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14/12/2005 13:23 - Los Lobos
E' difficile essere un santo in città, cantava Bruce ...
Los Lobos E' difficile essere un santo in città, cantava Bruce Springsteen anni addietro. E lo è a maggior ragione in posti come l'East Side di Los Angeles. Santi no, ma, forse, eroi è possibile. E i Los Lobos ci sono riusciti, a diventare gli eroi della minoranza etnica di origine messicana che vive nel Barrio. E non è difficile comprendere quello che Hidalgo, Perez, Rosas, Lozano e Berlin rappresentano per i chicanos di quei quartieri, di cui spesso esplorano situazioni e personaggi, usando il vocabolario della grande tradizione musicale popolare americana. Un piede nel rock'n'roll e l'altro nel blues, e, insieme, lo sforzo d'avvicinare il folk al mondo del «rock ufficiale». Le piccole e grandi cose della vita, inquadrate sullo sfondo d'una America «non ufficiale». L'America delle troppe luci che vanno via via spegnendosi. Si è detto, dei Lobos, che sono gli eredi più attendibili dei Creedence. Può essere; l'importante è che tra qualche anno ci sia qualche nuova formazione che assomigli tanto ai Los Lobos. Capace di farci pensare, ballare e sognare. Diventare, magari, la colonna sonora di tante nostre giornate. Come già i Los Lobos, appunto. A seguire, un ripasso sui loro dischi con l'invito a ricordare che le emozioni, comunque vanno vissute in diretta. «Si Se Puede» e Just Another Band Of L.A. rappresentano le primissime incisioni, e sono pochi coloro che possono vantarsi d'avergli dato un ascolto. Composti interamente da musica tradizionale messicana, questi due dischi vanno inclusi nella discografia solo a titolo informativo, visto che la loro reperibilità è pressochè nulla. AND A TIME TO DANCE (1983) 20 minuti scarsi a passeggio nell'America rock dei cinquanta, con un paio di puntate verso il Messico di Ritchie Valens, di cui è ripresa «C'mon let's go». Si balla subito coi lupi, insomma, e fra un salto e l'altro c'e modo di prender fiato col folk norteno di «Anselma» e Ay the dejo en San Antonio, acustiche e deliziose. Per il momento sono solo un'altra band di Los Angeles, ma la festa è iniziata, e fra un po' arriveranno i botti. HOW WILL THE WOLF SURVIVE? (1984) Nel suo genere un capolavoro. I Lobos affondano le mani nel serbatoio espressivo della cultura popolare del Nord e centro America, per poi fondere la ricerca in un pugno di canzoni che fanno la spola fra il Texas e il Messico, il rhythm and blues e il rock'n'roll. Prodotto da T-Bone Burnette e l'ex Blaster Steve Berlin, «How Will...» è la maniera migliore di presentarsi ad un party. E c'è pure spazio, fra il pugno blues di «Don't worry baby» e la carezza country di «Lil'king of everything», per il commento sociale di «Will the wolf survive», dove il lupo assurge a metafora e simbolo di quanto, pian piano, stà scomparendo in America. «I got loaded» e «Evangeline» scatenano irrefrenabili impulsi ballerini; «Serenata nortena» è tutta un programma già dal titolo, e se «Corrida n. I» è apparentata troppo con Casadei, non è il caso cli prendersela a male. In certi casi lo spirito conta più della lettera. By The Light Of The Moon (1987) Disco della maturità, come si dice. Più rifinito tecnicamente, «By The Light...» guadagna in profondità quello che perde in spontaneità. Un disco da cui si impara quello che gli ex ragazzi del Barrio hanno in mente, più che nel cuore. Le piccole e grandi cose della vita vengono esplorate con lucida emotività, e gli esiti migliori si registrano con le ballate, intonate con virile malinconia da uno straordinario Hidalgo. Quando il microfono passa a Rosas il suono si inasprisce, orientandosi verso un sanguigno rock-blues. C'e qualche debito da pagare (Credence e The Band), ma dopo «One time, one night» viene da pensare che i Lupi siano lì lì per superare i maestri. «Quattro ragazzini giocavano a palla nel parcheggio: un predicatore, un insegnante ed un altro divenne un poliziotto. Una vettura slittò nella pioggia, rendendo un santo l'ultimo ragazzino rimasto...». In «Prenda del alma» affiora l'anima folk del gruppo, mentre «My baby's gone» sputa errebì ad ogni nota e «Shakin' shakin' shakes» è rock'n'roll come dovrebbe sempre essere. «River of fools» e «Tears of Gold» raschiano le corde dell'emozione, e con «The mess we're in» siamo in zona capolavoro. La Bamba (1987) E' la colollna sonora dell'omonimo film, dedicato alla figura di Ritchie Valens, astro nascente del rock ispano-americano scomparso a soli diciassette anni nello stesso incidente aereo che privò la musica delle presenze di Buddy Holly e Big Bopper. Era il '59, una maledetta mattina di febbraio. I Los Lobos, da sempre ammiratori dello sfortunato cantante, interpretano otto canzoni, portando nei quartieri residenziali delle classifiche la rilettura di «La Bamba». Sono del disco anche Marshall Crenshaw, Brian Setzer (Stray Cats, chi li ricorda?), Bo Diddley e Howard Huntsberry, ma proprio Hidalgo e soci riescono ad offrire i momenti interpretativi più schietti e sinceri, centrando il tentativo di personalizzare il materiale trattato, senza perdere di vista lo spirito originario di canzoni bellissime come «Donna», «We belong together» e «Goodnight my love». Un omaggio, sentito e commosso, esteso da Valens a tutta la propria gente, alla propria cultura, alle proprie origini. LA PISTOLA Y EL CORAZON (1988) Idiosincrasia nei confronti del successo? Chissà. Di fatto, i Los Lobos voltano bruscamente le spalle all'opportunità di sfruttare la raggiunta notorietà dando forma ad un progetto anomalo, che spiazza critica e fans, riconsegnando la band a quella dimensione folk da cui si era eccessivamente allontanata. Nove canzoni tradizionali libere da qualsiasi eccesso formale, di rigoroso impianto acustico e straordinarie suggestioni etniche. Niente in questo disco è fatto per compiacere, nè l'incedere vivace di «La guacamaya» o «El canelo», nè le pozze di malinconia di «La pistola y el corazon» o «Estoy sentado aqui». venticinque minuti di Messico, cantati col cuore (anzi, il corazon) in mano. E mai che spiri un soffio di noia. THE NEIGHBORHOOD (1990) Esaurito lo sfogo etnico di «La Pistola...», i nostri tornano sulla strada del rock, riuscendo però ad aggirare l'ostacolo della ripetività in virtù di una scrittura che si alimenta è sostiene di intelligenza e passione. «The Neighborhood ospita le illustri presenze di John Hiatt e Levon Helm, mentre Willie Dixon cofirma «I don't understand». Di tanto in tanto fanno capolino il Bayou sound alla Creedence, un po' di Louisiana e toccanti oasi acustiche. L'atmosfera da festa paesana che talvolta si respirava nei lavori precedenti viene diluita con sapori più melanconici ed introversi. I testi reperiscono i temi più cari al gruppo, e riescono a cogliere nelle sfumature il mondo della loro gente, semplicemente ma efficacemente ritratta in deliziosi quadretti. Il lamento del violino in «Be still» è da ricordare, come pure il dolce incedere di «Emily»; «Little John of God» è da antologia nel suo tradurre un dramma in speranza. E' un album bellissimo, a cui va però dato il tempo di «crescere». E', insieme, punto d'arrivo e partenza, che il meglio è forse ancora da venire. Alla faccia di chi li voleva morti. I Lupi e il folk, le fisarmoniche e il Rock'n'Roll. Ay Anselma...
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14/12/2005 13:23 - LOS LOBOS El Cancionero Mas Y Mas
"Ladies and gentleman, questa ...
LOS LOBOS El Cancionero Mas Y Mas "Ladies and gentleman, questa sera alla chitarra vi presento Jimi Hendrix". Quando i Lobos, l'anno passato, si presentarono in Italia per promuovere This time, perfino l'accomodante Cesar Rosas capì che non c'era più nulla da fare. Allora la prese sul ridere. Cesar, il tradizionalista, ghignava mentre David Hidalgo, il genio schivo, martoriava La Bamba (o meglio, ciò che ne restava) con schitarrate taglienti e feedback assassini. Qualche fan era visibilmente disorientato. Qualcuno se ne era già andato da un po', altri applaudivano. Ma il messaggio era chiaro per tutti. Ci sono gruppi che su un solo "numero uno" nella hit parade hanno tenuto in piedi una carriera. Non i Lupi che, dopo dieci e passa anni, ripropongono La Bamba solo per destrutturarla, sporcarla, seviziarla. E ricrearla ogni volta. Quell'unico guizzo da classifica, quantomeno nella sua identità originale, è in archivio. E non solo perché con gli acciacchi della mezza età sul groppone, svariati chili di troppo e i visi segnati dal tempo, sarebbe patetco vivacchiare su riflessi di un'antica età dell'oro. Il passato è passato soprattutto perché, nel frattempo, i Lupi hanno continuato ad andare avanti. Adesso i Lobos sono cinque chicanos sulla cinquantina che non hanno perso la voglia di stupire. Un gruppo di ispanici che, per completare una panoramica su quasi 30 anni di attività, sceglie di rispolverare soul d'annata (What's going on di Marvin Gaye) insieme ad un'avvenente cowgirl (Sheryl Crow). Un gustoso spot, lungo lo spazio di una canzone, sugli effetti (benefici) dell'osmosi culturale e dell'integrazione. Quasi un manifesto, per chiudere il monumentale El Cancionero Mas Y Mas, retrospettiva sulla carriera dei Lobos pubblicata nelle settimane scorse dalla Rhino. Ottantasei canzoni, quattro dischi. Troppi per attendersi riconoscimenti dalle charts, il minimo indispensabile per rendere la varietà di un'avventura lunga e variegata. Quattro dischi che mettono in fila estratti della produzione ufficiale con outtakes, versioni alternative, demo registrazioni dal vivo, rarità, brani apparsi in colonne sonore ed in album tributo. C'è il foJk da ristorante messicano dei primi dischi (la Hollywood ha ristampato recentemente il primo introvabile Los Lobos del Este de Los Angeles con una bonus track), il country rock in bella grafia confezionato insieme a T-Bone Burnett, le canzoni della maturità di The Neighborhood e Kiko, i più recenti esperimenti di rock post-moderno con Mitchell Froom e Tchad Blake (copiloti, fra l'altro, dei Latin Playboys). C'è pure La Bamba, qui in versione ufficiale E ci sono addirittura estratti dai dischi dei side projects (Houndog, Latin Playboys, Los Super Seven), a testimoniare che i Lupi restano nel branco anche quando suonano ognuno per conto proprio. Tutto parte all'inizio dei '70. Quando giocare col folk e osare con gli accostamenti non è ancora una vezzo da inellettuali, David Hidalgo, Conrad Lozano, Louie Perez e Cesar Rosas (Steve Berlin, allora nei Blasters, si aggiungerà poi come "chicano onorario") crescono nella realtà meticcia di East L.A. Una cultura ibrida che, tradotta in musica, significa nostalgia messicana e orecchie aperte verso l'America. Suoni di serenate norteñe ma anche di rock blues, rhytm'n'blues, country Hendrix e rockabilly. Così, prima di riscoprire la filologia dei padri, i ragazzi della Garfield High School incontrano i timbri elettici del rock americano e gli echi psichedelici della Summer of Love. Solo più tardi, grazie alla cocciutaggine dell'amico Fernando Moqueda, decidono d'intraprendere un percorso a ritroso verso le radici. Assimilati rapidamente i codici, i Lupi iniziano ad accostare i suoni di padri, figli e figliocci dell'America delle Culture. Risultato: il ristorante messicano dove guadagnano qualche dollaro li licenzia, ma il mondo guadagna uno dei gruppi più interessanti ed originali dell'ultirno ventennio. Nella musica dei Lobos l'integrazione di suoni e culture è anche un messaggio: rispetto, scambio e pacifica convivenza, in opposizione a tutte l'intolleranze. Una missione sociale attualissima che i Lupi del Barrio hanno sempre vissuto mettendosi in gioco in prima persona. E che è proseguita anche quando il dramma della violenza è esploso proprio sotto i loro occhi. Sandra Rosas, moglie di Cesar, è stata uccisa nell'ottobre del '99. I Lupi, sconvolti, si sono fermati a riflettere. Poi, a neppure un anno di distanza, hanno scelto di tornare sulla strada. Tutti insieme. A fine anno saranno sul palco della House of Blues di Los Angeles mentre in studio torneranno già a primavera. Più forti del dolore, e del silenzio.
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14/12/2005 13:23 - LOS LOBOS
This Time
Tornano i lupi dopo le esperienze parallele di ...
LOS LOBOS This Time Tornano i lupi dopo le esperienze parallele di Hidalgo e Rosas. Con Colossal Head, tre anni fa, avevano lanciato una sfida ai loro fan più tradizionalisti, relegando in un cantuccio traditional messicani ed aprendosi a influenze più estese. Dopo di allora sono usciti tre album che hanno coinvolto i due membri più carismatici del gruppo. Ma se il progetto Los Super Seven (dove i due erano presenti assieme ad altri cinque musicisti) era completamente dedicato alla tradizione, sia l'album solista di Cesar Rosas, Soul Disguise, che Dose dei Latin Playboys di David Hidalgo si collocavano come prodotti di musicisti legati sì alle radici latine, ma allo stesso tempo con gli occhi ben aperti verso il rock'n'roll ed il blues. This Time, album che suggella il passaggio dalla Warner alla Hollywood Records, si pone come precisa istantanea dei Los Lobos di oggi: gli episodi latini restano una piccola percentuale ("Cumbia Raza", "Corazon", "La Playa") eppure si giovano di arrangiamenti meno integralisti, lasciando spesso il proscenio a brani dove le chitarre si fanno sporche e il sax di Steve Berlin o la fisarmonica di Hidalgo lavorano di fino in retroguardia.
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14/12/2005 13:23 - LOS LOBOS Good morning Aztlán
L'Aztlán è il luogo in ...
LOS LOBOS Good morning Aztlán L'Aztlán è il luogo in cui nacque la civiltà azteca. Poi il nome ha finito per indicare quelle terre che gli Stati Uniti strapparono al Messico dopo la guerra dei 1846. Una terra calda, l'Aztlán, di passioni forti, d'identità mescolate che Los Angeles, nella sua commistione di razze e di quartieri amalgamati malissimo, quindi alla perfezione, simboleggia almeno quanto la musica dei Los Lobos. Disco bellissimo, da frontiera psico logica, e bellissima anche la copertina dei pittore, illustratore californiano Sandow Birk, quasi in ricordo del l'opera di Neon Park. I Lobos spaziano da momenti di rock latino, rasposo e vibrante, a radure di soul music in cui la veridicità dei racconti dà ancora più lustro alle trovate melodiche (la malinconica, disperata Hearts of stone va in cerca di una tenerezza ormai svaporata). The word è un altro slancio inarrivabile in cui l'invocazione della pace comincia da una specie di neo-evangelizzazione laica effettuata porta a porta, per le strade di East L.A. E grandi i Lobos nel mambo, nel blues, persino nello sfiorare la cosmic music di Gram Parsons. Grandi come sempre. Forse anche qualcosa di più. Louis Perez ha detto: «In questo disco c'è tutto quello che ci riguarda». Vero.
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14/12/2005 13:23 - LOS LOBOS Good morning Aztlán
L'Aztlán è il luogo in ...
LOS LOBOS Good morning Aztlán L'Aztlán è il luogo in cui nacque la civiltà azteca. Poi il nome ha finito per indicare quelle terre che gli Stati Uniti strapparono al Messico dopo la guerra dei 1846. Una terra calda, l'Aztlán, di passioni forti, d'identità mescolate che Los Angeles, nella sua commistione di razze e di quartieri amalgamati malissimo, quindi alla perfezione, simboleggia almeno quanto la musica dei Los Lobos. Disco bellissimo, da frontiera psico logica, e bellissima anche la copertina dei pittore, illustratore californiano Sandow Birk, quasi in ricordo del l'opera di Neon Park. I Lobos spaziano da momenti di rock latino, rasposo e vibrante, a radure di soul music in cui la veridicità dei racconti dà ancora più lustro alle trovate melodiche (la malinconica, disperata Hearts of stone va in cerca di una tenerezza ormai svaporata). The word è un altro slancio inarrivabile in cui l'invocazione della pace comincia da una specie di neo-evangelizzazione laica effettuata porta a porta, per le strade di East L.A. E grandi i Lobos nel mambo, nel blues, persino nello sfiorare la cosmic music di Gram Parsons. Grandi come sempre. Forse anche qualcosa di più. Louis Perez ha detto: «In questo disco c'è tutto quello che ci riguarda». Vero.
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14/12/2005 13:23 - Una carriera di ben trenta anni, sempre all’insegna di un ...
Una carriera di ben trenta anni, sempre all’insegna di un melting pot musicale in cui sono confluiti rock, blues, musica latina, soul ed il più ispirato roots sound. Il nuovo album, “The Ride” è la migliore occasione per festeggiare l’importante ricorrenza ed i Lupi lo hanno fatto alla grande, registrando tredici canzoni in cui vecchi brani, opportunamente riletti, si alternano ai nuovi coinvolgendo artisti di fama mondiale. I Cafe Tacuba partecipano ad una “La Venganza De Los Pelados” in cui convivono tradizione e modernità, Little Willie G. dei Midniters si prodiga nell’accogliente soul rock di “Is This All There Is?” mentre Dave Alvin regala uno dei momenti più emozionanti dell’album, la country-ballad “Somewhere In Time” intrisa di sapori tex-mex. Bobby Womack guida la band nel sensuale funk di “Wicked Rain/Across 110th Street”.. www.loslobos.org - SUONANO: 18/7 Palabrescia - Brescia 19/7 Arena del mare - Salerno - INFO: D'ALESSANDRO & GALLI - 0584/46477 - www.dalessandroegalli.com





























































































































