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14/12/2005 13:23 - VAN MORRISON
The Philosopher's Stone
Il cantautore più autentico e profondo degli ...
VAN MORRISON The Philosopher's Stone Il cantautore più autentico e profondo degli ultimi trent'anni è tornato: Van Morrison, il raffinato bluesman di Belfast, da sempre abile nel miscelare fraseggi jazz a ricordi celtici, maestro della ballata e della spiritualità. The Philosopher's Stone è una incredibile raccolta di alcuni inediti e rarità, rimasterizzati per l'occasione, comunque nella più classica tradizione morrisoniana, risalenti anche agli anni '70. Più che una raccolta, però, vi troverete ad ascoltare una storia in musica di uno dei personaggi più eclettici e misteriosi della musica di valore. Morrison ha da sempre seguito una sua direzione musical-spirituale alla ricerca e per la realizzazione di quella che lui stesso definisce "the beautiful vision" (la bellissima visione). In trent'anni, senza mai dimenticare questa sua ricerca, George Ivon Morrison, tenta molte strade, con costanza e coerenza. Morrison cresce ascoltando jazz e blues e comincia a cantare e suonare con gruppi irlandesi, skiffle, di rock'n'roll e di rock'n'blues. Curiosamente, il suo primo album solista lo registra nel '66 a New York, "Blowin' Your Mind". Già l'anno dopo, Van Morrison dà una svolta alla sua carriera appena iniziata: abbandona il sound duro del primo lavoro e registra "Astral Weeks", un album scritto a Belfast, nella sua terra natale che sempre lo ispirerà, collaborando con un gruppo di musicisti jazz. Al rock elettrico del primo disco, si contrappongono il romanticismo della tradizione celtica, soul e jazz, in una sinergia viva e vitale che delinea il profilo di un musicista che non accetterà mai nessun compromesso. Nei successivi 7 anni, Van Morrison crea 6 album, lavorando tra Woodstock e la California, confermando e rafforzando la sua reputazione di autore eclettico inventivo ed espressivo, incredibilmente naturale nel maneggiare influenze e melodie differenti fino a fonderle in uno stile unico e inconfondibile che non presenta mai incongruenze o stridori. Nel '74 Morrison torna in Irlanda e si lascia avvolgere con entusiasmo rinnovato dalla musica celtica e dalle tradizioni della sua magica terra. "Veedon Fleece" che esce in quell'anno, è un capolavoro tranquillo e sussurrato, che segna l'inizio di un periodo di silenziosa riflessione, in cui l'artista si allontana a tutti gli effetti dallo show business, stanco e in cerca forse di una nuova spinta spirituale. Dopo tre anni, infatti, torna sulle scene con l'album "A Period Of Transition" (un periodo di transizione) e con nuova grinta, cominciando un periodo di collaborazioni con musicisti diversi ogni volta, preferendo questo esperimento alla band fissa. Morrison si stabilisce a Londra e comincia una prolifica produzione musicale caratterizzata sempre di più dalla sua ricerca riflessiva e contemplativa del lato spirituale e romantico della vita. Dall'inizio degli anni '80 fino al 1995 Morrison continua la sua ricerca interiore che raggiunge probabilmente l'apice autobiografico nell'album "Irish Heartbeat", collaborazione indimenticabile con i Chieftains, nell'88, quando l'artista lascia libera la musicalità irlandese che scorre nel suo sangue e che è alla base di tutte le sue sperimentazioni. L'ultimo lavoro di Van Morrison The Healing Game esce nel 97 ed è un'album eccellente che riconferma il suo stile personalissimo.
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14/12/2005 13:23 - VAN MORRISON & LINDA GAIL LEWIS You win again
Dopo Mose ...
VAN MORRISON & LINDA GAIL LEWIS You win again Dopo Mose Allison, Chris Barber e Lonnie Donegan, Van Morrison prosegue il viaggio nelle sue radici con Linda Gail Lewis, sorella del "Killer", Jerry Lee, e interprete di culto ai margini della scena country americana. Non è un incontro al vertice ma una collaborazione che comunque dà i suoi frutti: con buona grinta e timbri rigorosamente naturali, i due rinfrescano vecchie pagine classiche dei '50 cercando una via dritta ed efficace senza farsi sopraffare dalla nostalgia. Chissà se il pubblico continua a divertirsi con questa prolungata "ricerca del tempo perduto". Morrison, lui non ha dubbi e nel corso del disco acquista sempre più confidenza ed energia. Se all'inizio le cover di You win again e Crazy arms sono ordinarie, se a metà No way Pedro (unico originale in repertorio) non esce dall'anonimato, il finale è un fuoco d'artificio con travolgenti versioni di Cadilac e soprattutto Boogie chillen.
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14/12/2005 13:23 - VAN MORRISON
Backontop
Van Morrison cambia casa discografica (è la terza in ...
VAN MORRISON Backontop Van Morrison cambia casa discografica (è la terza in trent'anni di carriera), ma non muta di una virgola il suo caldo e sofisticato pop adulto, che da Blovin' Your Mind a oggi ha segnato profondamente la scena della canzone moderna. Nella formula già nota, a ben guardare, c'è un po' meno "folk spirituale" e un po' più soul e blues ma sono le periodiche onde del gusto morrisoniano, che non impediscono al timoniere di tenere comunque dritta la barra verso la sua favolosa terra celto-blues, autato da un quintetto e coro con fidati collaboratori, con l'Hammond di Geraint Watkins in primo piano e il sax di Pee Wee Ellis che ricama suggestive sortite, Morrison comincia graffiando con il boogie blues di Goin' Down Geneva, ma sparge subito profumati balsami con Philosophers Stone, rivelando di essere "in a sentimental mood" e moto più portato alle ballate che ai brani mossi. In The Midnight e Reminds Me Of You sono due piccoli capolavori di quella specie, umili creature della notte soul rock che a tratti sembrano scivolare nel vicino universo dylaniano.
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14/12/2005 13:23 - Un’occhiata alla copertina e si intuisce già che, nell’altalenante produzione ...
Un’occhiata alla copertina e si intuisce già che, nell’altalenante produzione recente di “Van the man”, questo è uno di quegli album che si meritano una stelletta in più e un posto di privilegio sullo scaffale: la fotografia di un negozietto di memorabilia discografiche che espone in vetrina vecchi vinili degli eroi musicali del Nostro (Louis Armstrong, Ray Charles, Mose Allison, James Brown, Muddy Waters, Chet Baker e chi più ne ha più ne metta) è un’immagine che suggerisce già i contenuti del disco e che dispone favorevolmente all’ascolto. Impressione confermata non appena la musica comincia a sgorgare dai diffusori: agile e sobriamente arrangiata, pura e limpida come le visioni giovanili evocate in “The beauty of the days gone by”, forse il top emotivo di questa nuova fatica di mr. Morrison. Qui (e altrove) lo scorbutico irlandese mette a nudo anima e cuore nel ricordare come “ci si sentiva bene ad essere vivi in una mattina di primavera”. Cantato da una voce meno nobile della sua, un verso del genere potrebbe suonare frusto quando non stucchevolmente ridicolo. Ma che diamine, sollevare in una dimensione sublime e trascendente la banalità apparente del sentire quotidiano è sempre stata prerogativa dei grandi soul singer, categoria a cui Morrison appartiene da sempre a pieno diritto. Dopo tanti anni di carriera, è inutile cercare nella sua musica angoli nascosti e prospettive inusuali: come disse anni fa un suo collega a chi gli rimproverava di cantare sempre la stessa canzone, quello che alcuni chiamano ripetizione per altri invece significa stile, firma inconfondibile d’autore. Neanche il “back to the roots” rappresenta per lui una novità. Anzi: sempre più spesso, negli ultimi tempi, il grande performer ha preso a ripercorre il viale della memoria per ritrovare se stesso e i risultati sono stati spesso assai brillanti (in dischi come “Hymns to the silence” e “Too long in exile”, non a caso zeppi di cover). Le ultime rimpatriate nel tempo che fu, come gli album in compagnia di Georgie Fame e Lonnie Donegan, non saranno magari (anzi: certamente non sono) capitoli indimenticabili della sua carriera, ma quei divertissement sono quantomeno serviti a dare una rinfrescata alla sua vena poetica, ultimamente troppo avvitata su se stessa in una ricerca introspettiva che finiva per risultare spesso monotona e poco comunicativa. In “Down the road”, invece, Morrison fa un uso eccellente di suoni “vintage” e frizzanti a base di organi Hammond, chitarre, clarinetti, sax ed armoniche (in cui è lo stesso Van a soffiare con energia) per togliersi di dosso vecchie ruggini. E canzoni come “Meet me in the Indian summer”, “All work and no play” e “Evening shadows” sono perfette nel riprodurre l’atmosfera eccitante di un fumoso club londinese primi anni ‘60, mentre “Talk is cheap”, “Choppin’ wood” e “Whatever happened to PJ Proby?” (ecco un altro idolo morrisoniano: anzi due, perché nel testo anche Scott Walker si guadagna una citazione…) recuperano bene l’anima blues e swingante del vocalist. Morrison non sarebbe lui se rinunciasse alle celebri ballate, che danno aria e respiro alla voce ancora intatta e potente: ed ecco allora servite impeccabilmente la poderosa love song “Steal my heart away”, drappeggiata di flauto, flicorno e sax tenore, il country celtico di “What makes the Irish heartbeat” (Morrison alla chitarra acustica) e l’evergreen “Georgia on my mind” (ineccepibile, ma avremmo ascoltato più volentieri una scelta meno scontata). Che dire? Da trentacinque anni almeno Van insegue una sua “beautiful vision” che elabora le musiche della tradizione – il jazz, il blues, il country, l’r&b – per raggiungere un ideale di perfezione estetica che vuole anche indurre all’armonia dello spirito (quella stessa armonia e serenità che Morrison ha faticato assai, probabilmente, a trovare nella vita privata). Non scalcia più come sul palco dell’ “ultimo valzer” della Band (riproposto in versione deluxe in questi giorni: ne parleremo presto), non sfodera più il ruggito di “Listen to the lion”, ma il vecchio George Ivan sa ancora farsi perdonare per il caratteraccio e i dischi buttati fuori, ogni tanto, senza troppa convinzione. Come gli altri grandi vecchi a lui coetanei – i Dylan e i Tom Waits, i Cohen e i Randy Newman – sa ancora graffiare l’anima e far drizzare le orecchie, quando vuole. Come si fa a resistergli, se anche la sua canzone la si è ascoltata cento volte prima d’ora?
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14/12/2005 13:23 - VAN MORRISON
Down The Road
[Universal]
Il cowboy Di Belfast seduce ed ammalia ...
VAN MORRISON Down The Road [Universal] Il cowboy Di Belfast seduce ed ammalia come Jessica Rabbit. Genere: soul britannico Produttori: non indicato Brano migliore: Only A Dream Ha il suono di: Sam Cooke Voto: **** Recensito il: 05/02 Per recensire questo nuovo album di Van Morrison avrei potuto rispolverare gli scritti sui suoi lavori precedenti. Sempre uguale e sempre diverso, questa è la caratteristica peculiare di Van The Man, che ripropone quasi in loop la sua musica senza riuscire a stancare. Forse è questo il suo fine. Quando ci riuscirà, chiuderà bottega. Down The Road è il più classico dei dischi di Van Morrison, soul irlandese con violini e qualche jingle, tanto per ribadirne la provenienza. Canzoni che si avvolgono su se stesse come sciarpe intorno al collo, scaldano senza ingombrare, con interpretazione antica e pathos crepuscolare. Quasi da spogliarello la versione bluesy di Georgia “On My Mind”, mentre in “Evening Shadows” fa la sua comparsa il clarinetto di Alker Bilk, jazzista inglese autore del brano.
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14/12/2005 13:23 - Un’occhiata alla copertina e si intuisce già che, nell’altalenante produzione ...
Un’occhiata alla copertina e si intuisce già che, nell’altalenante produzione recente di “Van the man”, questo è uno di quegli album che si meritano una stelletta in più e un posto di privilegio sullo scaffale: la fotografia di un negozietto di memorabilia discografiche che espone in vetrina vecchi vinili degli eroi musicali del Nostro (Louis Armstrong, Ray Charles, Mose Allison, James Brown, Muddy Waters, Chet Baker e chi più ne ha più ne metta) è un’immagine che suggerisce già i contenuti del disco e che dispone favorevolmente all’ascolto. Impressione confermata non appena la musica comincia a sgorgare dai diffusori: agile e sobriamente arrangiata, pura e limpida come le visioni giovanili evocate in “The beauty of the days gone by”, forse il top emotivo di questa nuova fatica di mr. Morrison. Qui (e altrove) lo scorbutico irlandese mette a nudo anima e cuore nel ricordare come “ci si sentiva bene ad essere vivi in una mattina di primavera”. Cantato da una voce meno nobile della sua, un verso del genere potrebbe suonare frusto quando non stucchevolmente ridicolo. Ma che diamine, sollevare in una dimensione sublime e trascendente la banalità apparente del sentire quotidiano è sempre stata prerogativa dei grandi soul singer, categoria a cui Morrison appartiene da sempre a pieno diritto. Dopo tanti anni di carriera, è inutile cercare nella sua musica angoli nascosti e prospettive inusuali: come disse anni fa un suo collega a chi gli rimproverava di cantare sempre la stessa canzone, quello che alcuni chiamano ripetizione per altri invece significa stile, firma inconfondibile d’autore. Neanche il “back to the roots” rappresenta per lui una novità. Anzi: sempre più spesso, negli ultimi tempi, il grande performer ha preso a ripercorre il viale della memoria per ritrovare se stesso e i risultati sono stati spesso assai brillanti (in dischi come “Hymns to the silence” e “Too long in exile”, non a caso zeppi di cover). Le ultime rimpatriate nel tempo che fu, come gli album in compagnia di Georgie Fame e Lonnie Donegan, non saranno magari (anzi: certamente non sono) capitoli indimenticabili della sua carriera, ma quei divertissement sono quantomeno serviti a dare una rinfrescata alla sua vena poetica, ultimamente troppo avvitata su se stessa in una ricerca introspettiva che finiva per risultare spesso monotona e poco comunicativa. In “Down the road”, invece, Morrison fa un uso eccellente di suoni “vintage” e frizzanti a base di organi Hammond, chitarre, clarinetti, sax ed armoniche (in cui è lo stesso Van a soffiare con energia) per togliersi di dosso vecchie ruggini. E canzoni come “Meet me in the Indian summer”, “All work and no play” e “Evening shadows” sono perfette nel riprodurre l’atmosfera eccitante di un fumoso club londinese primi anni ‘60, mentre “Talk is cheap”, “Choppin’ wood” e “Whatever happened to PJ Proby?” (ecco un altro idolo morrisoniano: anzi due, perché nel testo anche Scott Walker si guadagna una citazione…) recuperano bene l’anima blues e swingante del vocalist. Morrison non sarebbe lui se rinunciasse alle celebri ballate, che danno aria e respiro alla voce ancora intatta e potente: ed ecco allora servite impeccabilmente la poderosa love song “Steal my heart away”, drappeggiata di flauto, flicorno e sax tenore, il country celtico di “What makes the Irish heartbeat” (Morrison alla chitarra acustica) e l’evergreen “Georgia on my mind” (ineccepibile, ma avremmo ascoltato più volentieri una scelta meno scontata). Che dire? Da trentacinque anni almeno Van insegue una sua “beautiful vision” che elabora le musiche della tradizione – il jazz, il blues, il country, l’r&b – per raggiungere un ideale di perfezione estetica che vuole anche indurre all’armonia dello spirito (quella stessa armonia e serenità che Morrison ha faticato assai, probabilmente, a trovare nella vita privata). Non scalcia più come sul palco dell’ “ultimo valzer” della Band (riproposto in versione deluxe in questi giorni: ne parleremo presto), non sfodera più il ruggito di “Listen to the lion”, ma il vecchio George Ivan sa ancora farsi perdonare per il caratteraccio e i dischi buttati fuori, ogni tanto, senza troppa convinzione. Come gli altri grandi vecchi a lui coetanei – i Dylan e i Tom Waits, i Cohen e i Randy Newman – sa ancora graffiare l’anima e far drizzare le orecchie, quando vuole. Come si fa a resistergli, se anche la sua canzone la si è ascoltata cento volte prima d’ora?
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14/12/2005 13:23 - VAN MORRISON
Down The Road
[Universal]
Il cowboy Di Belfast seduce ed ammalia ...
VAN MORRISON Down The Road [Universal] Il cowboy Di Belfast seduce ed ammalia come Jessica Rabbit. Genere: soul britannico Produttori: non indicato Brano migliore: Only A Dream Ha il suono di: Sam Cooke Voto: **** Recensito il: 05/02 Per recensire questo nuovo album di Van Morrison avrei potuto rispolverare gli scritti sui suoi lavori precedenti. Sempre uguale e sempre diverso, questa è la caratteristica peculiare di Van The Man, che ripropone quasi in loop la sua musica senza riuscire a stancare. Forse è questo il suo fine. Quando ci riuscirà, chiuderà bottega. Down The Road è il più classico dei dischi di Van Morrison, soul irlandese con violini e qualche jingle, tanto per ribadirne la provenienza. Canzoni che si avvolgono su se stesse come sciarpe intorno al collo, scaldano senza ingombrare, con interpretazione antica e pathos crepuscolare. Quasi da spogliarello la versione bluesy di Georgia “On My Mind”, mentre in “Evening Shadows” fa la sua comparsa il clarinetto di Alker Bilk, jazzista inglese autore del brano.
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14/12/2005 13:23 - VAN MORRISON Down the road
Irrequietezza e scontrosità. Ieri approdava ...
VAN MORRISON Down the road Irrequietezza e scontrosità. Ieri approdava alla Virgin. Oggi torna alla Polydor. E' sempre Van Morrison, ma alla fine qualcosa in tutta questa agitazione contrattuale fatalmente si perde. Down the road non ha i il misticismo pop folk di Back on top, né la gioiosa atmosfera revivalistica delle Skiffle sessions. E' una via di mezzo. Il vecchio Ivan sembra essere rimpiombato in uno di quei momenti di nostalgia strumentistica che quasi lo "costringono" a preferire atmosfere d'annata, con l'organo a farla da padrone, come se in lui ancora vibrasse, inattaccabile, più lo spirito di St. Dominics preview che l'illuminazione di Poetic championship compose o della recente The phillosopher stone. Non è uno dei suoi dischi più ispirati, Down the road. E' affettuoso, ma non così intenso. Ha delle belle aperture, ma forse è un po' troppo monocorde e, paradossalmente, un po' troppo blues. Morrison ci ha abituato a saperlo capace di spinte inaudite. Spinte che nel corso degli anni si sono rivelate straordinarie soprattutto quando l'artista è riuscito a fortificare le sue melodie con una specie di magica indolenza pop quasi di abbandono alla leggerezza e all'estasi (da Rave on John Donne a Someone like you a It must be you). La title track sembra una canzone uscita da metà anni Settanta, gli anni americani di Van Morrison. Il resto sa più di Belfast. Ma per uno come lui Down the road è solo eccellente routine.
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14/12/2005 13:23 - Van Morrison - What's Wrong With This Picture? - Blue ...
Van Morrison - What's Wrong With This Picture? - Blue Note/Emi Il suo aspetto con gli anni sarà anche cambiato al punto da suggerirgli una risposta come "io non sono più quella persona" alla domanda del titolo, ma certo è che dovrà ancora passarne di tempo prima che la voce di Van Morrison tradisca il più leggero appannamento. Van "The Man" del resto non ha mai avuto dubbi sulla direzione da dare alla sua musica e forse è proprio tale sicurezza ad averlo messo al riparo da inopinate e clamorose cadute di tono o di stile. Piuttosto il rischio al quale ogni suo nuovo appuntamento discografico va incontro è di oscurare il lavoro che l'ha preceduto e di creare ulteriore imbarazzo a chi si incaricherà di compilare la sua prossima antologia personale. Quale criterio potrà mai escludervi infatti brani autografi come quello del titolo, Whinin Boy Moan, Too Many Myths, Meaning Of Loneliness, Once In A Blue Moon e Little Village? Per non dire ancora delle riletture dei classici Stop Drinking di Sam 'Lightning' Hopkins e Saint James Infirmary che s’è voluto concedere nella presente occasione? E a discapito poi di quali altri gioielli del suo sconfinato repertorio passato? Per fare davvero notizia, insomma, bisognerebbe che "Il mostro di Belfast" si decidesse una buona volta a mettere la sua firma su un disco meno che impeccabile. Prima però dovrebbe forse interrogarsi su che cosa non va nella sua musica ed è assai improbabile che arrivi mai a porsi una domanda del genere. SUONA: 13.05 e 14/05 Conservatorio Milano; - Info: Barley Arts Promotions - 02/76113055 - Via Carlo Poma 132 - 20129 Milano www.barleyarts.com















































































































































































































