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14/12/2005 13:23 - RANCID
Provenienti dalla zona industriale di Oakland, vicino San Francisco, i
Rancid ...
RANCID Provenienti dalla zona industriale di Oakland, vicino San Francisco, i Rancid sono la tipica espressione dell'hardcore proletario anni '90. Le storie dei componenti sono segnate da una vita difficile e ai margini della società, che viene espressa in maniera sincera e diretta nella musica proposta dal gruppo. La band nasce dalle ceneri degli Operation Ivy e nel '92 dà alle stampe il primo mini, "5 Song". Il disco li mette subito in contatto con la Epitaph Records, la più importante etichetta emocore americana. Per la label, ora diventata una major, esce l'album di debutto "Rancid" (1993) che propone un interessante intreccio tra influenze punk statunitensi (Circle Jerks, Germs, Adolescents) e inglesi (Clash, Sex Pistols). Con "Lets Go" del 1994 arriva il successo su vasta scala che pone la band a capo del fenomeno neo-punk insieme a Green Day e Offspring. La consacrazione arriva con "And Out Comes The Wolves" (1995), disco a metà strada tra il punk, lo ska e reminescenze reggae. Brani come "Ruby Soho", "Time Bomb" e "Junkie Man" fanno parte ormai del repertorio classico dei Rancid. A nome Auntie Christ esce nel '97 l'album "Life Could Be A Dream", dove il bassista dei Rancid, Matt Freeman, accompagna l'avventura di un'icona del primo punk californiano: Exene Cervenka degli X.
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14/12/2005 13:23 - Rancid "Life Won't Wait"
Ci sono stati due fattori di estrema ...
Rancid "Life Won't Wait" Ci sono stati due fattori di estrema importanza, negli ultimi due anni, che hanno segnato la vita dei Rancid. Il primo è stato And Out Come The Wolves, il passaggio e la consacrazione dei Clash nella dimensione musicale del gruppo, l'abbandono (seppur parziale) dei trascorsi rigidamente punk rock e derivativi dell'esperienza Operation Ivy. Il secondo, potrà sembrare strano, ha trovato la sua espressione nella nascita della Hellcat Records, che ha visto gli stessi Rancid coinvolti direttamente e prepotentemente nel recupero di una tradizione bipolare, basata sullo ska-roots ed il punk '77. Life Won't Wait, se guardato al di la della sua immediatezza espressiva, è il passo successivo (e logico) a questi due avvenimenti. In che modo? Partiamo dai Clash e diciamo che questo nuovo lavoro rappresenta, in diversi momenti, il periodo Sandinista dei Rancid, ovvero il mood giamaicano che Tim Amstrong ha sempre conservato gelosamente nei suoi brani. Ed è un fattore consequenziale considerare questo atteggiamento come un'approccio più libero e più roots: fondamentalmente Life Won't Wait è un disco da Hellcat Records, se capite cosa voglio dire. Guardiamolo, analizziamolo attraverso le canzoni. I Rancid più classici emergono principalmente quando i ritmi aumentano velocemente, ed è il caso di Leicester Square, The Wolf, Hoover Street e Black Lung; nei frangenti ska è lo stesso approccio ska che muta: non e più quello di Time Bomb! E' soul, è reggae, è quasi Pietasters! Confrontatevi con Life Won't Wait, Hooligan, Crane First e vi accorgerete di quanto sia cambiata la loro attitudine. Una confessione: i primi ascolti di Life Won't Wait mi hanno in parte spiazzato, ma questo è un disco che cresce nel tempo, che va apprezzato per le sue sfumature. Ma soprattutto che va apprezzato per il suo coraggio. Giudicarlo in fretta sarebbe un vero delitto, anche perchè i Rancid, nel 1998, hanno raggiunto la loro piena maturità.
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14/12/2005 13:23 - Rancid "Life Won't Wait"
La 'carestia' s'è protratta forse più di ...
Rancid "Life Won't Wait" La 'carestia' s'è protratta forse più di quanto non fosse lecito prevedere, ma ventidue canzoni per un totale di oltre un'ora di musica ad alto numero di ottani è giusto quanto basta e avanza per poter dire che per i fans dei Rancid è di nuovo tempo di vacche grasse. Non che dall'uscita di "And Out Come The Wolves" lo skacore abbia patito chissà quali stenti, giacché è vero l'esatto contrario, ma certo è che il ritorno di quelli che possono ben considerarsi fra i suoi più autorevoli esponenti può dare ulteriore fiato ed energia ad una delle scene che oggi si presentano più vitali e feconde. A questo quarto album della propria carriera il quartetto californiano ha dedicato oltre un anno di lavoro, spostandosi di volta in volta da San Francisco a Los Angeles e di qui a New York, New Orleans e ancora in Giamaica e giovandosi di diverse collaborazioni degne di nota (le voci degli Hepcat in "Hoover Street") uno dei due brani registrati nella culla del reggae, quella di Dicky Barrett dei Mighty Mighty Bosstones, di Roger Miret degli Agnostic Front e dei redivivi Specials Roddy Radiation, Lynval Golding e Neville Staples, ciò che al di là dell'alto numero di canzoni riunite in questa circostanza è in grado di spiegare subito la superiore varietà di accenti e di sfumature esibita da "Life Won't Wait". Sotto lo stretto piano dello stile sono sempre il punk e lo ska a far pendere dalla loro parte il piatto della bilancia e ad indicare al gruppo le sue principali direzioni di marcia, la novità è che mai come ora i Rancid avevano manifestato l'ambizione di ripercorrere in un'unica tornata l'intera epopea di quei generi. Un po' come se i Clash e gli Specials dei tempi d'oro si fossero coalizzati per concentrare su un solo disco il meglio dei rispettivi repertori. E scusate se è poco! Il tutto legato e amalgamato da quattro musicisti sempre più compresi del loro ruolo di leader di una scena che hanno contribuito a rivitalizzare sia agendo in prima persona, sia offrendo a vecchi e nuovi alfieri di questi suoni il supporto della Hellcat Records, il marchio fondato un paio di anni fa da Tim Armstrong e Brett Gurewitz. Il futuro potrà anche essere già stato appaltato ai 'chimici' dei suoni, ma finché il presente sarà in grado di dispensare il calore e la franca attitudine di un gruppo come questo, non avremo troppa fretta di tuffarci a capofitto nel terzo millennio.
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14/12/2005 13:23 - RANCID Rancid Rancid
«Ladies and Gentlemen this is Radio Havana. Welcome ...
RANCID Rancid Rancid «Ladies and Gentlemen this is Radio Havana. Welcome to the wonderful punk show in the planet: The Rancid!» Eccoci dunque al nuovo album degli eredi dei Clash, considerati tali almeno dai ragazzini, che il punk, non per colpa loro, non l'hanno mai vissuto e non sanno neppure cos'é. "Rancid Rancid" non è poi tanto diverso dai dischi che lo hanno preceduto. C'è sicuramente da parte dei musicisti molta più scaltrezza rispetto al passato. Molta meno ingenuità. Oggi i Rancid sono diventati la Perfetta Macchina Punk. Hanno la rabbia che fu dei Clash. La forza del miglior hardcore. Un nuovo disco perfetto in quanto ad arrangiamenti e dinamica. E non parliamo dei "Fuck You" d'ordinanza e della copertina stile volantino punk anni ottanta. Ma nonostante tutto questo e la gradevolezza FM di brani come "Let Me Go", il gruppo non riesce a farci cambiare idea sul fatto che sia solo un'impeccabile IMITAZIONE di tutto ciò che il punk storicamente è stato. Un bignami tanto perfetto quanto stucchevole e commerciale. Già, i Rancid non sono più l'ingenua scoperta punk di quattro ragazzini che non immaginavano altra urgenza per rappresentarsi, ma la deliberata volontà di quattro precoci miliardari di operare un'ambiziosa scelta di marketing: eternare il punk come la principale categoria merceologica dell'universo giovanile. In pratica, un baraccone come un altro.
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14/12/2005 13:23 - RANCID
S/T
HELLCAT
Ritornano i "rancidi" californiani. Le prime due tracce sono un ...
RANCID S/T HELLCAT Ritornano i "rancidi" californiani. Le prime due tracce sono un colpo al cuore: "Don Giovanni" e "Disgruntled" sono purissimo hardcore old school alla Husker Du, circa 1984... da quanto tempo non sentivo due canzoni così... queste da sole valgono l'acquisto del disco (per chi non li abbia mai sentiti, soprattutto per i pulcini punk che stravedono per i Nofx, si consiglia l'acquisto almeno di Zen Arcade degli Husker Du, si trova facilmente tra i dischi a basso prezzo). Ma calma, nel disco dei Rancid di canzoni ce ne sono altre 20! E operano un deciso "ritorno alle origini", niente più ska ed etnicismi, ma solo punk rock. E quindi dall'hardcore melodico alla californiana al combat rock di chiara scuola Clash, i Rancid, guidati sempre dalla vociaccia rauca di Tim Armstrong, pubblicano una specie di "compendio per il giovane punk, troppo giovane per aver vissuto al tempo dei classici". Non inventano nulla ma sono perfettamente credibili e bravi nel ricreare, se non uno spirito, almeno un suono. I più integralisti storceranno il naso, ma io ne ho le palle piene di sentire gente che sbaglia regolarmente due accordi dei tre che conoscono (e snocciola stronzate del tipo "L'Oi è lo stile musicale più importante del mondo")...









































































































































