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14/12/2005 13:23 - The Slits
In The Beginning (Jungle)
Ai tempi che furono (leggi ‘77, ...
The Slits In The Beginning (Jungle) Ai tempi che furono (leggi ‘77, ‘78) si andava con l’autostop - da soli ed in borghese per venir caricati su - fino alla stazione di Ancona o a Bologna, in qualcuno dei pochi negozi di dischi attrezzati per comprare ‘Rockerilla’, ‘NME’, ‘MM’ e tutto quello che si riusciva a trovare, finanze permettendo; poi si stava, durante le ore di scuola con i giornali piegati sopra le ginocchia (e ‘fanculo Anabasi e relativo bastardo professore erotomane) o sere intere stesi sul letto a leggere LETTERALMENTE TUTTO, a bersi mentalmente tutti quei nuovi gruppi così eccitanti, dieci, venti nuovi al mese; nomi strampalati, testi e dichiarazioni nichilisti e discografie magre. Tutto veniva mandato a memoria, manco si dovessero avverare le previsioni di ‘Fahrenheit 451’ da lì a due giorni. E non bastava mai. Scambio di nastri registrati, piratazioni e lavoretti serali per pagarsi nuovi dischi (oltre centomila indirizzi scritti sulle buste a 4 lire l’uno, Oé!), qualche esproprio, tanto per restare a galla di quel mare magnum di fantasia e a-dreh-na-liiiiiii-naah. Le Slits, nude e coperte di fango sulla copertina del loro primo album ‘Cut’ (‘79), fecero in un battibaleno il giro dell’ (altro) mondo, con un sound secco e tirato via, superpunk perché femminile, schiavo degli schiavi, ed aggressivo ma con al tempo stesso uno humour non alla Dickies ma più diretto e ‘politico’. Oggi le ragazze sono perse qua e là (chi vive in Jamaica, chi nei profondi States ha dato vita ad una nuova band, gli Hi-Fi, chi studia arti marziali a Londra, chi si è data al videomakin’) ma il loro sound ha influenzato decine di nuove ragazze che si sono affacciate sui palcoscenici dall’80 in poi. ‘In The Beginning’ è un album che non può mancare sugli scaffali dei vecchi no-futuristi e su quelli di chi, per ‘colpe’ anagrafiche, solo in seguito si è imbevuto di quegli anfetaminici cocktails. Un’antologia live che copre l’intero breve arco di vita della band, che va dal ‘77 all’81 ed è divisa in due parti, una più scarna e violenta (la migliore, registrata al mitico Dingwall nel ‘77) dove le ragazze mostrano i denti e l’altra (Frisco, ‘80) che racchiude l’affascinante flirt che ebbero con il dub. Fra i vari vecchi hits e le cose inedite vanno annoverati ‘Number One Enemy’, qui in due versioni, di cui una eseguita in ristrettezze strumentali e con Nina Hagen alla voce solista, una cover malferma e sensuale di ‘I Heard It Through The Grapevine’ e la title-track, con una giovanissima Neneh Cherry che si unì all’ultimo tour della band prima dello scioglimento e portò molto del suo precedente bagaglio (gli insegnamenti del patrigno Don Cherry e le esperienze con i ‘suoi’ Rip, Rig + Panic): il brano è stato preso dal concerto d’addio, catturato all’Hammersmith Palais nel dicembre dell’81. Contro il logorio moderno dei fessi giganti, il ritorno virtuale delle fessure giganti.













































































































































































































































































































































































































































































