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BAUSTELLE Mamamia – Senigallia – 17 gennaio 2004
Appunti di Viaggio
Autore: Manuela Bua
Le indicazioni per arrivare al Mamamia sono davvero fuorvianti: un cartoncino rosso diciamo 50x50, con una scritta a pennarello, non fa che rinviarci, senza soluzione, verso la rotatoria centrale, dietro la quale ammiccano giovanissime ragazze nigeriane in minigonna. Finalmente scorgiamo un altro cartoncino di simile fattura ed imbocchiamo la strada rivelatasi giusta. Ci aspetta un concerto dei Baustelle, seguito da un dj set o non so cosa di preciso, del televisivo Enrico Silvestrin (di cui, effettivamente, non ci curiamo molto, non tanto almeno da voler dipanare in anticipo il mistero relativo alla natura dell’esibizione). Mi aspetto molto dai Baustelle, i romantici, ipersensibili Baustelle. Quelli delle vacanze dell’83, complici nell’avermi riportato alla memoria una dimenticata vacanza a Rimini con la famiglia, ma anche quelli dei love affairs consumati sull’erba e rivissuti a distanza, un po’ tempo delle mele e un po’ “Playground Love”. Suggestivi, fantasiosi Baustelle, soprattutto. Ammetto che la bellezza dei due dischi del gruppo toscano non sempre riusciva ad essere perfettamente riportata nel live, questo perché, nei concerti a cui ho partecipato tra il 2001 e la scorsa estate, si avvertivano ancora alcune incertezze e piccole indecisioni, che mi piaceva voler imputare all’emotività dei nostri, a quella suddetta ipersensibilità che mi pareva di scorgere tra i fili di un materiale denso di rimandi affettivi. La sala principale del Mamamia non si può certo dire affollata, e all’inizio del concerto non sono molte le persone assiepate ai piedi del palco. Si inizia così, in maniera molto intimista con un Francesco Bianconi in abito scuro a sussurrare le prime strofe de “La moda del lento”. Al ritornello, le teste del pubblico, che scorgo dalla mia ottima postazione sul ballatoio, iniziano a oscillare, così come le persone che mi stavano vicino iniziano a prendere posizione più vicino al palco… anche perché, noncurante di tutto, ho preso a cantare a squarciagola. Tutta la prima parte del concerto si compone di brani relativamente movimentati, nell’ordine “Arriva lo yé yè”, affettuosa incursione in una dolce vita tutta immaginata; “La settimana bianca”, in cui piste da sci e suoni alla Belle and Sebastian ricamano l’illusione della felicità, e ancora “Il seno”, ovvero la giovinezza vista da ancora un’altra prospettiva. Nonostante l’ambiente certo non calorosissimo, i Baustelle sono in forma, sicuramente più rodati ed efficaci delle altre volte. Parte “Sadik”, con la gustosa divagazione strumentale del finale e poi, una serie di pezzi tratti da “La moda del lento”: “La canzone di Alain Delon”, “Love affair” e “Bouquet”, vere delizie per le orecchie e per il cuore. Segue la bellissima “Canzone del parco”, cantata da una Rachele forse leggermente sottotono, ma egualmente struggente nella sua carezzevole ripetitività, nella sottile tensione che non trova sfogo. Prima di concludere con due pezzi di nuovo abbastanza ritmati, cioè “Réclame” e quel must da concerto che è “La canzone del riformatorio”, con il suo romanticismo alla Jean Gênet, la voce di Francesco è più confidenziale che mai in “EN”, un pezzo a metà strada tra la tradizione e la dissacrazione alla Gainsbourg, d’altronde ci sono sia la Venere di Milo che l’art-déco, sia l’elettronica che una soffice linea ritmica. A questo punto, non resta che consumarsi le mani in applausi e aspettare i bis, che peraltro, non sarebbero stati una sorpresa né per me, né per i miei amici, causa il solito voyeurismo che ci porta a sbirciare i fogli della scaletta appiccicati sotto i microfoni sul palco. Il bis consiste in tre canzoni del “Sussidiario”: “Gomma”, ritratto quanto mai efficace degli adolescenti insicuri e maldestri che siamo stati; “Martina” love song maledetta e molto Seventies, e per finire, “Le vacanze dell’83”. Inevitabile come un temporale, parte la musica che farà la serata del popolo della notte, che arriva puntuale per ballare dopo i concerti, e che mi fa una certa tristezza… è ormai l’una e la sala si riempie di finti dark e di ombelichi in bella vista. Aspetto il momento dell’intervista riflettendo sulle emozioni di un concerto strano, ma stavolta quasi impeccabile… se solo ci fosse stato un po’ più di calore da parte del pubblico, sarebbe stato perfetto. Mi avvicino al camerino in compagnia di Francesco Bianconi per rivolgergli alcune domande. Non ho dubbi nell’affermare che siete una band unica nel panorama musicale italiano, e parlo sia di musica cosiddetta emergente e indipendente, che di artisti più conosciuti. E questo, sicuramente, per via delle scelte stilistiche ed i riferimenti culturali contenuti nella vostra musica. Come nasce quest’avventura romantica e singolarmente nostalgica? Francesco: gli inizi del progetto Baustelle risalgono a diverso tempo fa, intorno agli anni Novanta e comunque ai tempi in cui andavo all’Università ed ho avuto modo di conoscere Fabrizio. Bisogna considerare che, in quel periodo, a Montepulciano, la città in cui vivevo, non c’era molto fermento dal punto di vista musicale, tranne qualche band che faceva Heavy Metal, ed i miei gusti si sono sempre orientati verso ambiti assolutamente diversi… Se provo a citare alcuni nomi o titoli, mi aiuteresti a rintracciare una sorta di piccolo atlante storico-geografico legato alla vostra musica? Chiaramente, menzionerò delle realtà che si affacciano alla mia mente quando vi ascolto…inizio con Roberto Carlos, un cantautore brasiliano che mio padre metteva sempre sul giradischi quando ero ragazzina.. Francesco: non lo conosco, no. Ma se mi dici Brasile, allora posso pensare alla musica tradizionale, il samba, la bossa nova ed anche alcuni artisti come Caetano Veloso…. allora si, c’è molto di questo in Baustelle… E se dico Léo Ferré? Francesco: un personaggio grandissimo, l’ho conosciuto ascoltando un disco in cui cantava le sue canzoni in italiano, “Ferré in italiano” e lo trovo meraviglioso, un artista al di sopra di tutto il resto… e Luigi Tenco? F: un artista importante, anche se lo considero un pochino inferiore rispetto ad altri, io ad esempio, per quanto riguarda gli anni Sessanta, preferisco Paoli o Piero Ciampi. Piero Ciampi è un po’ l’equivalente di Léo Ferré in Italia, dal punto di vista delle emozioni che provo ascoltando le sue canzoni. Se ti dico..”Il tempo delle mele”? F: Ah si, un ricordo piuttosto, non so tu quanti anni hai… Beh, quando è uscito avevo dodici o tredici anni….. F:i primi tempi ci piaceva fare un omaggio un po’ scherzoso alla memoria di questo film proponendo una cover di “Reality” suonata solo piano e voce e comunque penso che questa canzone abbia delle qualità…. E….The Smiths? Gli Smiths sono un gruppo fondamentale per la mia formazione e di altri Baustelle. Negli anni Ottanta, il periodo delle medie e del liceo, ero profondamente traumatizzato dalla musica che si sentiva allora, non amavo assolutamente le tastiere, il suono digitale anni Ottanta, la musica dei Duran Duran, ma anche i Cure li trovavo troppo sintetici. Quindi ero appassionato di tutto ciò che suonasse con le chitarre e che suonasse un po’ anni Sessanta e quindi ho avuto due grandi amori: gli Smiths e i REM perché avevano questo suono, secondo me bellissimo, che richiamava gli anni Sessanta e allo stesso tempo li rinnovava, in maniera anche molto poetica, trovo che i cantanti dei rispettivi gruppi siano altrettanto carismatici e dei grandissimi autori di belle parole. Io sono una loro grandissima estimatrice…sono cresciuta con loro Anch’io, anch’io ho avuto il poster di Morrissey in camera.. gli Smiths mi hanno aiutato a sopravvivere alla musica sintetica, alla tastiera FM7, quella degli anni Ottanta, poi certe cose, le tastiere, le ho riscoperte, non è che era tutta una merda come credevo… A me hanno aiutato a sopravvivere…e basta!… comunque ora ti cito il titolo di una canzone di un gruppo che mi piace molto, “Claudia Cardinale da giovane”, a cosa ti fa pensare? Claudia Cardinale da giovane era bellissima, non so cosa intendano i Valentina Dorme con “da giovane”, ma a me piace moltissimo ne “La pantera rosa”, ma mi piace anche la Cardinale non troppo giovane in “C’era una volta il west”, in cui è bellissima, non fa venire in mente proprio la giovinezza.. una donna matura dalla personalità fortissima…. Te lo chiedevo perché… No no, mi piace….è molto Baustelle! E “Il giardino delle vergini suicide”? “Il giardino delle vergini suicide”è un film interessante, io sono un fan di Sofia Coppola anche se trovo che sia una persona molto fortunata, con un padre che l’ha aiutata ad avere il successo che ha, è brava e quel film è un esercizio di stile, un bellissimo esercizio di stile; con una musica bella. Secondo me la musica poteva usarla anche in maniera più massiccia perché ci sono tante cose fatte dagli Air per quel film, che nel film non sono valorizzate abbastanza, però un bel film. Riferimenti letterari, o comunque letture che hanno contribuito alla formazione artistica ed estetica dei Baustelle? Ce ne sono tanti e non saprei.. non vorrei fare torto a nessuno. Ti posso dire che leggo, ascolto e guardo tantissimi libri, film e dischi. Se vuoi due o tre nomi di scrittori che mi porterei sull’isola deserta, salverei Dante, Baudelaire, Rimbaud, Céline, Dostoewski, qualcuno più recente che mi è piaciuto molto é il francese Michel Houellebecq, che ha scritto “Le particelle elementari” ed è stato uno shock per me, l’ho letto in un periodo in cui stavo un po’ male e mi ha colpito molto ed ha influenzato alcune canzoni dei Baustelle, “La settimana bianca”ha un testo molto alla Houellebecq. Mi piace molto Don De Lillo, che ha scritto “Rumore Bianco” e “Underworld” che è il mio preferito…è un libro bellissimo, una specie di epopea del caos, bellissimo, te lo consiglio. Che mi dici del rapporto con il vostro pubblico: com’è cambiato in relazione al consolidamento della vostra attività avvenuto con la pubblicazione del secondo album? Ricordo la serata di presentazione de “La moda del lento” a Castiglione del Lago e come allora si fosse creata un’atmosfera molto calda e soprattutto, familiare… (nel frattempo arriva Fabrizio Massara) Francesco: c’è un notevole cambiamento, sia di presenze che di calore sotto il palco. C’è molta più gente che conosce le canzoni, le canta. Stasera era un po’ freddino. In genere, abbiamo notato una bella partecipazione, un bel feeling….sarà un po’ l’effetto del video che è passato su MTV, che può aver allargato la visibilità. Si, ci sono forse più presenze, anche più motivate. Fabrizio: C’è una parte più affezionata che è ancora più quantitativamente massiccia, poi c’è forse grazie all’effetto video, una presenza di curiosi che vengono a sentire le canzoni, sono soprattutto le ultime date a Padova, Torino, che ci hanno dato questa impressione. Comunque, sentire la gente che canta le canzoni e partecipa…è molto divertente, piacevole, si suona molto meglio insomma. Ultima domanda, il vostro produttore artistico, il grande Amerigo Verardi, ha affermato durante un’intervista, che trova strano che il pubblico italiano non vi abbia ancora riconosciuti in tutto il vostro valore. Quanto vi interessa diventare una band di successo e se e come vi state muovendo in questa direzione? Francesco: io mi meraviglio di tanta altra gente che non ha successo o che non ha un successo proporzionato alla propria originalità, alla propria creatività. Personalmente, trovo che non ci sia niente di male a diventare famosi ad avere successo e quindi ce la mettiamo tutta, non tanto per avere successo, quanto per continuare a fare la cosa che ci piace. Se per avere successo bisogna snaturarsi, allora quello no. Io trovo che il suono dei Baustelle potrebbe arrivare a molta più gente, anche alle casalinghe piuttosto che ai ragazzini, o ai trentenni che ascoltano i cantautori. Alla fine i Baustelle fanno canzoni di musica leggera ed hanno vari livelli di fruibilità e trovo che siano molto diffondibili, diciamo. Però sai, da quello che penso io alla cruda realtà c’è un abisso, e ci sono di mezzo i media, i sistemi di promozione e purtroppo, per arrivare alla casalinga, devi passare in heavy rotation sulle radio commerciali, dovresti passare in televisione, andare su MTV in programmazione diurna. Ci sono tanti gruppi italiani che lo meritano, però non è facile. Noi ce la mettiamo tutta per continuare ad essere Baustelle! Fabrizio: verrebbe da dire che in un certo senso, è mancato il colpo di fortuna, che potrebbe segnare la deviazione, almeno per com’è adesso la situazione del mercato. Le storie cambiano quasi all’improvviso, bastano piccole cose non so…l’inclusione di un pezzo in una colonna sonora. Non penso che i Baustelle si snatureranno, personalmente e caratterialmente, non vedo questi pericoli. Certo che avere una maggiore visibilità è qualcosa che farebbe piacere a chiunque… Francesco: ma anche la questione dell’underground a tutti i costi…nella maggior parte dei casi sono tutte stronzate. Se pensi a “La voce del padrone”, il disco di Battiato, era un disco ascoltato dai ragazzi, dal pubblico dei cantautori e lo canticchiavano sotto la doccia un po’ tutti. Come quello, ci sono tanti altri esempi, la musica degli anni Settanta, era quello il bello allora, che potevi fare cose assolutamente sperimentali, assolutamente “underground” nella concezione che abbiamo adesso dell’underground e allo stesso tempo, arrivare alle masse. Speriamo che la musica pop torni ad essere così. Dimenticavo, solo avviandomi all’uscita leggo i fogli appesi un po’ ovunque, che avvertono che Enrico Silvestrin è assente per motivi personali, o di famiglia? Non ricordo bene. Poi le manovre per il ritorno, la ricerca degli amici sparsi nelle sale lounge, rock e house. Mi rallegro della mancanza di una sala latino-americana e con questo pensiero mi consegno all’autostrada.
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