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14/12/2005 13:23 - SUPERGRASS
"Supergrass"
Attesi ancora una volta al varco come si conviene per ...
SUPERGRASS "Supergrass" Attesi ancora una volta al varco come si conviene per i gruppi di alto rango, i Supergrass provano a rimanere se stessi facendo attenzione a non ripetersi. Operazione tutt'altro che semplice, ma nemmeno impossibile per una band che ha già saputo piazzare i suoi primi due album sui due gradini più alti delle classifiche britanniche e rimpinguato il proprio bottino di successi con una mezza dozzina di singoli entrati nei top twenty. Gioca a suo favore, dunque, il fatto che raramente un gruppo capace di tali exploit viene poi abbandonato dai propri fans e poi la buona confidenza che Gaz Coombes e soci hanno con la canzone, un'attitudine che ha trovato puntuale e prezioso conforto proprio negli eccellenti riscontri critici e commerciali fin qui ottenuti. E' così che il terzetto di Oxford può concedersi la serie di travestimenti stilistici che sfoggia in questa nuova dozzina di canzoni senza mai correre davvero il rischio di smarrire per strada la propria vera identità e mettendo anzi a segno alcuni colpi di grande effetto. Il primo è sicuramente "Pumping On Your Stereo", singolo che certamente ha raccolto meno di quello che meritava, la canzone che mancava alla colonna sonora di "Velvet Goldmine" e che il David Bowie di "Hunky Dory" avrebbe firmato senza alcuna esitazione. Un altro è "Mary", un funky ruffiano ed infingardo quasi più di "You Get What You Give", il tormentone radiotelevisivo dei New Radicals. E poi c'è "Beautiful People", persino più sfacciata nel recuperare scampoli di suoni dal baule del flash rock -Supertramp- e ancora "Jesus Came From Outer Space", una di quelle canzoni che sembrano fatte apposta per dare la mazzata finale alle folle sudate e osannanti che sono solite radunarsi sotto i loro palchi. Dove i Supergrass hanno lavorato più di fino è invece in "Moving", che mette in campo un maturo arrangiamento d'archi intorno ad una melodia "importante", in "Shotover Hill" e "Eon", che sembrano voler riaffacciare le mai sopite tentazioni beatlesiane dei tre, e in "Mama And Papa", la ballata che conclude in tutta tenerezza il programma. Un estremo tentativo di rimanere attaccati alla loro giovinezza? Più probabilmente solo un modo per spiazzare chi si affannerà a dimostrare quanto sono cresciuti dall'ultima volta.
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14/12/2005 13:23 - Supergrass "In It For The Monet"
Era il 1995 quando con ...
Supergrass "In It For The Monet" Era il 1995 quando con l'album di debutto "I Should Coco" saldamente collocato in vetta alle classifiche, e con "Alright" felicemente echeggiante da finestre aperte e da radio per tutta la Gran Bretagna, i Supergrass riuscivano a catturare con la loro esuberanza e solarità l'umore gioioso ed euforico di una eccezionalmente lunga e calda estate inglese. Due anni più tardi stessa scena, stessi protagonisti: l'estate si avvicina e il trio oxfordiano è pronto a sfornare il nuovo album "In It For The Money", in uscita a fine Aprile, che con le sue musicalità accattivanti e appetitose non mancherà di magnetizzarsi al vostro lettore CD per buona parte dei prossimi mesi. I Supergrass in un certo senso mi ricordano i Dodgy perché, come questi ultimi, sono una di quelle band che è difficile estraniare dalla voglia di evasione e svago che sole e bella stagione portano con sè. Certo questo lo sa benissimo la Parlophone che con una perfetta scelta di tempo fà uscire ai primi di Giugno il terzo singolo "Sun Hits The Sky", traccia "dall'alto potenziale commerciale" commenta scherzosamente la band stessa. In pratica ciò significa una canzone dal ritornello orecchiabile e di una vivacità gloriosamente travolgente che complici le sonorità tipicamente Who si preannuncia già un hit. A ognuno i suoi anni Settanta: ossessione del momento, a quanto pare. Quelli dei Supergrass consistono in ambientazioni glam e sonorità da preistoria dell'elettronica, genere moog e aggeggi simili. Ce se ne rende conto ascoltando l'attesissimo album nuovo del trio di Oxford, che lo ha intitolato dichiarando di esserci dentro per i soldi. E per che altro, senno?! Resta il dubbio che si tratti di una citazione dello Zappa che insieme alle Madri dell'invenzione ironizzava sui Beatles quasi trent'anni or sono... Proprio ai Beatles si rifacevano in modo trasparente gli esordienti Supergrass, come del resto buona parte dei militanti del Britpop a cui a torto o a ragione Gaz Coombes e soci furono associati d'ufficio. Ora che però è cominciata la Grande Fuga dal Britpop, ciascun protagonista tenta di reinventarsi un'identità finalmente affrancata dall'ingombrante ipoteca dei formidabili anni Sessanta. Ecco perciò i Blur scoprirsi appassionati di «bassa fedeltà made in Usa, per esempio, o appunto i Supergrass virare decisi verso il decennio seguente. I riferimenti a quella categoria del modernariato sono qui molteplici e talvolta in contrasto tra loro, ma tant'è... Late In The Day è una ballata che pare espunta dai classici del progressive psichedelico inglese, Tonight e G Song alludono in modo esplicito alla sintassi glam di Bolan, Cheapskate è introdotta da un riff di chitarra funky degno di Kool & The Gang, mentre le irruenti melodie pop di Richard III e Sue Hits The Sky vengono insidiate dal timbro spernacchiante del suddetto moog, evidente anche in It's Not Me, che dell'intero album è uno degli episodi migliori. Quanto ai Sixties, ne rimane appena qualche traccia qui e là, anzitutto nello psychopop pepperiano della già nota Going Out e tra i classici accordi di Hollow Little Reign, ballata di egregia fattura per altro. Simpatici, esuberanti e un pò confusionari, i Supergrass hanno confezionato cosi un disco piacevole ma non entusiasmante: stranamente "vecchio", considerata l'età degli autori. Prossima tappa: gli anni Ottanta?





















































































































































