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14/12/2005 13:23 - The CORAL
Holylake, suburbia di Liverpool, è l'meno luogo natio da ...
The CORAL Holylake, suburbia di Liverpool, è l'meno luogo natio da cui il frontman dei The Coral promulga il manifesto programmatico della promettente band di giovanissimi "liverpooliani" destinata a far deragliare i canoni incartapecoriti del poprock inglese. Con la loro originale e surreale sintesi di rock, pop, folk e psichedelia non hanno tardato ad aggiudicarsi la palma di miglior debutto del 2001. A Holylake le distrazioni per un mob di adolescenti infatuati del dylaniano "Nashville skylme", dei Beach Boys di "Pet Sounds", del rootsreggae di "Catch a fire", della tromba "Blue" di Miles Davis e dalle bizzarrie di Captain Beefheart, non devono essere granché. E allora "scavalchi le delizie della Playstation 2, le infatuazioni del calcio e i trabocchetti della strada e trovi ispirazione guardando fuori dalla finestra, inseguendo le onde del mare, cercando il corallo, come i vecchi pirati che solcavano gli oceani in cerca della fortuna". Antiche suggestioni, the ancient mariner meets The Band, psichedelia sixties, attacco ormonale elegante e imbevuto d'ironia. Una band di ragazzini che suonano musica destinata a non avere epigoni "per secoli", l'incontenibile Skelly dixit. Quelli che li hanno visti e sentiti dal vivo a Glasgow, lo scorso dicembre, dicono che sembrano una crew malsana di quei teppistelli che agitano i sabati notte del più importante centro portuale inglese. Ma in realtà suonano navigando a vista attraverso i canali del soul psichedelico degli anni sessanta, quello visionario di matrice morrisoniana che ricercava nelle origini degli antenati l'irrazionalità del suo presente. Si scatenano in forsennate folksongs russe, suonano chitarre ma anche ottoni, keyboards e percussioni. Abbracciano il reggae coverizzando in maniera insana "Get up" di Marley e trascinano Miles Davis a tuffarsi nell'oceano in cerca di coralli con i Beach Boys. Attaccano il passato centrifugandolo, ricordano tutti, suonano come nessuno: assolutamente originali. La natura intrinseca di questa anomala onda che si agita dai sobborghi industriali del nord, Liverpool o Leeds, indifferentemente, è contenuta nell'inconsapevole e suggestiva rivisitazione di un passato tanto atavico e de javù da risultare clamorosamente NUOVO. I The Coral, come i The Music sembrano già sentiti, citano tutti e nessuno, ti catapultano d'incanto nella Factory warroliana, e un attimo dopo sei costretto a pagate in ghinee e corone uno spettacolo itinerante di suonatori del '600.
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14/12/2005 13:23 - The CORAL
Holylake, suburbia di Liverpool, è l'meno luogo natio da ...
The CORAL Holylake, suburbia di Liverpool, è l'meno luogo natio da cui il frontman dei The Coral promulga il manifesto programmatico della promettente band di giovanissimi "liverpooliani" destinata a far deragliare i canoni incartapecoriti del poprock inglese. Con la loro originale e surreale sintesi di rock, pop, folk e psichedelia non hanno tardato ad aggiudicarsi la palma di miglior debutto del 2001. A Holylake le distrazioni per un mob di adolescenti infatuati del dylaniano "Nashville skylme", dei Beach Boys di "Pet Sounds", del rootsreggae di "Catch a fire", della tromba "Blue" di Miles Davis e dalle bizzarrie di Captain Beefheart, non devono essere granché. E allora "scavalchi le delizie della Playstation 2, le infatuazioni del calcio e i trabocchetti della strada e trovi ispirazione guardando fuori dalla finestra, inseguendo le onde del mare, cercando il corallo, come i vecchi pirati che solcavano gli oceani in cerca della fortuna". Antiche suggestioni, the ancient mariner meets The Band, psichedelia sixties, attacco ormonale elegante e imbevuto d'ironia. Una band di ragazzini che suonano musica destinata a non avere epigoni "per secoli", l'incontenibile Skelly dixit. Quelli che li hanno visti e sentiti dal vivo a Glasgow, lo scorso dicembre, dicono che sembrano una crew malsana di quei teppistelli che agitano i sabati notte del più importante centro portuale inglese. Ma in realtà suonano navigando a vista attraverso i canali del soul psichedelico degli anni sessanta, quello visionario di matrice morrisoniana che ricercava nelle origini degli antenati l'irrazionalità del suo presente. Si scatenano in forsennate folksongs russe, suonano chitarre ma anche ottoni, keyboards e percussioni. Abbracciano il reggae coverizzando in maniera insana "Get up" di Marley e trascinano Miles Davis a tuffarsi nell'oceano in cerca di coralli con i Beach Boys. Attaccano il passato centrifugandolo, ricordano tutti, suonano come nessuno: assolutamente originali. La natura intrinseca di questa anomala onda che si agita dai sobborghi industriali del nord, Liverpool o Leeds, indifferentemente, è contenuta nell'inconsapevole e suggestiva rivisitazione di un passato tanto atavico e de javù da risultare clamorosamente NUOVO. I The Coral, come i The Music sembrano già sentiti, citano tutti e nessuno, ti catapultano d'incanto nella Factory warroliana, e un attimo dopo sei costretto a pagate in ghinee e corone uno spettacolo itinerante di suonatori del '600.















































































































































