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14/12/2005 13:23 - DAVID GRAY "Lost songs 95-98"
Ciò che la mala sorte ha ...
DAVID GRAY "Lost songs 95-98" Ciò che la mala sorte ha negato al cantautore di Manchester fino a un paio di anni fa, lenta ma inesorabile la buona stella restituisce. E pagando gli interessi, verrebbe da dire, una volta constatato il volume di affari mossi dalla sua ultima e più fortunata creatura. Withe Ladder a superato abbondantemente i due milioni di copie vendute, e il malinconico Gray può permettersi di rimettere mano alle canzoni perdute, quelle composte negli anni della (sua) depressione quando il caldo applauso del pubblico e le lodi unanimi della critica sembravano una chimera. Registrati in una decina di giorni nell'ottobre del '99, questi undici episodi ci consegnano l'autore completamente nudo nella dimensione acustica, a radici scoperte, in un'operazione paragonabile come giustamente osserva il periodico inglese Mogo - a quella compiuta da Springsteen all'epoca di Nebraska. Il tocco della chitarra è morbido, di chiara matrice folk, e le fonti di ispirazione - da Dylan a Billy Bragg, passando per il Mike Scott dei tempi migliori - risultano piuttosto trasparenti. Supportato con discrezione da basso e batteria, e da occasionali interventi di Diano Gray esalta qui la sua anima da crooner attraverso canzoni che appaiono sospese nel tempo come l'iniziale Flame turns blue o la dolente As I'm leaving. E sembra liberare, soprattutto, certi grumi di rabbia compressi troppo a lungo, quando la voce si fa più aspra, acidula. Sempre più drammaticamente coinvolgente.
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14/12/2005 13:23 - DAVID GRAY White Ladder
Domanda: che ci fa uno come David ...
DAVID GRAY White Ladder Domanda: che ci fa uno come David Gray nell'era del post-rock e del lounge? Risposta: un disco di canzoni (belle) come non se ne sentiva da tempo, soprattutto in terra britannica Gray infatti non intinge la sua penna nell'inchiostro sofisticato e un filino supponente a cui ci hanno ormai abituato i sudditi di Sua Maestà, preferendo sporcarsi le mani con una scrittura e soprattutto un'interpretazione più sanguigna. "White Ladder" riparte dal Van Morrison di "Astral Weeks" nella sua ricerca di un punto di congiunzione tra la malinconia nordeuropea e la freschezza del folk d'oltreoceano, aggiornandola qua e là al battito di una drum machine. Il risultato è un album che certo non aggiunge nulla di nuovo ma per una volta - e non è poco - riesce a trasmettere emomoni senza vergognarsene dall'inizio (la scorrevole Please Forgive Me) alla fine (una struggente versione di Say Hello Wave Goodbye dei Soft Cell).













































































































































































































































































































































































































































































