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14/12/2005 13:23 - Sterophonics
Il giovane trio power rock rivendica con orgoglio le sue ...
Sterophonics Il giovane trio power rock rivendica con orgoglio le sue radici e con "Performance And Cocktails" sfida il potere del brit-pop. Sembra proprio che di questi tempi abitare in provincia stia diventando un vero e proprio asso nella manica per diversi giovani gruppi esordienti non solo italiani, ma anche stranieri. Ne sono un esempio eclatante gli Stereophonics, giovane trio power-rock di Cwmaman che - senza dover traslocare per forza in quell'ombelico del mondo chiamato Londra - è arrivato adesso a conquistare il mondo con un nuovo disco, dopo il convincente esordio di Word Gets Around. «Non abbiamo assolutamente voglia di cambiare residenza a tutti costi per avere maggiore promozione. Fino a pochi anni fa tutti andavano ad abitare a Camden Town, piuttosto che in altre zone trendy della metropoli, solo per potersi associare ad una precisa zona geografica e musicale. Noi non vogliamo mentire sulle nostre origini. Al contrario, ne siamo particolarmente fieri ed orgogliosi». In questo modo il batterista Stuart Cable tenta di giustificare il forte legame che accomuna il suo gruppo ad un piccolo villaggio sperduto nel sud del Galles. La chiacchierata avviene in una Milano come sempre frenetica e caotica, cosa che in parte mette ancora a disagio i tre musicisti ventenni che stanno promovendo il loro nuovo e folgorante album, dal titolo Performance And Cocktails. «Abitare in una città dove sei sempre informatissimo su tutte le nuove tendenze del momento non può non contaminarti, in particolare da un punto di vista musicale. Con questo non voglio affermare che non ci siano interessanti fermenti artistici in altre zone del mondo, ma vorrei caratterizzare positivamente le nostre radici senza enfatizzarle troppo. La stampa inglese è già sul piede di guerra nel tentativo di creare un vero e proprio caso, su di noi, ma non hanno ancora capito che gli Stereophonics non stanno esagerando. Perché, semplicemente, amiamo il nostro villaggio e ci sentiamo a casa solo in questo posto, nient'altro. Viviamo in una delle zone con il maggior tasso di disoccupazione, di conseguenza siamo cresciuti rimboccandoci le maniche e lavorando sodo. Continuiamo a farlo oggi come rock band, ma fino a ieri facevamo i lavori più disparati come elettricisti, pugili o cuochi. Sicuramente questa nostra semplicità emerge nella musica, ma come tutti i gruppi ci siamo formati come cover band. Ascoltando, nel nostro caso, gruppi come Kinks, Creedence, AC/DC o Led Zeppelin. Io, Kelly e Richard ci conoscevamo da una vita ed abbiamo deciso di formare un nostro gruppo esattamente come tanti altri ragazzi hanno fatto in passato e faranno in futuro». Eppure deve pur esserci qualche stimolo particolare che ha permesso a questi semplici ragazzi di periferia di diventare una delle nuove "next big band" protagonista di una versione riveduta e corretta del brit pop. Nel giro di tre anni gli Stereophonics sono diventati in Europa delle vere e proprie pop star, riuscendo contemporaneamente a convincere i teenager e la critica specializzata. Nel '98, dopo essere stati scelti dalla rivista Melody Maker come miglior gruppo esordiente, i tre musicisti hanno vinto il prestigioso premio Best New Band Award al Kerrang Awards ed hanno affrontato un intenso ed apprezzato tour americano. «Il viaggio negli Stati Uniti è stata un'esperienza talmente particolare da aver lasciato l'impronta in diversi testi di Performance And Cocktails come ad esempio Plastic California. Abbiamo suonato in piccoli spazi, e il pubblico si è divertito. Forse perchè non siamo "leccati" come tanti americani si aspettano dai gruppi europei. Inoltre sul palco ci muoviamo con maggiore sicurezza: è stata un'esperienza unica, anche perché la vera potenza delle nostre canzoni emerge favorevolmente proprio in ambito live».
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14/12/2005 13:23 - STEREOPHONICS "Just enough education to perform"
"Just enough education to perform" ...
STEREOPHONICS "Just enough education to perform" "Just enough education to perform" è il loro terzo album. Prima erano arrivati "World gets around" (1997) e "Performance and cocktails" (1999). Ma il loro leader Kelly Jones è seccato che siano circolate alcune voci sul suo futuro: «Non capisco perché si sia sparsa la notizia che starei per mollare la band. Forse tutto è nato dal mio tour solista americano. Ci tengo a precisarlo. Quel tour è una cosa. Altro è pensare di abbandonare Stuart e Richard per lanciarmi in una carriera da solista». Fin dagli esordi gli Stereophonics hanno avuto un rapporto difficile con la stampa specializzata inglese, basti pensare al fatto che la prima copertina gliela concessero solo nel tardo '98 a un anno dall'uscita di "World Gets Around" e solo perché il disco era arrivato al sesto posto delle classifiche nazionali. In realtà già dal '96, dopo essere stati votati come miglior gruppo ai Brit Awards, le radio nazionali iniziarono a passare i brani degli Stereophonics e la stampa iniziò a coccolarli, rappresentandoli come dei musicisti di provincia dal carattere triste e solitario. Arrivò così la provocazione del primo singolo "Mr. Writer", con il quale Kelly accusava giornalisti musicali di non essere capaci di dire la verità: «Non credo di dover aggiungere altro, il brano spiegava tutto», dice Jones. «Non voglio creare altro scompiglio. Avevo solo bisogno di sfogarmi e di farlo con il cuore per denunciare una situazione inaccettabile. Non solo la stampa inglese detiene un potere che non si è guadagnata per doti particolari, ma è anche capace di rovinare la carriera di un gruppo agli esordi, creando delle aspettative impossibili o semplicemente snobbandolo, come è accaduto a noi. Mi sono messo nei panni di questi giovani giornalisti che ci descrivono come persone depresse perché loro sono appena usciti dal college e credono che la musica sia solo quella degli Suede e degli Smiths. Quando guardi la top 100 dei musicisti di New Musical Express non trovi mai i nomi di Aretha Franklin o Otis Redding, anche se sono stati importanti quanto David Bowie o Morrissey, per non parlare poi di Neil Young: non è inglese e per loro non vale la pena citarlo! Per questo i ragazzi hanno una percezione così errata della musica: è colpa di certi giornalisti!». Ecco allora spiegato perché all'interno dei booklet di "Just enough...", oltre a tutti i testi degli undici brani, appaiono dei brevi commenti relativi alla nascita delle canzoni: «Meglio farlo direttamente noi, invece di lasciare campo libero alle interpretazioni altrui», commenta sarcastico. E conclude: «Per noi è vitale avere un rapporto privilegiato con i nostri fan, anche se oramai non è più possibile avere un dialogo senza intermediari mediatici. Per questo motivo siamo grandi sostenitori di Internet: creare il nosto sito ha voluto significare moltissimo. Il parere dei nostri fan è il più importante di tutti».
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14/12/2005 13:23 - Gli Stereophonics nacquero anni fà in un piccolo villaggio del ...
Gli Stereophonics nacquero anni fà in un piccolo villaggio del Sud Galles per volontà del cantante chitarrista Kelly Jones, il quale con Richard Jones (basso) e Stuart Cable (batteria) iniziò una intensa attività live nei circuiti più underground del Regno Unito. La loro fiammeggiante rock-formula davvero capace di miscelare strumenti incandescenti con melodie istantanee non rimase in ombra a lungo. Sul finire del 96 il trio, sottoposto ad un'autentica caccia da parte di numerose major, sigla un contratto discografico con V2 e pubblica nel volgere di otto mesi quattro stupendi singoli puntualmente ricompresi in questo incendiario debutto. E' musica fulgida, mirabile ed ingegnosa quella contenuta in "Word Gets Around" e le chitarre di Kelly e Richard giocano un ruolo primario, sempre poste in primo piano. Si fa strada e si consolida la sensazione piacevolissima di trovarci di fronte a tre ragazzi guidati da una feconda ed appassionata vena compositiva che sovrappone Manic Street Preachers a Super Furry Animals, Blur ad Oasis. L'ambito ipercongestionato nel quale operano non impedisce comunque agli Stereophonics, con tutti i limiti ed i rischi del caso, di compiere imprese massime. L'insinuante "Not Up To You", a mio avviso, il pezzo bomba dell'intero disco, dimostra audacia, senso ritmico avvincente ed una struggente vena melodica. Ma non scherza neppure "Traffic" che è psyche-rock di fattura pregiata magistralmente perturbato da formidabili richiami pop. L'album è un caleidoscopio ricco di eterogenee e svariate occasioni: le impennate punk di "Check My Eyelids...." si alternano alle squisite stravaganze rock che movimentano "Last Of The Big Time", ballate smaglianti condotte da una avvolgente armonica quali "Goldfish Bowl" e "Same Size Feet" producono vivaci vibrazioni emozionali, un effetto replicato da altri brani di indubbio coinvolgimento a livello epidermico come "Too Many Sandwiches". Non va dimenticata poi la presenza propizia dei singoli che hanno segnato i loro primi passi nel mondo musicale: "A Thousand Trees", rock ballad entusiasmante davvero ricca di stile e guitar-noise coinvolgente, "More Life In A Tramp Vest", compatto anthem solidamente ancorato a chitarre mobili ed urticanti e la disinvolta ed epica "Local Boy In A Photograf", davvero forte sul piano dell'impatto melodioso. In chiusura il trio esplora forme espressive vicine ad atmosfere languide e surreali durante "Billy Daveys Daughter" dove dolci fili armonici imbrigliano lunari riflessioni acustiche. "Word Gets Around" combina coraggio con spontaneità, ospita idee in quantità, affermando lucidità e intraprendenza. Ma solo il futuro dirà quanto l'immaginazione fertile espressa dagli Stereophonics nell'occasione sarà duratura. Per il momento band e debutto quasi perfetti.
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14/12/2005 13:23 - Stereophonics - Language. Sex. Violence. Other? (**) Odio i pallini ...
Stereophonics - Language. Sex. Violence. Other? (**) Odio i pallini di valutazione e l'ultima volta ne ho dato uno di troppo a You Gotta Go There To Come Back, un disco che alla lunga si è rivelato secco e poco masticabile, come invece mi era parso sulle prime. Potrei compensare levando qualcosa nel giudizio a questo nuovo album, ma finirebbe troppo male. Basta il giudizio nudo e sincero. Il quinto Stereophonics è in effetti l'opera più debole di tutto il loro catalogo, un disco non ispirato che la butta in graffi & rumore («energia», dicono loro) per nascondere le poche idee che girano. Un rock che vorrebbe essere «schietto e conciso» e finisce per suonare solo ordinario, monotono, mortificando le doti soprattutto del leader Kelly Jones, una delle più belle voci della sua generazione, che emerge dal nulla del repertorio solo nell'ultima Feel. Qualche brano paraculo potrebbe anche scalare le classifiche (Superman, Dakota); ma trattasi di perline colorate e, fatemi ricordare, questi signori non dovevano essere «i nuovi Who»? - SUONANO: 9/10 Rolling Stone Milano - INFo: Clear Channel Entertainment - Via Pietrasanta 14 - 20100 Milano - 02/530061 - 02/53006401 - 02/53006501 - 347/1040966 - www.clearchannel.it



















































































































































































































































































































































































































































































