è ancora precedente al suo ingresso nei gruppo la qualità dei suoni e soprattutto delle voci sia piuttosto mediocre, ma anche quelli valgono infine a testimoniare la veloce crescita dei Gomez e la loro meritata ascesa ai vertici della scena rock britannica.
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14/12/2005 13:23 -
GOMEZ - BRING IT ON (HUT/VIRGIN '98)
Passaporto britannico, brillante vena ...
GOMEZ - BRING IT ON (HUT/VIRGIN '98) Passaporto britannico, brillante vena pop, città di provenienza Liverpool. Ancora un caso di cleptomania ai magazzini Lennon-McCartney ? Nient'affatto. I Gomez - nonostante provengano dalla stessa città portuale che diede i natali ai Fab Four - non hanno nulla a che spartire con tutte le band inglesi che in questi ultimi tempi si sono adoperate in riletture calligrafiche di stilemi beatlesiani. Anzi, si potrebbe sottolineare come il loro pop eclettico sia una delle sintesi più riuscite e frizzanti di atmosfere british e suoni della tradizione americana da diversi anni a questa parte. Lungi dal concepire la musica a compartimenti stagni o peggio ancora dal trincerarsi dietro suoni retrò per puro sciovinismo, il quintetto inglese riesce nella difficile impresa di costruire un edificio sonoro assai solido all'interno del quale convivono senza particolari problemi "inquilini scomodi" come Tom Waits, Pearl Jam, Beck e Beatles. In poche parole il rimedio più efficace per sfuggire dal pericolo omologazione che pende come una Spada di Damocle su molte compagini britanniche. Bring It On è dunque un disco destinato a ritagliarsi un ruolo fondamentale nell'Inghilterra di questi anni, un'opera vivace e policroma che potrà mettere d'accordo - almeno per una volta - gli amanti delle melodie inglesi, gli estimatori dei suoni roots americani e tutti coloro che prediligono il pop moderno che flirta "dicretamente" con l'elettronica. Paradossalmente sono proprio gli inserti elettronici e certe soluzioni ritmiche concettualmente vicine alla drum'n'bass a far decollare in maniera obliqua, frizzante e imprevedibile le canzoncine dei Gomez. In Get Miles per esempio, il groove elettronico iniziale ed un incedere ritmico-percussivo alla Long Fin Killie rivestono di modernità un blues alla Tom Waits. Whippin Piccadilly, che inizia in sordina come una sorta di filastrocca su una chitarrina folkie minimale, dopo qualche secondo, in virtù di un'interferenza low-fi alla maniera di Beck e di un effetto "stralunato" sul basso, si trasforma in un brano dall'atmosfera singolare. Make No Sound è invece una ballad acustica in bilico tra Tim Buckley e Belle & Sebastian destinata a colpire i deboli di cuore grazie anche al suo delicato inserto di violini. 78 Stone Wobble - il singolo che ha preceduto di qualche settimana la pubblicazione - è, a tutti gli effetti, una sorta di manifesto dell'estetica pop dei Gomez. Chitarre acustiche dal sapore latino su un sottofondo rumorista, due voci che si alternano una delle quali filtrata (ricordate Underneath The Bunker dei R.E.M. di Lifes Rich Pageant ?) ed un finale jazzato con un sassofono in gran spolvero. Credo di avervi incuriosito a sufficienza!
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14/12/2005 13:23 -
GOMEZ - BRING IT ON (HUT/VIRGIN '98)
Passaporto britannico, brillante vena ...
GOMEZ - BRING IT ON (HUT/VIRGIN '98) Passaporto britannico, brillante vena pop, città di provenienza Liverpool. Ancora un caso di cleptomania ai magazzini Lennon-McCartney ? Nient'affatto. I Gomez - nonostante provengano dalla stessa città portuale che diede i natali ai Fab Four - non hanno nulla a che spartire con tutte le band inglesi che in questi ultimi tempi si sono adoperate in riletture calligrafiche di stilemi beatlesiani. Anzi, si potrebbe sottolineare come il loro pop eclettico sia una delle sintesi più riuscite e frizzanti di atmosfere british e suoni della tradizione americana da diversi anni a questa parte. Lungi dal concepire la musica a compartimenti stagni o peggio ancora dal trincerarsi dietro suoni retrò per puro sciovinismo, il quintetto inglese riesce nella difficile impresa di costruire un edificio sonoro assai solido all'interno del quale convivono senza particolari problemi "inquilini scomodi" come Tom Waits, Pearl Jam, Beck e Beatles. In poche parole il rimedio più efficace per sfuggire dal pericolo omologazione che pende come una Spada di Damocle su molte compagini britanniche. Bring It On è dunque un disco destinato a ritagliarsi un ruolo fondamentale nell'Inghilterra di questi anni, un'opera vivace e policroma che potrà mettere d'accordo - almeno per una volta - gli amanti delle melodie inglesi, gli estimatori dei suoni roots americani e tutti coloro che prediligono il pop moderno che flirta "dicretamente" con l'elettronica. Paradossalmente sono proprio gli inserti elettronici e certe soluzioni ritmiche concettualmente vicine alla drum'n'bass a far decollare in maniera obliqua, frizzante e imprevedibile le canzoncine dei Gomez. In Get Miles per esempio, il groove elettronico iniziale ed un incedere ritmico-percussivo alla Long Fin Killie rivestono di modernità un blues alla Tom Waits. Whippin Piccadilly, che inizia in sordina come una sorta di filastrocca su una chitarrina folkie minimale, dopo qualche secondo, in virtù di un'interferenza low-fi alla maniera di Beck e di un effetto "stralunato" sul basso, si trasforma in un brano dall'atmosfera singolare. Make No Sound è invece una ballad acustica in bilico tra Tim Buckley e Belle & Sebastian destinata a colpire i deboli di cuore grazie anche al suo delicato inserto di violini. 78 Stone Wobble - il singolo che ha preceduto di qualche settimana la pubblicazione - è, a tutti gli effetti, una sorta di manifesto dell'estetica pop dei Gomez. Chitarre acustiche dal sapore latino su un sottofondo rumorista, due voci che si alternano una delle quali filtrata (ricordate Underneath The Bunker dei R.E.M. di Lifes Rich Pageant ?) ed un finale jazzato con un sassofono in gran spolvero. Credo di avervi incuriosito a sufficienza!
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14/12/2005 13:23 - GOMEZ
Liquid Skin
I Gomez sono una sorpresa continua: dopo essersi agevolmente ...
GOMEZ Liquid Skin I Gomez sono una sorpresa continua: dopo essersi agevolmente appropriati di un background che anagraficamente non gli apparteneva, ora padroneggiano le tecniche dello studio di registrazione come se fossero musicisti scafati alla ribalta da dieci anni o giù di lì. Liquid Skin è tutto stacchi ed arzigogoli della produzione, che depistano l'ascoltatore sull'andamento del brano: ci si aspetta un pezzo meditativo, introdotto dal sitar-guitar di Tom Gray, ed ecco che irrompe un riffone di chitarra o un beat ossessivo, o tutti e due. L'insieme è svolto nel migliore dei modi, ma alla lunga è pure prevedibile, se pensiamo che già 78 Stone Robbie, che fece la fortuna dei Gomez, si basava su questo schema/non schema. Un cut-up continuo, un eclettismo leggermente forzato e la voglia naif di far sfoggio della loro abilità di polistrumentisti allontanano i Gomez da una direzione precisa, che intraprendono, con eccellenti risultati, solo in We Haven't Turned Around, ballad avvolgente con tanto di archi, tagliato su misura per la splendida voce di Ben Ottewell. Come esempio della confusione imperante in Liquid Skin, invece, si potrebbe prendere la conclusiva Devil Will Ride, con vocoder, organo e fiati che introducono una sorta di gospel; peccato che di "Come Together" ce ne sia uno solo. Forse non è brillante come il precedente Bring It On e il suo humour da White Album può risultare irritante, ma Liquid Skin non è comunque un passo falso; peccato solo non aver incluso Dire Tribe (B-side del primo singolo), piccola genialata con un testo sulle droghe che ha scandalizzato mezza Inghilterra.
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14/12/2005 13:23 - GOMEZ !!!
“In Our Gun”, in uscita proprio in questi giorni, ...
GOMEZ !!! “In Our Gun”, in uscita proprio in questi giorni, è già stato acclamato dalle maggiori riviste di settore come il capolavoro del momento. Ci presenteranno il loro terzo album in questa unica data italiana che sicuramente non deluderà chi è già abituato al loro modo di stupirci e di giocare con la musica, all’uso di strumenti a fiato e alla costante ricerca di un suono diverso e mai catalogabile in un unico genere. Saldamente legati ad una tradizione fatta di blues, pop, rock e psichedelica, i Gomez hanno in sé veramente i crismi della grandezza! …un appuntamento irripetibile… Per i biglietti potete rivolgervi alle seguenti prevendite: Ticket One – tel. 02-392261 - www.ticketone.it Box Office Nazionale – 02.54271 - www.ticket.it Easy Tickets – tel. 051-65667 - www.tkts.it Net Box – tel. 041-982005 - www.boxoffice.it Più prevendite abituali.
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14/12/2005 13:23 - GOMEZ In Our Gun
C'è una cosa dei Gomez che convince ...
GOMEZ In Our Gun C'è una cosa dei Gomez che convince al di là di ogni altra ragione: l'originalità. Non c'è altra band inglese altrettanto personale e questo merito va riconosciuto ai cinque musicisti che dal 1996 danno vita al felice sodalizio. Non c'è un solo frammento del Gomez che non valga la pena d'essere ascoltato e questo significa che Ian Ball e compagni non si sono mai risparmiati e tuttora sanno come mettere in campo una buona dose di creatività. La musica di questo gruppo non ha referenti precisi perché ne ha troppi. Succhia linfa vitale dal Britpop, senza aderire alla dimostrazione di quello stile accomodante, ha un ché di "alternative rock" guarda in faccia la tradizione inglese e non è estranea ai percorsi di certo "progressive" elettro-acustico, con tanto di blasonate ascendenze folk-underground. Insomma, è un crogiolo di suoni, esperienze e suggestioni che usa come puntello il vecchio caro blues di marca inglese. A tal proposito, c'è da osservare che non c'è altra musica in circolazione che denunci con altrettanta decisione la doppia derivazione anglo-americana, anche se il viraggio britannico resta fortissimo, tanto che ascoltando una qualsiasi canzone dei Gomez si pensa fatalmente all'inghilterra pop più creativa e genialoide. Anzi, si torna un po' indietro, a quando la scena inglese offriva lumi di straordinaria sperimentazione pop. L'aspetto démodé dei Gomez va preso in considerazione, sebbene la musica resti in perfetto equilibrio tra quel che è stato e quel che sarà, tra lo psico-beat degli anni Sessanta ed il graffio delle macchine elettroniche. Il nuovo lavoro del gruppo, "In Our Gun" si spinge persino oltre i limiti valicati nei due album precedenti "Bring It On" e "Liquid Skin". La musica è proteiforme e stratificata. Allarga il confine dalle reminiscenze progressive-folk, stile Dando Shaft ("Miles End" ai graffi psicoblues di "Shot Shot", al battito tardomodernista di "Rex Kramer". Le canzoni consentono un viaggio nel girone degli stili e delle annate, un salto dagli anni Sessanta (soul) e Settanta (funk) sino al gioco favorito del rock alternativo di oggidì.





















































































































































