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14/12/2005 13:23 - CATHERINE JAUNIAUX / IKUE MORI : VibraSlaps ...
CATHERINE JAUNIAUX / IKUE MORI : VibraSlaps (Rec Rec Music) Catherine Jauniaux, rumena naturalizzata belga (alle spalle collaborazioni vocali con The Work, Aqsak Maboul, Test Department, Tim Hodgkinson) e Ikue Mori, giapponese (giÖ nello storico nucleo dei DNA, poi con Luli Shioi a formare Tohban Djan e, successivamente, con Zeena Parkins) costituiscono un estemporaneo quanto agguerrito duo femminile da poco sinergicamente in azione. La ricerca e l'improvvisazione caratterizzano sia l'impostazione vocale della Jauniaux che l'apporto percussivo di Ikue Mori : cabaret tecnologico, fascinazioni orientali e lubrificanti songs fanno di "VibraSlaps" (produzione di Tom Cora) un eccellente antidoto contro la consuetudine.
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14/12/2005 13:23 - Ikue Mori
Storica batterista dei Dna dalla fine degli anni '70 ...
Ikue Mori Storica batterista dei Dna dalla fine degli anni '70 ha collaborato con tutta la scena sperimentale newyorkese; abbandonando gradualmente lo strumento acustico ha saputo sviluppare un proprio linguaggio sull'uso combinato (manuale e programmato) di batterie elettroniche, una volta tanto sganciate dal comune ruolo di motore ritimico e spinte più verso la ricerca timbrica e l'astrazione sonora. Tra i progetti recenti vanno ricordati i duetti con Tenko e Catherine Jauniaux e i trii con Reichel e Lussier e con Frith e ideki Kato. Da sentire Viraslaps (Rec. rec.) e Hexhtchen (Tzadik). (f.s.)
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14/12/2005 13:23 - IKUE MORI One Hundred Aspects Of The Moon
"Dato che la ...
IKUE MORI One Hundred Aspects Of The Moon "Dato che la luna era molto luminosa spensi tutte le luci e mi stesi sul divano ad ascoltare il piano di Bill Evans. Il chiarore che penetrava dalla finestra allungava le ombre degli oggetti e spandeva una tinta leggera su tutte le pareti, che sembravano ricoperte di un inchiostro molto diluito. Tirai fuori dallo zaino una bottiglietta di metallo piena di brandy, mi riempii la bocca e lo mandai giù piano piano. Sentii il calore che dalla gola passava lentamente nello stomaco, e dallo stomaco si irradiava in tutto il corpo. Dopo aver bevuto un altro sorso richiusi col tappo la bottiglia e la rimisi nello zaino. Mi sembrò che la luce della luna vibrasse in sintonia con la musica." (Hanuki Murakami, Tokyo blues) Ikue Mori vent'anni dopo i DNA, chi l'avrebbe mai detto che l'incompetente (e grande in quanto tale) batterista di quel gruppo avrebbe varcato le soglie del nuovo millennio ancora sulla breccia. One Hundred Aspects Of The Moon prende il titolo da una serie di cento xilografie del giapponese Yoshitoshi, ultimo maestro della scuola Ukiyo-e ('dipinti del mondo fluttuante') una forma d'arte che a suo tempo stimolò la creatività di pittori come Manet, Degas, Gauguin e Van Gogh. In questo suo 'tableaux d'une exposition', la Mori dà suono - coadiuvata da Theo Bleckmann, Anthony Coleman. Eyvind Kang, Erik Friedlander, Kato Hideki e, in due tracce, Makigami Koichi - a quindici di tali xilografie; il risultato è un disco di moderna musica da camera (prendete la definizione con le molle), old-fashioned, raffinata, romantica, seducente, divertente e a tratti anche leziosa; ma una mano fatata - questo è il pregio principale della giapponese che, comunque, quando vuole è ancora capace di scatenare il caos (Dawn Moon And Tumbling Snow) - riesce sempre a rendere interessante anche ciò che all'apparenza è solo una patetica barba. One Hundred Aspects Of The Moon costituisce un'altra pista, difforme da quella dell'Homogenic di Björk, nella jungla del possibile connubio fra strumenti ad arco e ritmi elettronici. In chiusura, oltre i 'quindici aspetti della luna', c'è una bonus track intitolata Birthdays, nella quale l'autrice da una concreta dimostrazione di 'utilizzo creativo' delle drum machines.
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14/12/2005 13:23 - IKUE MORI
"Molta gente pensa che Ikue non sappia assolutamente suonare, ...
IKUE MORI "Molta gente pensa che Ikue non sappia assolutamente suonare, ma in realtà possiede un senso del tempo perfetto. Ed è l'unica persona che abbia mai sentito capace di rendere il suono di una drum machine interessante. Di tutti i musicisti che operano in questa scena, è la mia preferita." Fred Frith a Modern Drummer, Luglio '89. Non solo ci troviamo perfettamente d'accordo con Frith, ma anzi includeremmo senz'altro Ikue Mori nel novero dei grandi batteristi tout court fianco a fianco tra i vari Lovens, Hemingway, Prévost, Ljtton, Baron (e, per inciso, a pari merito con un'alta batterista "che non sa suonare", Maureen Tucker, sentita commentare in questo modo anche due anni fa, dal pubblico dell'ultima reunion dei Velvet Underground ma la cui concezione dello strumento pensiamo invece abbia contribuito sostanzialmente alla natura sper¾mentale del gruppo). Non c'è bisogno di ricordare l'impatto enorme che ebbe l'uscita di "No New York" (complice anche la "sponsorizzazione" di Brian Eno) che, assieme al successivo e fondamentale EP "A Zaste Of" impose i DNA, con neanche trenta minuti di musica incisa, come uno dei grupipi più innovativi che abbiano mai calvato le scene rock (erano altri tempi anche nel rock, e il gruppo fu perfino invitato a suonare in Italia, nell'81, quando John Zorn era ancora un perfetto sconosciuto). Non la sola, ma la principale novità del gruppo stava proprio nella sua incredibile organizzazione (poli)ritmica, con tutti gli strumenti usati in questa funzione, ma l'accento appunto andava sul suono complessivo del gruppo, e il ruolo della Mori passò quasi inosservato dietro la (allora) prorompente genialità di Arto Lindsay; come passo purtroppo praticamente inosservata, non solo la sua partecipazione, ma la stessa uscita di un'altro dei dischi più innovativi della storia della mus,ica questa volta di quella (post)improvvisata, "Locus Solus" di Zorn (Zorn allora non faceva né rock né incideva per una major, condizioni spesso indispensabili per la fama, e il disco si trovava solo per posta - per i ritardatari. dopo quella giapponese del '91, una seconda ristampa dovrebbe uscire ora in America); ma anche qui, la forza delle concezioni compositive del leader poteva oscurare in certa misura la percezione dei singoli contributi. Dove invece potemmo udire forse pienamente per la prima volta finalmente dispiegarsi la genialità dell'approccio percussivo della Mori (potenziatolmoltiplicato dalla scelta - apparentemente incongrua - di usare la drum machine in un contesto di musica improvvisata), fu nell'incredibile trio che uscì nell'87 con lei, Jim Staiey e Bill Frisell (nel doppio "Mumbo Jumbo", a cui parteciparono anche Zorn, Frith e altri): uno stile dawero (mai)udito di continui anticipi/ritardi sul tempo, spiazzanti gragnuole di colpi, delicate/bislacche figurazioni spezzate di gamelan "elettrico" (ha ragione la Mori a richiamarsi al piano, proprio se si pensa al piano preparato/trasformato nello strumento a percussione balinese di Cage). Dopo di allora, ne ricordiamo almeno le partecipazioni a progetti importanti (mai incisi) Gome "Ruan Lingyu" di Zorn e "In Memory" di Frith; le canzoni ossessive e surreali del suo LP dell'88 come Tohban Jan (con Luli Shioi) e le strepitose versioni da Francoise Hardy con i Words of Love di David Garland ('89), dell'interessante trio Hickory (con Hans Reichel e René Lussier), Con cui è passata l'ultima volta anche in Italia, non si hanno per il momento notizie di incisioni, mentre è uscito finalmente su Avant il trio con altri due chitarristi, Robert Quine e Marc Ribot, "The Painted Desert", e un duo con Zeena Parkins, "Isabelle" (su Avant trovate anche il live '82 dei DNA); ancora attesa invece per Hex Kitchen", per la nuova etichetta di Zorn, che non si chiamerà più Arcana ma Tzudik. Hai avuto un'educazione musicale formale rpima di iniziare? "No, quando abbiamo cominciato tutti erano dei non-musicisti anche per Arto Lindsay e Robin Crutchfield era così Robin suonava l'organo con un dito. Abbiamo cercato di imparare da soli come suonare i nostri strumenti in un modo personale." Quando eri in Giappone, prima dei DNA, non avevi mai suonato nemmeno per conto tuo, nemmeno in privato? "No, ero sempre nell'ambito della musica, organizzavo concerti e aiutavo musicisti laggiù, ma non avevo mai pensato di poter diventare musicista. Perchè in Giappone tutti quelli che suonavano avevano fatto come minimo dieci anni di scuola di musica, tutti pensavano di dover seguire una trafila molto impegnativa prima di potersi presentare davanti a un pubblico; arrivare a New York mi fece cambiare completamente l'idea che avevo sull'essere musicisti perché vedevo che tutti prendevano semplicemente in mano uno strumento e cominciavano a suonare. Così pensai, forse posso farlo anch 'io, e la settimana dopo ero su un palco. Qualche batterista che abbia influenzato il tuo stile all'epoca? "Sicuramente non allora; cercai semplicemente di scoprire il modo in cui potessi suonare all'interno dei DNA, e la concezione dello strumento e la tecnica di ognumo di noi crebbero e si svilupparono dalle nostre interrelazioni di musicisti in quel gruppo." Te lo chiedevo perché molti ipotizzarono che tu potessi essere stata influenzata da Maureen Tucker, specie per la scelta di usare una batteria senza piatti. "No, ma probabilmente quell'idea mi venne dal tamburo giapponese Taiko, che è un grande tamburo che si suona con delle lunghe bacchette." Prima hai precisato che non pensi di aver avuto delle influenze all'epoca. Significa che riconosci delle influenze attuali? "Sì, perché incontro in continuazione dei musicisti, come Han Bennink o Joey Baron, e anche se ora suono la drum machine e loro la batteria, vedere il modo in cui interpretano le cose mi stimola molto, e indubbiamente mi influenza." Il tuo background di ascolto era nel rock?" "Sì, quando ero una teenager in Giappone ascoltavo solo rock, soprattutto i Doors e Jimi Hendrix ma del resto anche con i DNA ci consideravamo un gruppo rock. Naturalmente poi con gli anni ho scoperto e cominciato ad ascoltare molti altri tipi di musica, specialmente etica." Quando hai iniziato a suonare con gli improvvisatori, come spieghi che a New York sia avvenuto questo incontro tra due scene che fino af allora erano state fondamentalmente separate come rock ed improvvisazione radicale? Beh, forse perché anche se i DNA avevano certamente un feeling rock, e la musica non era mai improvvisata, la loro energia e la concentrazione su tempi ridotti, con un livello d'attenzione pormto su ogni istante, erano in qualche modo simili a certe caratteristiche della scena improvvisata Newyorchese. Prima di me Arto Lindsay aveva già suonato in trio con David Moss e John Zorn, e dopo lo scioglimento dei DEA nell'82, John mi invitò ad arldare a suonare nel Suo spazio; aveva an piccolo posto, in un seminterrato, dove ogni weekend invitava dei musicisti per improvvisare, e fu là che incontrai tutti, Tom Cora, Fred Frith, Wayne Horvitz... Così suonammo assieme, e poi Jahn mi chiamò per "Locus Solus ". Accadde tutto molto semplicemente in realtà, tutti i musicisti abitavano nello stesso quartiere, era facile incontrarsi e fu naturale pensare di suonare assieme". Dopo i DNA hai formato le Fukuko... Fù quando tornai in Giappone, nell'84/'85, non ero stata più là da 6 anni. Vi incontrai così tanti grandi musicisti, così formai questo trio di ragazze, una alla chitarra e l'altra al basso e alla voce... in effetti pensandoci, tutti i gruppi che ho avuto sono stati dei trii, anche Tohban Djan all'inizio lo era, c'era un seconda bassista che poi se n'è andata... non so bene perché, è un formato in cui mi trovo bene. Comunque le Fukuko furono una sorta di "instantproject", lavoravamo molto velocemente, in un giorno scrivevamo una canzone e il giorno dopo la registravamo, facemmo il disco così." Quando cominciasti a usare la drum machin, e perchè? "Semplicemente accadde che qualcuno, attorno all'85, aveva un progetto per un disco, che non si realizzò mai e mi diede una drum machine chiedendomi di provare a programmarci qualcosa; mi divertii talmente che da allora ho continuato. La trovai molto comoda anche perchè non posso suonare tutto il giorno la batteria nel mio appartamento, per via dei vicini ed è più facile della batteria per comporre, posso usare il sequencer per costruire delle strutture. Prima delle Tohban Djan avevo fondato un'altra band di sole donne, Sunset Court, di cui non è mai uscito nulla, ma è per loro che cominciai a comporre con la drum machine. Ancora ai tempi delle Tohban Djan mi piaceva molto combinare il suono della batteria acustica con la drum machine, ora per il mio progetto in solo sto usando molto quest'ultima collegata a un campionatore, posso quasi farla sembrare una piccola orchestra." Che modello usi attualmente? "Avevo cominciato con un modello molto semplice, la Roland 505, poi una Yamaha e adesso uso tre Alesis, ha dei suoni campionati molto buoni di cui posso controllare le altezze e aggiungerci effetti, ed è molto facile da programmare ma anche da suonare manualmente, posso suonarci delle melodie un po ' come se fosse un piano". Quando la suoni segui molto poco dei ritmi regolari, il tuo approccio mi sembra più da percussionista che da batterista. Pensi che sia vero, e hai mai suonato in gruppo assieme a un altro batterista? "Il fatto è che non conto mai le battute o niente del genere per tenere il tempo, così... forse è vero; e un altro punto che mi può avvicinare ai percussionisti è che ho a disposizione una gamma di suoni molto ampia, non solo quelli della batteria. Ho anche formato un duo con Joey Baron, ogni tanto ci incontriamo per suonare assieme, e prima di lui suonavo con Kevin Norton, che era nei Keep The Dog di Frith, mi piace molto suonare con un altro batterista, in effetti il mio stile è completamente diverso e spesso vado "contro" di lui." Questo tuo suonare "contro" il ritmo accadeva anche ai tempi dei DNA? Perché in un'intervista di Arto Lindsay descriveva il suono dei DNA come influenzato dai ritmi brasiliani e africani,ma penso si riferiffee in particolare al suo modo di usare ritmicamente la chitarra. "Sì, è vero. Con i DNA era piuttosto lui ad andare contro di noi, mentre io e Tim Wright tenevamo degli unisoni." Avevo letto moltissimo tempo fa di un progetto dli David Garland di registrare per il nuovo Words of Love solo cover dei Béach Boys; è poi uscito, e che approccio avete udato? "Sì, in realtà era già pronto dal '91 ma è uscito solo da poco, perché è rimasto bloccato per due anni per problemi di diritti con alcune canzoni, poi doveva uscire per la Avant, che però l'ha tenuto in lista d'attesa a lungo, così alla fine David ha deciso di darlo a un'altra erichetta, si chiama Music-Scene. "Pet Sounds " dei Beach Boys è anche uno dei miei dischi preferiti, ma si tratta principalmente di un progetto di David, anche se poi il ruolo mio e di Cigne Cole vi è cresciuto all'interno. Gli arrangiamenti sono a volte abbastanza rispettosi, in altre totalmente diversi, spesso anche per colpa mia, perché sono l'unica batterista, e con le Alesis non è che tenga molto il ritmo, come puoi immaginare! Canto anche in alcune canzoni." A cosa stai lavorando ora? "Ho finalmente terminato il mio disco solo, "Hex Kitchen" ci sono pezzi molto vecchi, di 4-5 anni 9, e altri più recenti, e ci sono vari ospiti, John Zorn, Hahn Rowe, Zeena Parkins ma sono tutte mie composizioni alcune anche suonate in solo. John ha fondato una nuova etichetta, io ci inciderò, poi Marc Ribot e altri."
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14/12/2005 13:23 - KIM GORDON/IKUE MORI/DJ OLIVE
Kim Gordon/Ikue Mori/Dj Olive
Un documentario sull'ampia gamma ...
KIM GORDON/IKUE MORI/DJ OLIVE Kim Gordon/Ikue Mori/Dj Olive Un documentario sull'ampia gamma di rumori -maligni, inquietanti, misteriosi, conturbanti- dei visceri di NewYork.O magari la trasfigurazione sonora di incubi, ossessioni, paranoie, fantasie malate di tre artisti allergici a tutto ciò che è ordinario, banale, accomodante: Kim Gordon, bionda musa dei Sonic Youth, Ikue Mori, già a capo delle audaci e paradossali architetture ritmiche dei DNA, e DJ Olive. alchimista delle digitali sonorità dei We. Dare forma e senso al rumore rimane l'obiettivo precipuo della Sonic Youth Records ed il quinto volume della sua collana prova a realizzarlo trascinando per amore o per forza anche la poesia nel turbine di ribollii, rombi, stridii, clangori, fischi, muggiti, crepitii, cigolii e scoppi prodotti dai tre. L'illusione è che da un momento all'altro il caos possa partorire addirittura una canzone. Storpia, sghemba, gracile e opaca, ma pur sempre dotata di un simulacro di ordine di struttura. E nell'attesa i veleni scorrono abbondanti e insinuanti, impalpabili e letali dalle improvvisazioni -o, così come suggeriscono le note di presentazioni del disco, dalle "ill-provvisazioni" del terzetto e dei suoi non meno perversi ospiti: Wharton Tiers, Jim O'Rourke e Yuka Honda delle Cibo Matto. Ciò che non gli impedisce comunque di presentarsi come il disco più accessibile di quel catalogo di lucide efferatezze soniche.
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14/12/2005 13:23 - KIM GORDONIKUE MORIDJ OLIVE
‘SYR 5’ (SYR/Wide)
Formazione potenzialmente interessante quella messa ...
KIM GORDONIKUE MORIDJ OLIVE ‘SYR 5’ (SYR/Wide) Formazione potenzialmente interessante quella messa in campo per il quinto capitolo della serie SYR della Sonic Youth Records. Infatti sono della partita Kim Gordon (Sonic Youth, ovviamente), Ikue Mori (agli albori di tutto nei no wavers DNA di Arto Lindsay e poi ottima solista, prova ne siano ‘Garden’ ed ‘Hex Kitchen’ su Tzadik) e DJ Olive (figura di culto della scena pre (?) post (?) drum’n’bass e colui al quale si deve il termine illbient). Ma al di là delle credenziali (comunque rilevanti, al pari di chi si è occupato di registrare e mixare il disco, ovvero Wharton Tiers e Jim O’Rourke) è bene dire che ‘SYR 5’ riesce nel non facile compito di far convivere la chitarra stridente e dissonante e la voce di Kim Gordon, i piatti e i sampler di Dj Olive e le ritmiche programmate di Ikue Mori. Da simili accostamenti ne è venuto fuori un prodotto (vi offendete se utilizzo questo termine?) che è industriale e noise, ma che sta in piedi soprattutto grazie all’improvvisazione, mettendo in scena una rappresentazione talmente assurda da essere vera. Positivo.
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14/12/2005 13:23 - Tenko & Ikue Mori 'Death Praxis"
Mantenendo il nome del lavoro ...
Tenko & Ikue Mori 'Death Praxis" Mantenendo il nome del lavoro che nel '93 ne siglò l'incontro, si presenta in Italia per la prima volta Death Praxis, il duo composto da Tenko e da Ikue Mori, due tra le più importanti esponenti della scena nipponica negli anni ottanta e figure assai apprezzate anche in occidente, dove da tempo risiedono. Un'occhiata alle rispettive discografie basta e restituire lo spessore di un background artistico tutto vissuto a contatto con le frange più vitali delle avanguardie creative del nostro tempo, da Arto Lindsay a David Moss, da Fred Frith a Jhn Zorn, da Jon Rose a Zeena Paarkins da Otomo Yoshihide a David Shea. Percussionista originalissima, nonché autrice di tutti i raffinati lavori grafici della Tzadik zorniana, Ikue Mori appresta ogni sorta di intreccio sonoro e coloristico rimettendosi esclusivamente alle inseparabili drum machines, ammaestrando tempi e cellule ritmiche in modo del tutto fluido e duttile; al suo fianco Tenko esprime un'austera lecentezza vocale spesso colma di amarezza, vicina in molti tratti alla gestualità lentissima della danza Butoh, in grado però di infiammarsi e farsi di colpo ansimante e irascibile per disegnare universi popolati di figure disincarnate e spettrali, di variazioni discordanti ed ermetiche, di allitterazioni arcane e sembianze inquietanti. Dall'intesa tra le due titolari nascono controllate sequenze musicali ricche di collisioni tra voci e rumori, di palpiti e di acute transizioni emotive, capaci di fascino e grande stupore anche perché create con un impiego minimo di strumenti espressivi.




















































































