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“…and don’t forget the songs that made you cry and the songs that saved your life” GIARDINI DI MIRO
Rubber Ring
Autore: Manuela Bua
Quante volte basta una sola canzone per vedersi rovesciati addosso cumuli di ricordi? Inutile spendere troppe parole per spiegare questo concetto, Proust ci ha messo sette volumi per scandagliare l’argomento, fornendo ipotesi e illuminanti casistiche. Ma perché la musica, più di ogni cosa, sa scatenare l’effetto madeleine? E soprattutto, non l’amiamo così tanto anche per questa sua qualità, quella di farsi garante della nostra memoria, e talvolta, come ci piace pensare, anche del possibile oblio? Dico possibile perché, lo sappiamo bene tutti quanti, al potere evocativo della musica non c’è scampo…e la memoria finisce per averla vinta. Inutile cercare di dimenticare qualcosa perdendosi tra le note potenti di un concerto, non si dimentica, neanche un fiume di birra ci fa raggiungere il nostro obiettivo. Ma veniamo al dunque, parlando di musica particolarmente evocativa. Nel mio caso personale, sono certa che non mi sarà ormai più possibile ascoltare un pezzo dei Giardini di Mirò senza riesumare i ricordi di un preciso momento della mia vita. Ho iniziato ad ascoltare Rise and Fall of Academic Drifting e Punk, Not Diet in un periodo in cui mi trovavo a fare la pendolare per il mio lavoro, e proprio in questi due dischi ho ritrovato la perfetta sintonia con il mio spostarmi, quasi ogni giorno, verso la costa e ritorno. Curioso come, il contrasto tra l’autobus in partenza e la voce che affermava che tutto è statico, riusciva a convincermi dell’inezia di ogni meccanico andirivieni. Ammetto di aver perso del tempo prezioso, di aver iniziato troppo tardi a conoscere la giovane band emiliana, ma sto recuperando in fretta frequentando, quando possibile, i loro bellissimi concerti. Una volta in viaggio, le note dei Giardini seguivano i miei movimenti con il loro liquido fluire, le atmosfere rarefatte sottolineate dall’esatto, a volte morbido e a volte convulso pulsare della batteria. Il personale modo di intrecciare le voci dei vari strumenti riesce a creare un equilibrio formalmente perfetto, da cui scaturiscono i temi portanti di ogni pezzo. E’ da queste “strutture portanti” che i Giardini di Mirò creano infiniti rimandi e manipolazioni, in uno spirito che non è certo quello che muove le intenzioni della musica progressive, ma sembra piuttosto coincidere con l’appassionata volontà di portare alla superficie il senso profondo di ogni pezzo. Non a caso, la soddisfazione che si prova al termine di una canzone come Pet Life Saver nasce dall’efficacia di un tema che si svolge in tutta morbidezza, da un racconto sonoro che si rivela senza alcuna fretta, aggiungendo ora le voci degli archi, ora il tappeto lieve delle tastiere. Così, da una traccia all’altra, la più recente produzione dei Giardini giocava a definire un’immagine rarefatta, ma non priva di una sua nitidezza formale, allo stesso modo in cui dall’intrico di fili di un telaio, passaggio dopo passaggio, nascono forme frutto di combinazioni e giustapposizioni. Traccia dopo traccia, dunque, il tempo si dilatava ed il mio spostamento si concretizzava in fermate, stazioni, vetrine di negozi, proprio mentre in Pearl Harbor i violini e le tastiere lasciavano spazio, in una piacevole esplosione, all’impeto di chitarre, basso e batteria, per un finale che lascia senza fiato. E ancora viaggi, stavolta in notturna, mi hanno condotto ad ascoltare questa musica: al Thermos di Ancona, un piccolo club e più recentemente a Senigallia, nella Must Room del Mamamia. Più raccolta e appassionante, la performance al Thermos è stata una specie di piccolo evento privato per i presenti, peraltro piuttosto caciaroni, ma nel senso buono del termine. Al Mamamia eravamo di più, ma ognuno intento ad assaporare le ipnotiche atmosfere dei nostri, tanto da coglierne più emozioni possibile. A parte un gruppetto di giovanissime, dichiarate fans di Corrado che avevano già avanzato il proprio carnet di richieste, e inneggiando al proprio eroe, hanno movimentato l’assorto popolo del sottopalco. Ad una ad una i Giardini hanno snocciolato il loro repertorio di perle e, richieste comprese, hanno accontentato quasi tutti, specie con i pezzi di Punk, Not Diet: When You Were a Postcard, la ballabile (così è stata presentata) The Comforting of a Transparent Life, e non ultima The Swimming Season, più famosa grazie al raffinato videoclip che la accompagna, trasmesso da mesi su Mtv. Molto acclamata anche la splendida Little Victories, tutta costruita dal delicato framework di chitarra che ne apre lo svolgimento. Peccato per Pet Life Saver, che non è stata eseguita. Ma torniamo alla tesi iniziale, riuscirò mai ad ascoltare i Giardini di Mirò senza associare alla loro musica l’idea del movimento, un movimento ripetitivo e forse per questo meno percepibile? Ed ecco che alle prime note di The Comforting of a Transparent Life sono arrivata a destinazione. Scendo. E’ quasi pop…no, è pop. Sono io che ritorno. Tutto è trasparente fluire e tutto ritorna.
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