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14/12/2005 13:23 - Gallon Drunk Black Milk Self
Non può ...
Gallon Drunk Black Milk Self Non può che renderci felici il ritorno sulle scene dei Gallon Drunk la band di Camden Town (Londra) che all’inizio degli anni novanta sembrava essere destinata a raccogliere l’eredità dei Birthday Party e dei Cramps per come riusciva a far convivere il distorto blues dei primi con l’anfetaminico e malato rock’n’roll dei secondi. Dopo una ottima raccolta di singoli (Tonite the Singles Bar) e l’oscuro album From The Heart of Town, i Gallon Drunk avevano realizzato un opaco secondo album (You, the Night and The Music) all’insegna di una notevole normalizzazione del loro suono. Il relativo insuccesso del nuovo corso li aveva accompagnati nel dimenticatoio della seconda metà degli anni novanta. Ora con il nuovo millennio ecco tornare il gruppo di James Johnston (ormai sempre più unico titolare del progetto) nell’occasione della colonna sonora del film Black Milk, pellicola britannica in uscita in questi giorni sugli schermi europei. La musica risente un po’ del fine per cui è stata composta ma credo che pochi altri gruppi si prestino ad atmosfere filmiche, specie se uun po’ noir, meglio dei Gallon Drunk. Apre la danze la stupenda Black Milk Theme, seguita dall’incalzante Hurricane. Altri brani da segnalare sono sicuramente The Funeral e la minacciosa (un po’ alla Barry Adamson a dire il vero) Blood Is Red. In definitiva un ottimo seganle di vita per i Gallon Drunk, mentre attendiamo un “vero” album per questa piccola, grande cult band inglese.
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14/12/2005 13:23 - GALLON DRUNK Black Milk Original Soundtrack
Non sappiamo perché si sono ...
GALLON DRUNK Black Milk Original Soundtrack Non sappiamo perché si sono sentiti espropriati del loro immaginario da un certo Jon Spencer o perché le colonne sonore da sempre sono viste dagli artisti come luogo ideale per sperimentare qualcosa di nuovo, fatto sta che al sesto disco si intravede qualche cambiamento nei Gallon Drunk. A pensarci bene, i quattro anni di pausa, presi dopo aver inciso la bellezza di cinque dischi nei primi quattro anni di vita, dovevano far pensare che le musiche ideate per accompagnare il nuovo film del greco Nicholas Triandafyllidis avrebbero riservato qualche sorpresa. E infatti il tema principale, posto in apertura, spiazza subito con quel drumming secco e rapido vicino agli ultimi U2, prima che lo stupore aumenti di fronte a strumentali come il funk-rock secondo Gillespie di Blood Is Red e soprattutto il super-goth tastierato di The Furseral, ossia quello che gli Air avrebbero tanto voluto scrivere per The Virgin Suicides. Non che Johnston e compagnia dimentichino del tutto gli antichi amori, visto che Can You Feel It è una versione appena più moderna della stonesiana Can You Hear Me Knocking (assolo di sax compreso), ma in generale sono stati accantonati latrati etilici e suoni grezzi in favore di arrangiamenti più moderni e, oserei dire, leccati. Resta un po' di nostalgia per quei bastardi caveiani di From the Heart of Town, sregolati al punto di mollare un cliché appena prima di raccoglierne i frutti, ma questo, se vogliamo, non fa che ribadire che, se di svolta si tratta, la direzione intrapresa non è quella del compromesso: questa parola i quattro di Camden Town non la conoscono proprio.
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14/12/2005 13:23 - GALLON DRUNK Fire Music
Per chi li avesse persi di vista, ...
GALLON DRUNK Fire Music Per chi li avesse persi di vista, i Gallon Drunk avevano pubblicato il loro ultimo album (in realtà colonna sonora di un film greco), Black Milk, nel 2000, a distanza di quattro anni dal precedente: una carriera incerta, dunque, e con continui cambi di formazione. Ebbene, i nostri sono vivi e vegeti e il nuovo e sesto lavoro, Fire music, lo dimostra eloquentemente. Precisiamo subito che sono ormai lontani i tempi in cui i Gallon Drunk si lanciavano in scorribande sonore sgangherate e tribali, ispirandosi al suono malato di Birthday Party, Cramps, Scientists. Qui siamo in presenza di un gruppo che gioca con il lato torbido e oscuro dell'essere umano: anche quando i ritmi si fanno più incalzanti, rimane sempre una vena sottilmente romantica, dark, notturna, con la tipica voce suadente, malinconica e inquieta di James Johnston (molto simile a quella di Nick Cave), i suoi magistrali contrappunti pianistici, i sensuali ricami della sezione fiati (Terry Edwards), il pulsare funky di batteria e percussioni (Ian White) e le linee "fluide" di basso (Jeremy Cottingham). La band londinese ha realizzato un lavoro maturo e ispirato, le cui diverse influenze (funk-rock, soul, jazz, gospel, psichedelia) vengono distillate in dieci episodi molto d'atmosfera, in cui il gruppo, pur rinunciando all'ispirazione selvaggia degli esordi, non manca di calore e intensa espressività: il nervoso funk-rock di Out of sight e Everything alright, la morbida ballata rollingstoniana Things will change, la cover di Bob Dylan Series of dreams e soprattutto la vera perla del disco, Forget all that you know, splendido crescendo di otto minuti e mezzo di pura psichedelia soul/funk/rock.


















































































































