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14/12/2005 13:23 -
LABRADFORD + PAN AMERICAN (Blast First rec - USA/ Mute ...
LABRADFORD + PAN AMERICAN (Blast First rec - USA/ Mute rec - UK) Per i LaBradford si sono scomodati termini e 'teorie' quali il post-rock, il krautrock, l'isolazionismo, lo slo-core ed altre audaci fantasie. Ma il metodo migliore per entrare nei suoni dei Labradford potrebbe essere semplicemente quello di chiudere gli occhi e seguire le immagini, anzi, i fiumi di immagini che la loro musica inevitabilmente stimola. L'immenso spazio creato dai LaBradford può addirittura confondere e intimorire chi è abituato ad avere nella musica punti di riferimento. Dalla terra del tabacco, la Virginia, i LaBradford iniziarono come duo nel 1993: Carter Brown ai sintetizzatori e Mark Nelson alla chitarra, voci e nastri. Un primo disco, Prazision, che subito mostra le caratteristiche del suono-LaBradford, a partire dall'uso della voce che più che uno strumento narrativo assume la funzione di suono puro e astratto. Successivamente nel gruppo entra il terzo componente, Robert Donne, al basso, che segnerà in profondità il secondo lavoro 'A Stable Reference'. Accolti benissimo in Inghilterra da Stereolab, Kevin Martin (che li ospita nella fondamentale raccolta 'Isolationism') e John Peel, dove troveranno anche l'etichetta discografica, la storica Blast First, che, a partire dall'omonimo terzo lavoro, pubblicherà tutti gli altri dischi del gruppo fino a 'E Luxo So' del 1999, ultimo capitolo, per ora, della magnifica saga atemporale dei LaBradford. I LaBradford saranno preceduti dal concerto dei Pan American, progetto praticamente solista del chitarrista dei LaBradford, di cui è uscito in febbraio il secondo lavoro (360 business/360 bypass). Mark Nelson in questo caso ha trascurato la chitarra per offrire ritmi elettronici più gelidi e spigolosi.
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14/12/2005 13:23 - PAN AMERICAN 360 Business /360 Bypass (CD Mute) (ót-56:07 Dall'esordio ...
PAN AMERICAN 360 Business /360 Bypass (CD Mute) (ót-56:07 Dall'esordio sostanzialmente 'casalingo' di Mark Nelson dei Labradford sotto le mentite spoglie di Pan American - si trattava di pezzi che riassumevano una lunga sequenza di cassette e nastri registrati nel corso degli anni - a questo nuovo CD che esce per Mute/ Blast First sono passati tempo e soprattutto cose, innanzi tutto perché la 'sua' band da culto estremamente sotterraneo è diventata relativamente 'alla moda' col trend del post rock ormai fatto carne appetibile anche per un pubblico (relativamente) vasto. Questo secondo album è intatti più professionale dell'esordio, più curato e studiato; non a caso collaborano alla realizzazione ospiti come Alan Sparhawk e Mimi Parker dei Low (voci) e Rob Mazurek del Chicago Underground Duo (fiati) mentre il mixaggio è stato affidato al 'designer' Casey Rise. La scrittura resta però sostanzialmente la stessa: fantasmatiche figure dub e visioni cinematografiche immersioni dentro gorghi d'echi e risonanze (esemplare in questo senso Coastal) e aperture space. L'aspetto di più rilevante diversità rispetto all'esordio è certamente il soffuso beat da 'techno Chain Reacbon gentile' che sentiamo più volte sempre molto vicino al Thomas Koner / Porter Ricks che si rimescolava insieme agli E.A.R. di Sonic Boom; accade magnificamente in Double Rail, impreziosita per di più dalla tromba davisiana di Mazurek, e nella meno onginale K. Luminate. Palma di episodio più bizzarro va però a Code, la cui nenia vocale regala uno vertiginoso senso di post-hippismo quasi si trattasse dell'eroinomane revisione trip hop di un pezzo dei Mamas & Papas... Ma è anche il momento che più d'ogni altro ci fa avvertire la mancanza delle esalazioni terminali di Mark la cui voce negata per tutta la durata del disco resterebbe caratteristica distintiva e peculiare. A chiudere Both Ends Fixed, ancora Mazurek e un mood jazzy più rilassato che mai. Limiti? Il forte sapore di già sentito e la non eccessiva originalità delle soluzioni all'interno del già sentito. Detto questo, l'album è comunque un ascolto molto gradevole e Mark Nelson un artista destinato a farsi conoscere ben oltre i limiti dei Labradford.
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14/12/2005 13:23 - PAN AMERICAN The River That Made No Sound
Note di ...
PAN AMERICAN The River That Made No Sound Note di piano sottili e discrete che duellano con ruggenti rumori meccanici adagiati sul fondo, sentimenti fragili e tentennanti che sfidano cinica freddezza. Così si apre, splendidamente, con Plains. "The River That Made No Sound". Ma non è un nuovo Labradford, For A Running Dog torna a pulsare marcatamente dub come è tipico per il Mark Nelson solista che proprio nell'impiego fondante della ritmica trova il pertugio per trasferirsi dalle introspettive oscurità di Labradford ai più socievoli ambienti architettati come Pan American. Procedendo, Settled sembra una naturale evoluzione di Plains, con field recordings prelevati quasi certamente da banali, quotidiani rituali, Place Names non è meno meditativa, con l'incalzare del battito che scava prepotentemente dentro come un mantra pericolosamente persuasivo, in Redline si confondono echi metallici di ordinaria serialità e pulsazioni di un cuore allarmato e costretto in anguste stanze, in Raised Walk il piano passeggia tra le rovine di un loop spezzato da continue interferenze e bassi che fanno tremare, St. Cloud è il momento di maggior presa, preziosamente crepuscolare per immaginarsi esiliati in lande infrequentate col tempo scandito dal picchiettare della pioggia su una tettoia, unitamente a Right Of Return che rinnova la sensazione di trovarsi in spazi aperti con lo scorrere dell'acqua che s'offre di turbare ritmiche insistentemente ipnotiche come ossessioni.
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14/12/2005 13:23 - PAN AMERICAN The River That Made No Sound
Note di ...
PAN AMERICAN The River That Made No Sound Note di piano sottili e discrete che duellano con ruggenti rumori meccanici adagiati sul fondo, sentimenti fragili e tentennanti che sfidano cinica freddezza. Così si apre, splendidamente, con Plains. "The River That Made No Sound". Ma non è un nuovo Labradford, For A Running Dog torna a pulsare marcatamente dub come è tipico per il Mark Nelson solista che proprio nell'impiego fondante della ritmica trova il pertugio per trasferirsi dalle introspettive oscurità di Labradford ai più socievoli ambienti architettati come Pan American. Procedendo, Settled sembra una naturale evoluzione di Plains, con field recordings prelevati quasi certamente da banali, quotidiani rituali, Place Names non è meno meditativa, con l'incalzare del battito che scava prepotentemente dentro come un mantra pericolosamente persuasivo, in Redline si confondono echi metallici di ordinaria serialità e pulsazioni di un cuore allarmato e costretto in anguste stanze, in Raised Walk il piano passeggia tra le rovine di un loop spezzato da continue interferenze e bassi che fanno tremare, St. Cloud è il momento di maggior presa, preziosamente crepuscolare per immaginarsi esiliati in lande infrequentate col tempo scandito dal picchiettare della pioggia su una tettoia, unitamente a Right Of Return che rinnova la sensazione di trovarsi in spazi aperti con lo scorrere dell'acqua che s'offre di turbare ritmiche insistentemente ipnotiche come ossessioni.















































































































