La copertina di questo album è quanto di meglio possa rappresentare la musica in esso contenuta. In costante bilico tra il l’esasperazione chitarristica degli Slayer e il rumorismo “cerebrale” dei My Bloody Valentine (pura eresia per un fan degli Slayer, sempre che sappia chi siano i MBV, ma questa è un’altra storia), gli Isis continuano nella loro opera di frantumazione/ricostruzione del concetto di “musica pesante”. E non a caso è la Ipecap di Mike Patton che si prende la briga di pubblicare il seguito del precedente interessante “Oceanic”, ancora una volta massiccio nelle sonorità e introspettivo nelle intenzioni.
Come dire: una band di hardcore addicted alle prese con il post rock! Con un titolo preso a prestito niente di meno che dal filosofo utilitarista Jeremy Bentham, “Panopticon” soprende per i riferimenti che si condensano alla sua base. Gli Isis espandono il proprio substrato metal per dar vita a qualcosa di diverso, informe, volutamente estraneo ai soliti criteri di classificazione. La dilatazione “dopata” dei Mogwai, l’emotività dei Tool, la pesantezza lisergica dei Neurosis: tutte queste scorie confluiscono in una forma di hardcore dinamica a allucinata, che coniuga il minimalismo rumoroso dei Melvins con le trame scomposte e free alla Dillinger Escape Plan. Visionaria e ipnotica, la musica degli Isis è la migliore raffigurazione musicale possibile per i grandi spazi geografici di un America che, incredibile a dirsi, sa andare anche oltre la stupida inutilità di certe metal band senza capo ne coda.