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14/12/2005 13:23 -
Il fatto che Moby sia lontano parente di Herman ...
Il fatto che Moby sia lontano parente di Herman Melville, l'autore di "Moby Dick", non lo mette al riparo da giudizi negativi, che lo sfiorarono in occasione della svolta chitarristica di "Animal Rights" e che lo travolgeranno dopo "I Like To Score" (MuteBMG), raccolta di suoi brani utilizzati in alcune soundtrack (ad esempio il "James Bond Theme", "First Cool Hive" dall'eccellente "Scream" di Wes Craven, "Oil 1" da "The Saint" e un paio di estratti da "Heat"). Tralasciando la dispersività dei pezzi (tracce per solo piano, l'inutile rifacimento di "Go", canzoni danzabili, altre in cui si diletta con la chitarra e la cover di "New Dawn Fades" dei Joy Division), ciò che rimprovero a Moby non è il voler cambiare, ma il voler far tutto da solo, finendo per perdere di vista l'aspetto più rilevante, ovvero la composizione di canzoni decenti!
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14/12/2005 13:23 - MOBY
Animal Rights (Mute)
C'è chi ama, come si suol dire, saltare ...
MOBY Animal Rights (Mute) C'è chi ama, come si suol dire, saltare sul carro dei vincitori e chi, cosa abbastanza rara a dir la verità, si diletta a scendervi quando si è ormai quasi prossimi all'arrivo. Moby, sicuramente, appartiene a questo secondo tipo di persone. Mettersi a suonare rock, dopo un passato da manipolatore techno, nell'anno della definitiva consacrazione della Q-Base di Prodigy, Underworld, Aphex Twin e compagnia cantante, non è sicuramente una di quelle decisioni che, per così dire, passano inosservate. "Quasi tutta la musica che mi ha inspirato lo scorso anno è stata la musica rock. Oggi come oggi la dance-music non ha lo stesso spirito che aveva cinque anni fa e,invece, con i dischi di Smashing Pumpkins e Hole ho riscoperto un certo tipo di emotività e di spiritualità che voglio facciano parte della mia vita.....voglio collegarmi a qualcosa di umano". Questo era il Moby-pensiero un anno fa in cui il musicista preannunciava sia i futuri sviluppi dei suoi live-show (pubblico in extasi che si aspettava di danzare e che si è poi ritrovato a pogare, vista la musica) e sia l'uscita di materiale "suonato" anzichè campionato. E quindi, dopo qualche mese, è arrivato questo Animal Rights che, per la verità, qualche scheggia di passato (o dovremmo dire di retrofuturo) la contiene pure visto che, sebbene solo nella edizione limitata, vi è incluso un secondo cd con ben nove bonus-track dal gusto ambient in cui mancano del tutto le chitarre e i ritmi tirati. Il resto, ovvero l'album vero e proprio, suona molto duro, con sprazzi di cyber-metal alla Ministry e lancinanti schegge hardcore che ti assalgono per quasi tutta la durata del cd, tranne che in un paio di strumentali con tanto di piano ed archi. Insomma, a conti fatti, meglio prima o dopo? Certamente è molto difficile se non impossibile comparare due generi, due modi di fare musica così differenti e così culturarmente distanti. Voi che ne dite? L'unica cosa certa, però, a mio modesto parere, è che l'abiltà provocatoria di un personaggio del genere merita sicuramente un plauso e un'attenzione particolare. Al di là di tutto, magari anche della musica.
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14/12/2005 13:23 - MOBY "I Like To Score". Guru dei nuovi suoni, "reo" ...
MOBY "I Like To Score". Guru dei nuovi suoni, "reo" di aver recentemente dichiarato di essere un cultore della pornografia, Moby è l'americano della musica moderna più vicino alla figura (molto ideale) dell'europeo riformista, sensibile all'avanguardia ma per nulla contrario, se le condizioni lo richiedono, a considerare avanguardia un canto simil-gregoriano come Novio, composto per la colonna sonora del film Double Tap. Disco infernale, questo di Moby. Denuncia la scoperta di un amore, quello per le colonne sonore, ma non spiega I'indirizzo che Moby ha scelto per manifestare il suo nuovo, vigoroso e rivoluzionario sentimento. C'è dell'ambient salutare, ma non troppo originale. C'è una rielaborazione del tema che Badalamenti e Lynch scrissero "in onore" di Laura Palmer, l'eroina viva/morta di Twin Peaks. C'è l'ennesima rilettura del James Bond Theme di Monty Norman (mai stato così tanto di moda) che molti ancora attribuiscono a John Barry che invece ne fu soltanto il primo e più famoso orchestratore. E ci sono vecchie apparizioni che Richard Hall (questo il vero nome di Moby, che fu così soprannominato da ragazzo in quanto bis-bisnipote di Herman Melville) ha già collezionato per i soundtrack del Santo e di Heat. C'è infine un mucchio di progetti sonori già messi in cantiere per film ancora da venire (Cool World, Space Water Onion), degna compagnia di un disco di temi da cinema inafferrabili e vaghi, quasi che non avessero nulla a che fare con le pellicole in questione, o che queste pellicole fossero immaginarie, stile Passengers. Disco generato da una fondamentale provocazione artisticamente accettabile ma professionalmente insostenibile. Dice infatti Moby: "La cosa divertente a proposito di questo album è che, in realtà, non vado poi così spesso al cinema e non ascolto mai musica da film". La stravaganza non manca, dunque, ma non può essere altrimenti. Del resto il ragazzo ammette candidamente: "Che volete farci se mia madre prendeva acidi mentre era incinta di me?".
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14/12/2005 13:23 - MOBY - NATURAL BLUES (MUTE) '12
Con pirotecnica precisione, ad oltre ...
MOBY - NATURAL BLUES (MUTE) '12 Con pirotecnica precisione, ad oltre un anno dall'uscita dell'album "Play" continua a sfornare singoli vincenti. A noi ha un pò stufato, però è indubbiamente un classico. Sono anni che fà le stesse cose, ma le fà maledettamente bene. Un campione vocale, un groove sporco, un giro di piano, le solite quattro cose. Anche quì, probabile che ora abbia il successo che merita visto che a forza di sentire i soliti elementi sono entrati nel cervello della gente. Infatti stò "Natural Blues" è maledettamente uguale al singolo precedente. Unica distinzione il video: se prima era un cartone animato ora è un ospizio dove l'angelo di carità è interpretato da Cristina Ricci. Ullalà!
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14/12/2005 13:23 - MOBY
Play
Moby farà discutere, sempre: per la sua aristocratica solitudine a ...
MOBY Play Moby farà discutere, sempre: per la sua aristocratica solitudine a fronte di un'indole giocosa, per il suo stile trasgressivo opposto ad una sensibilità popolare, per il suo disinteresse della critica accanto ad una puntigliosa affermazione delle proprie emozioni. E' la sua forza: straordinaria e travolgente, così dispotica che a lui per primo non permette distrazioni. Tant'è vero che nella sua pur lunga carriera, a dispetto delle numerose pubblicazioni discografiche, solo due volte Moby ha riconosciuto la dignità di album ai suoi lavori, ovvero "Everything Is Wrongh" (1995) e "Animal Rights" (1996): due in poco più di un anno, due in otto anni, fino ad ora. Già per questo "Play" è un album importante: per la prima volta in tre anni Moby ha lavorato su un intero gruppo di canzoni, cercando di seguire la lunga traccia dell'ispirazione da un luogo all'altro della sua mente. "Honey" è stato il punto di partenza, splendido honky tonk dello scorso settembre: dopo la piena rave, dopo il ritorno dell'istinto rocker, dopo l'affascinante mondo della celluloide, è la volta del gusto essenziale del blues, ribadito da "Run On", seconda ghiotta anticipazione dell'album. Gente comune di chissà quali posti d'America tanto tempo fa cantava già le canzoni di Moby: la scintilla sta nelle registrazioni per cui Alan Lomax e suo figlio hanno speso una vita, il fuoco è divampato a ottanta anni di distanza! "Find My Baby", il lamento di "Why Does My Heart Feel So Bad?", l'anthem "Natural Blues": quelle voci antiche si levano sull'aria calda ed elettrica che viene dal Sud, quasi fossero dischi degli Allman Brothers o dei Little Feat diventati radioattivi. Quando Moby prende il microfono, la sua indole è ugualmente accorata: la fragile tristezza di "Porcelain", la prepotenza di "Body Rock", l'attrazione fatale di "If Things Were Perfect", la cruda sensualità di "The Sky Is Broken" schizzano fuori dai solchi. Sembra che le canzoni non possano aspettare, sempre gestite con urgenza e immediatezza: un arpeggio di chitarra seduto ai piedi del letto basta per creare "Everloving" la grande ballata, "Guitar, Flute And Strings" l'approdo dell'anima. Specchi house, arie d'orchestra, schegge scratch, sciabolate punk, movenze hip hop, nebbie ambient, bagliori soul: non manca niente, neanche questa volta, e se proprio volete aggiornare le definizioni, aggiungete big beats quanto basta. Anche se lui non se ne cura, riascoltate i dischi passati, scoprirete che Moby è l'archetipo dei big beats: "Play' shut up and listen".
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14/12/2005 13:23 - MOBY - SOUTH SIDE (CDS),USA
>Il nuovo Re Mida della musica ...
MOBY - SOUTH SIDE (CDS),USA >Il nuovo Re Mida della musica mondiale ha appena declinato (giustamente) la produzione dell'album dei riformati New Order. Il fatto è, che è ancora impegnato nella promozione dell'album "Play"! Stà diventando una barzelletta: uscito oltre due anni fà stà ancora tirando da bestia! Questo dovrebbe essere il decimo singolo estratto e, tanto per movimentare un pò le acque, la fà ricantare dalla melliflua Gwen Stefani (ex-No Doubt). L'idea prima era di pubblicarlo pel solo mercato americano. L'ovvia considerazione è che colonia siamo e colonia resteremo!
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14/12/2005 13:23 - RJ (MOBY's Dj)
Rj si è imposto conquistando il titolo di ...
RJ (MOBY's Dj) Rj si è imposto conquistando il titolo di World Champion nel concorso internazionale per dj’s promosso dalla Technics; ha prodotto e remixato brani per Moby, Lauryn Hill, Grooverider e Norman Jay; da oltre due anni si esibisce prima, durante e dopo i concerti di Moby e lo scorso 1° settembre ha introdotto e concluso lo show del Slane Castle (Dublino) degli U2.
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14/12/2005 13:23 - MOBY 18
Cerchiamo di essere logici. Perchè tutto ciò che Moby ...
MOBY 18 Cerchiamo di essere logici. Perchè tutto ciò che Moby fa e dice ci sembra sempre una noia mortale? Ci sta forse antipatico? No davvero, nonostante alcune sue non esattamente illuminate dichiarazioni post-11 settembre. Prendiamo ad esempio il pezzo di apertura, We're All Made Of Stars: una canzonetta sub-Bowie periodo berlinese che se anzichè Moby l'avessero incisa dei Tiga & Zintherius qualunque avrebbe ovviamente tutto il nostro supporto ("pensate amici, un recupero cheap del Bowie berlinese!"). Il punto è: se l'avessero incisa dei Tiga & Zintherius qualunque non sarebbe diventata "obbligatoriamente" quella hit da prime-time radiotelevisivo che invece è - brevemente - stata. Alle cose "piccole" si concede di essere imperfette, a quelle "grandi" si richiede per lo meno di rispettare le regole della loro grandeur. E qui probabilmente risiede il nocciolo di Moby: divenuto una "star" per caso, senza cercarlo (di questo gli va ampiamente dato atto). Il disastro l'hanno fatto gli altri, i salotti mondani persi a sperticarsi su "Moby, ah che raffinato genio, ah che sensibilità". Moby NON è un genio. I David Byrne & Brian Eno di My House In The Bush Of Ghosts erano dei geni. Il Fatboy Slim di Praise You era un genio. Moby su Play ha azzeccato un paio di campioni giusti al momento giusto: bravissimo, ma allora cosa dovremmo dire di un Dj Shadow (che però ha il "difetto" di essere oscurantista fino alla paranoia)? Moby, che è tutt'altro che stupido e che ha una conoscenza della musica da sincero appassionato, fa quello che può come sempre ha fatto. Anche dentro 18 - che per il 75% è perfettamente indistinguibi1e dal suo antesignano Play - si ritaglia due o tre spazi "curiosi" come In This World (piano-house trasformata in una scivolante nenia soul), Jam For The Ladies (buffo hip-hop alla maniera dei primi Jungle Brothers) e One Of These Mornings (elegiaca, altro momento "bowiano"). Non abbastanza, ci sembra, per spegnere le polemiche su questo articolo 18.
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14/12/2005 13:23 - MOBY 18
Diciamolo subito: perché Moby, "il piccolo idiota", come lo ...
MOBY 18 Diciamolo subito: perché Moby, "il piccolo idiota", come lo chiamano i suoi fans, sia diventato l'artista più cool dei giorni nostri rimane un mistero. O, se preferite, il segno emblematico di come i tempi e la sensibilità del pubblico siano cambiati. Piccolo, bianco, calvo e «con una autostima prossima allo zero», come confessa in "Replay", la sua biografia appena pubblicata da Arcana, non si può certo dire che incarni lo stereotipo del divo pop dall'ego ipertrofico. Eppure è proprio questo ex dj americano timido e impacciato, ad aver trasformato la dance da genere per cultori in una sorta di blues del terzo millennio apprezzato sia dagli intellettuali del pop che dagli ultrà della techno. Lo dimostrano i dieci milioni di copie vendute da "Play", il suo album del '99, ancor oggi in assoluto il più gettonato da spot e colonne sonore. E la febbricitante attesa che suscita l'uscita di "18", il nuovo album, nei negozi dal 13 maggio, di cui Mtv ha cominciato a trasmettere il video tratto dal singolo "We Are All Made of Stars", pieno di stelle, da Penelope Cruz, a Dave Navarro a Tommy Lee Jones, come il cielo di Hollywood a mezzanotte. Ma questa è l'unica concessione di Moby a un vezzo da tipica rockstar. Per il resto Richard Melville Hall (Moby è il soprannome che gli affibbiarono i genitori in omaggio alla balena di Herman Melville, loro illustre antenato) continua a fare la vita di sempre. Stesso piccolo appartamento a Soho, stesso guardaroba - due paia di jeans, t-shirt e scarpe da tennis sdrucite - stessi amici. Anche perché, ammette: «Vendere dieci milioni di dischi non cambia il tuo stato emotivo». Così come continua a spulciare negli archivi della fondazione Alan Lomax il leggendario etnomusicologo, pioniere della registrazione sul campo, alla ricerca della perfetta voce nera da rivestire di ritmi techno, effetti sonori, diavolerie elettroniche e quant'altro. Fedele alla formula di "Play", il capolavoro post-moderno di cui sopra, un disco carico di misteriosa malinconia e al tempo stesso di un'energia sorprendente e contagiosa, basta pensare a "Why Does My Heart Feels So Bad" o a "Natural Blues". Sarà perché è nato ad Harlem, ma anche questa volta sono delle stupende voci nere blues, soul o gospel, campionate o appositamente registrate, a stabilire la cifra stilistica del nuovo album "18". Un disco che lo stesso Moby definisce consolatorio: «Perché dopo la tragedia, la gente ha bisogno soprattutto di conforto, di emozioni, di calore umano. E da questo punto di vista, non ci sono altri generi che mi diano maggior soddisfazione della vecchia soul music e del rhythm 'n'blues di trenta, quarant'anni fa». Tutti i brani sono stati composti da Moby prima della tragedia dell'11 settembre (quel giorno ha compiuto 35 anni). Come al solito ha suonato lui stesso tutti gli strumenti, interpretando anche il ruolo d'ingegnere del suono e di produttore. "We Are All Made of Stars" è un omaggio alla musica new wave che Moby ascoltava da ragazzo quando a New York intraprendeva i primi passi della sua carriera costruita su un tappeto di chitarre elettriche e sintetizzatori. «È una canzone felice. L'ho scelta come singolo perché ancora oggi, dopo tanti ascolti, continua a farmi sorridere». Ancora una volta sono le voci campionate la cellula emotiva attorno a cui ruotano le canzoni. Il procedimento non è nuovo. Ma Moby ha elevato la pratica del "sampling" ad arte, facendo dell'"appropriazione indebita" (un'accusa da cui spesso si è dovuto difendere) una colta e sofisticata filosofia di studio, capace di riconferire ad antichi blues uno scintillante appeal contemporaneo. Come un Fellini della techno. O, meglio ancora, un Woody Allen del pop. "Harbour", ad esempio, è una canzone scritta 17 anni fa da un Moby poco più che adolescente, affidata alla splendida voce di Sinead 'O Connor. L'autobiografica "The Day Before My Birthday" ripesca la leggendaria Sylvia Robinson, fondatrice della etichetta Sugarhill Records. Mentre MC Lite, talento emergente del nuovo hip hop, e Angie Stone sono protagoniste di "Jam for The Ladies", un pazzo e sensualissimo brano funk. Uno di quelli, per dirla con l'autore, «che ai dee-jay piace metter sul piatto verso le due o tre di notte per creare l'atmosfera giusta». C'è da dire che anche questa volta Moby ha fatto un uso discreto della sua voce. A parte "18", il brano composto per la chiusura dei Giochi olimpici invernali di Salt Lake City, lo ascoltiamo solo in "Signs of Love", una sorta di meditativo talkin' blues, e nella struggente, inquietante "Sleep Alone". È stata scritta, come le altre, prima dell'11 settembre, eppure, stranamente, parla di un aereo precipitato a un passo dalle Twin Towers e di fantasmi che vagano per le strade del Lower East Side. Quando l'hanno ascoltata la prima volta, i manager della Mute sono impalliditi. Non credevano che quel piccolo idiota avesse anche facoltà di premonizione.
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14/12/2005 13:23 - MOBY 18. Cerchiamo di essere logici. Perchè tutto ciò che ...
MOBY 18. Cerchiamo di essere logici. Perchè tutto ciò che Moby fa e dice ci sembra sempre una noia mortale? Ci sta forse antipatico? No davvero, nonostante alcune sue non esattamente illuminate dichiarazioni post-11 settembre. Prendiamo ad esempio il pezzo di apertura, We're All Made Of Stars: una canzonetta sub-Bowie periodo berlinese che se anzichè Moby l'avessero incisa dei Tiga & Zintherius qualunque avrebbe ovviamente tutto il nostro supporto ("pensate amici, un recupero cheap del Bowie berlinese!"). Il punto è: se l'avessero incisa dei Tiga & Zintherius qualunque non sarebbe diventata "obbligatoriamente" quella hit da prime-time radiotelevisivo che invece è - brevemente - stata. Alle cose "piccole" si concede di essere imperfette, a quelle "grandi" si richiede per lo meno di rispettare le regole della loro grandeur. E qui probabilmente risiede il nocciolo di Moby: divenuto una "star" per caso, senza cercarlo (di questo gli va ampiamente dato atto). Il disastro l'hanno fatto gli altri, i salotti mondani persi a sperticarsi su "Moby, ah che raffinato genio, ah che sensibilità". Moby NON è un genio. I David Byrne & Brian Eno di My House In The Bush Of Ghosts erano dei geni. Il Fatboy Slim di Praise You era un genio. Moby su Play ha azzeccato un paio di campioni giusti al momento giusto: bravissimo, ma allora cosa dovremmo dire di un Dj Shadow (che però ha il "difetto" di essere oscurantista fino alla paranoia)? Moby, che è tutt'altro che stupido e che ha una conoscenza della musica da sincero appassionato, fa quello che può come sempre ha fatto. Anche dentro 18 - che per il 75% è perfettamente indistinguibi1e dal suo antesignano Play - si ritaglia due o tre spazi "curiosi" come In This World (piano-house trasformata in una scivolante nenia soul), Jam For The Ladies (buffo hip-hop alla maniera dei primi Jungle Brothers) e One Of These Mornings (elegiaca, altro momento "bowiano"). Non abbastanza, ci sembra, per spegnere le polemiche su questo articolo 18. - Info: Barley Arts Promotions - 02/76113055 - Corso Plebisciti 3 - 20129 Milano info@barleyarts.com www.barleyarts.com



































































































































