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14/12/2005 13:23 - ENRICO RUGGERI L'uomo che vola
Ci sono campioni che si dimostrano ...
ENRICO RUGGERI L'uomo che vola Ci sono campioni che si dimostrano tali anche nel rispetto per gli umili e i comprimari, Eddy Merckx no, lui era il cannibale, divoratore di ogni tappa e traguardo Felice Gimondi ebbe la sventura di incontrarlo e il suo grande talento sportivo dovette subire negli anni '70 numerose umiliazioni. Proprio a questo famoso scontro è tornato Enrico Ruggeri per riavviare, a due anni da "L'isola dei tesori", il suo percorso musicale, perché, quando ha bisogno di sensazioni forti deve tornare ai momenti epici vissuti da ragazzo. Ma anche perché ogni tanto lo assale la nostalgia per un'epoca in cui gli Ettore e gli Achille, esistevano mentre oggi sono i personaggi "leggeri", a dominare "L'uomo che vola", nuovo cd di Ruggeri, si apre proprio con "Gimondi e il cannibale", diventato sigla del Giro 2000. Poi si incontrano le passioni per glam e hard rock alla Reed e Bowie ("E se l'amore fosse questo?, Avarizia, Invidia, Ira") e uno spiccato talento melodico ("Messaggio dal K2" e "Arrivederci") che gli hanno fruttato l'appellativo di cantautore hard-pop. L'album recupera atmosfere anni '70 mischiandole con un gusto melo che fa a botte con la voce aspra e profonda. E non manca un'incursione nell'animo femminile ("Le ragazze di 40 anni"), uno dei brani più intensi. Ma nel disco c'è anche un Ruggeri inedito che vuole far sentire il disagio di vivere in un'epoca dominata da volgarità e assenza di sogni. Di qui nascono come "L'autocritica" e la bizzarra suite finale del disco ("Le sette sorelle") dedicata ai sette peccati capitali da cui viene ironicamente fuori che in fondo rispetto ai commerci di crack, alla violenza senza limiti, al rampantismo cinico di oggi, quelli "capitali" erano peccatucci.
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14/12/2005 13:23 - ANRICO RUGGERI
Chi è oggi Enrico Ruggeri? «Un cane sciolto, che ...
ANRICO RUGGERI Chi è oggi Enrico Ruggeri? «Un cane sciolto, che ha a che fare un po' con tutti ma che non si sente uguale a nessuno. Uno che ha vinto Sanremo ma che ha fatto anche collezione di ultimi posti e di premi della critica. Nessuno può dire "Ruggeri è questo". Io da parte mia, non mi riconosco in alcun genere. Mi sento un decatleta della canzone». Più passa il tempo, più Ruggeri sembra voler prendere le distanze da quel soffocante gioco di ruoli che regola il mondo della discografia. Il suo nuovo album, "L'Isola Dei Tesori", è solo l'ultima testimonianza della volontà di vivere il proprio ruolo di musicista senza particolari tensioni. La scelta di riprendere in mano brani originariamente affidati ad altri cantanti non nasce certo da spiriti di rivalsa o da frustranti competizioni: «L'unica chiave di lettura possibile per questo disco è quella del divertimento. Non voleva certo mettere in piedi una gara con gli interpreti precedenti. E' un disco fatto in totale libertà, concepito anche per soddisfare tutte quelle persone che alla fine di ogni concerto mi chiedevano vecchi brani. La mia posizione è senza dubbio quella di un privilegiato. So che difficilmente riuscirò a fare un disco da un milione di copie, ma so anche che non sparirò facilmente dalla circolazione». Quello di Ruggeri è davvero un caso anomalo. Con la sua passione per il punk e la new wave e la sua capacità di scrivere testi carichi di sentimento e di malinconia, Ruggeri, nei caotici anni Ottanta, ha rappresentato il punto d'incontro tra due generazioni di cantautori, regalando una veste moderna ed attuale a uno stile ancora legato alla tradizione degli anni Sessanta e Settanta. Alla stregua di Eugenio Finardi, Ruggeri ha incarnato il prototipo del cantautore rock, riuscendo a far convivere ritmo e melodia. Quando parla dei suoi esordi, alla fine degli anni Settanta, Ruggeri ha uno sguardo disincantato: «Rispetto ai miei inizi, oggi le cose sono meno delineate. I generi, le sonorità, gli stili confluiscono gli uni negli altri, si mischiano, si sovrappongono. In teoria, le cose dovrebbero andare meglio, anche se ho l'impressione che molti facciano i furbi e approfittino di questa elasticità. I dischi italiani spesso suonano uguali perché vengono registrati dagli stessi turnisti, ma forse il vero problema è che impera il terrore di non vendere». Con il passare degli anni, il cantautore milanese ha lasciato sempre più spazio alle sue passioni giovanili, citando a più riprese gli artisti che maggiormente lo hanno influenzato: «In questo disco è facile individuare una serie di citazioni che riportano direttamente ai miei idoli. In Anyway, ad esempio, c'è un piccolo omaggio ai Beatles, mentre ne I Dubbi Dell'Amore gli esperti di glam-rock riconosceranno la citazione di Judy Teen dei Cockney Rebel. In Anna E Il Freddo Che Fa abbiamo ripreso l'intro di Baba O'Riley degli Who. Ai Cockney Rebel ci tengo moltissimo, perché insieme ai Mott The Hoople restano, a mio avviso, i gruppi più sottovalutati degli ultimi decenni. A loro si sono ispirati moltissimi artisti, ma sono in pochi ad ammetterlo. Mi fa molto piacere poter parlare di questi musicisti: in fondo, a questo punto della mia carriera, il mio ruolo è anche quello del divulgatore. Il punk e la new wave spesso sottovalutati da certa critica (specie in Italia), hanno influenzato moltissimo, e le citazioni, poi, fanno parte del gioco. Il rock, per la sua stessa struttura, vive di corsi e ricorsi. Ci sono pochi personaggi che in Italia possono dire di avere realmente inventato qualcosa di nuovo. Forse De André e Battisti, ma sono due geni e due casi linite».
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14/12/2005 13:23 - ENRICO RUGGERI La Vie En Rouge
Quella volta, poco prima che ...
ENRICO RUGGERI La Vie En Rouge Quella volta, poco prima che il sipario si alzasse, era già forte il sentore che sarebbe stata una serata tutta speciale: Rouge aveva rivestito le sue canzoni con nuovi arrangiamenti per originali sonorità in uno spettacolo diverso dal solito, così come diverso dal solito è questo disco che ripropone l'irripetibile magica atmosfera di quel concerto, interamente suonato dal vivo con mandolino e contrabbasso, tromba e fisarmonica, senza nessun tipo di sequenza né campionamenti. "La vie en rouge" è piacevolmente sofisticato, desideroso di regalare emozioni e concede tutto lo spazio allo chansonnier rispetto al Ruggeri che è stato punk prima di me: qui c'è poco rock, ma la sensazione che avvolge l'intero lavoro e ugualmente trasgressiva, complice ed intrigante, come sempre assai sorridente con le donne che ci piacciono così tanto. Un convinto applauso va ai suoi compagni di musica e di vita: il mitico Luigi Schiavone con la ruvida chitarra che da sempre ne condivide avventure & disavventure e la straordinaria Andrea Mirò, brava anche per aver scritto e diretto gli archi dei due inediti. Le ventiquattro canzoni di "La vie en rouge" sono molto ben suonate ed interpretate con grande passione, ma non possono interamente rappresentare il vastissimo repertorio di Ruggeri: alla fine del concerto e del disco rimane ancora la voglia di alcuni pezzi storici... ma più di cosi non so se ci consentono di fare.










































































