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Thalia Zedek Been Here and Gone Matador Pullman Viewfinder Thrill Jockey
Gamma Pop
Autore: Ferruccio Quercetti
I Come sono stati una delle formazioni più ingiustamente sottovalutate della scorsa decade. Seppure abbiano sempre goduto del consenso della critica ai quattro bostoniani non ha mai arriso il successo di massa tributato a molti loro contemporanei. Del resto non è che Thalia Zedek e compagni si prestassero a essere delle cover stars. Troppo oscura la loro musica, troppo matura e raffazzonata la loro immagine: eppure l’intensità e l’urgenza espressiva che caratterizzano i loro dischi è merce rara, di quella che sanno trattare solo i fuoriclasse. E i Come sono stati dei fuoriclasse, una band fuori dal tempo, maledetti e perdenti in un epoca in cui l’indie rock sembrava vincere. Ma forse i Come non hanno mai fatto parte di quello che si suole definire indie rock La loro era una musica dotata di troppo spessore esistenziale per essere paragonata ai deliri in feedback di qualche adolescente americano o inglese. Qui si parla di gente che il blues ce l’aveva davvero anche se ricoperto dal fragore delle chitarre: tutti i loro album da “eleven:eleven” fino a “Gently Down The Stream” sono cavalcate nei bassifondi dell’anima dove solo i veterani riescono a sopravvivere. Perché laggiù sono morti migliaia di volte, solo per resuscitare ancora mai troppo puliti, mai troppo lavati dei propri peccati. Lo scioglimento dei Come nel 1998 era, con il senno di poi, forse la logica conclusione di un percorso artistico e umano irto di difficoltà. Thalia Zedek da veterana della scena musicale qual è non si è lasciata però scoraggiare (White Women, Uzi, Live Skull: ecco alcuni dei nomi di bands che Thalia ha visto nascere con lei e poi morire) e ha iniziato a organizzare parte del materiale solista al quale stava già lavorando prima della fine dei Come. Dopo una serie di concerti in quel di Boston (spesso accompagnata da altri ex Come, tra i quali il fido Chris Brokaw) Thalia è entrata in studio nel marzo del 2001 e ha dato alla luce il suo primo album solista. L’idea che sta dietro a questo “Been Here and Gone” sta dietro a una serie di show semiacustici che i Come avevano tenuto all’epoca del loro terzo album. L’ottima riuscita di quegli spettacoli ha convinto Thalia che anche la dimensione acustica poteva rendere giustizia alle sue qualità vocali. Da lì la voglia di realizzare un intero lavoro in questa veste e, una volta smantellati i Come, adesso è arrivato il momento per godere della voce di Thalia in un contesto assolutamente diverso. “Been Here and Gone” non è però un disco “pacifico”, pieno di violini e di quadretti bucolici. Rimane un disco teso, che vive della metropoli e della tensione urbana come il terzo dei Velvet o il primo di Jonathan Richman. E’ un disco di blues urbano, di rock and roll al femminile che ricorda in qualche modo le opere soliste di Maureen Tucker, batterista degli stessi Velvet. Un’ottimo inizio quindi per una carriera solista alla quale prima o poi, la nostra Thalia Zedek sembrava destinata ad approdare. In “Been Here and Gone” suona, tra gli altri, anche quel Chris Brokaw compagno di Thalia Zedek nei Come, dei quali era leader a metà con la cantante/chitarrista, e già attivo da qualche anno con il suo nuovo progetto, il supergruppo Pullman. La band, ora giunta al secondo album, è formata infatti oltre che dallo stesso Brokaw (Come, Live Skull) anche da Curtis Harvey (EX, The Letter E), Ken Brown (Directions) e Doug Mc Combs (Tortoise, Brokeback, Eleventh Dream Day). A completare un quadro già importane si aggiunge in occasione di questo “Viewfinder” anche Tim Barnes, batterista di fiducia di Jim O’Rourke. Rispetto a “Turnstyles and Junkpiles” primo album del gruppo in questione “Viewfinder” si fa notare per un approccio meno acustico e per un suono più vicino a quelli che sono alcuni dei progetti principali dei membri dell’ensemble. Bisogna anche ammettere che nelle sue quindici tracce le atmosfere variano dalla ballata acustica in stile Rex a numeri di rock concettuale e matematico che non avrebbero sfigurato su un qualsiasi album di Tortoise o Directions in Music. L’unico difetto di questa raccolta è forse un pizzico di autoindulgenza che va a scapito della comunicatività e dell’urgenza espressiva ma questo è un problema che, a parere di chi scrive, affligge oramai da tempo la scena post rock americana. Forse ci sarebbe bisogno di meno riunioni tra, pur blasonatissimi, amici e di più bands animate dal desiderio di comunicare con il mondo esterno e di esorcizzare i propri fantasmi. Più o meno quello che erano i Come.
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