Rubrica
Questo mese:
Le rubriche di questo mese:
- Afrozone
- BEAT CLUB
- Bleeps
- COPERTINA
- Dead to be wild
- Gold Sounds
- Green Shadows,White Whale
- Grigliata mista
- In Fuzz We Trust
- Jammai(ca)
- Kaos
- L'intransigente
- Marquee Moon
- MILLIE SMALL
- Musicgossip.it
- Nooz
- Not for intellectuals
- Rasta Snob Reggae Time
- Rubber Ring
- Sexually Confused
- Teneteli d'occhio
- THE VANISHING POINT
- Ultrasuoni
- Ultrasuoni Events
- Ultravisioni
- Ultravisioni Events
- Vinile
E’ meglio bruciare che arrugginire Parte II (1976/93)
BEAT CLUB
Autore: Fabrizio Medori
Neil Young e gli alti e bassi di una carriera La seconda ed ultima puntata sul canadese parlerà soprattutto di come una star internazionale possa tornare in forma dopo un lungo e cupo periodo di depressione, passare dieci anni a cercare di produrre il disco più brutto di sempre, per poi tornare ancora una volta a stupire, e a dimostrare a giovani e giovanissimi che, passati i 50 anni, ha ancora molte cose da insegnare agli appassionati di rock. Avevamo interrotto il discorso all’uscita di Zuma, nel ’76, e pare evidente lo sforzo di Young, per riuscire a riguadagnare grinta ed autostima. Il risultato è eccellente, Cortez the Killer è un capolavoro, tutti gli altri brani sono ad un livello molto buono, tornano Crosby, Stills & Nash, a cantare insieme con Young, in Through My Sails. Dopo, Neil sta per pubblicare The Homegrown Album, ma il disco non uscirà mai, per ordine dello stesso autore. La maggior parte dei brani che lo componevano andranno a finire sui lavori seguenti. Sempre nel ’76, invece, viene pubblicato Long May You Run, a nome Stills-Young Band, contenente una nuova gemma del canadese, la canzone che dà il titolo al disco. Dopo il fallimento della tournée che avrebbe dovuto promuovere il disco, Neil Young dà alle stampe una raccolta tripla, contenente un buon numero di inediti, intitolata Decade, e, sempre nel ’77, un nuovo disco, American Stars And Bars, contenente l’ennesimo capolavoro: Like A Hurricane, classica cavalcata elettrica in stile Neil Young. A questo proposito mi sembra interessante notare come Young sia riuscito a creare uno stile suo personale, sia in ambito acustico che in versione elettrica, oltre a possedere un timbro vocale ed un sound chitarristico inimitabili. Credo che questa sia la più grande ambizione per un musicista rock. All’inizio del ’78 è la volta di Comes A Time, un nuovo grande successo basato su suoni acustici ed atmosfere rilassate, dal quale segnalerei il brano omonimo e Lotta Love, senza peraltro dimenticare gli altri brani, tutt’altro che secondari. Nel frattempo era nata una nuova corrente musicale, il Punk, e tutti i “dinosauri” del rock erano rimasti spiazzati dalla durezza e dalla semplicità del nuovo suono. Neil Young, invece, reagì agli impulsi iconoclasti del punk con un disco che rappresenta un caposaldo di tutta la musica rock, Rust Never Sleeps, pubblicato all’inizio del ’79 e composto da un lato acustico ed uno elettrico (il vinile, strutturalmente è molto superiore al cd!). Il disco si apre e si chiude con lo stesso brano, presente all’inizio in versione folk, ed alla fine, con i Crazy Horse, in una versione durissima, violenta e tirata. Oltre My My Hey Hey, porrei l’attenzione su Pocahontas, (oltre quindici anni prima dello sfruttamento commerciale di questo nome) e su Powderfinger, che apre il lato elettrico del disco. Il disco seguente, Live Rust, è un doppio dal vivo, che sarà accompagnato anche da un bel film-concerto, e sarà seguito da Hawks & Doves, dell’80 che non è uno dei migliori di Young, pur mantenendosi su livelli più che dignitosi. Le cose cambiano, ed il nuovo decennio porta in omaggio, agli Stati Uniti (e non solo), un vecchio attore reazionario che ha deciso di fare il politico. In Italia uno così farebbe tappezzeria al costanzosciò, in America diventò presidente. Neil Young gli dedicò il capitolo seguente della sua discografia, nel 1981, e lo chiamò Re-Ac-Tor, facendo riferimento a “Reagan the actor” e all’incidente nucleare di Three Miles Island. Il lavoro riporta il “nostro” ad un suono scarno e durissimo, senza spazio per le raffinatezze acustiche, con testi che raccontano storie di perdenti ed emarginati, o filastrocche paranoiche, come T-Bone o Rapid Transit. Nell’82 iniziano, però, ad arrivare segnali preoccupanti, a cominciare dal nuovo disco, Trans, che alternerà classiche ballate younghiane a sconcertanti episodi elettronici, a base di sintetizzatori e vocoder. La qualità dei brani è ancora piuttosto buona, ma sembra che il canadese, da qui in poi, produca dischi con il solo scopo di mettere alla prova la pazienza dei dirigenti della sua nuova casa discografica, la . Nel 1983 arriva, infatti, un disco che non è possibile definire brutto, ma quantomeno stravagante. Si intitola Everybody’s Rockin’, ed esce a nome di Neil And The Shocking Pinks, proponendo dieci brani, fra cui una nuova versione di Wonderin’, in un classico stile Rockabilly. Sicuramente spiazzante. I fans non sanno più cosa aspettarsi da lui, e lui cambia di nuovo rotta, presentandosi al Live Aid con una formazione Country di tipo tradizionale, con tanto di violini e mandolini, banjo e slide. Il disco di quell’anno, Old Ways, manterrà lo smielato stile tradizionale americano, ma l’infatuazione per questo genere, nonostante la collaborazione dei mostri sacri Waylon Jennings e Willie Nelson, non darà buoni frutti e finirà subito. Siccome, però, al peggio non c’è mai fine, Young registra un lavoro, Landing On Water, che è sicuramente il punto più basso della sua produzione artistica, un disco che si può tranquillamente ignorare, con la sua povertà di ispirazione e con i suoi insopportabili suoni “eighties”, fatti di synth e drum machines. Una volta toccato il fondo, inizia una faticosa risalita. Nel 1987 esce Life, ultimo capitolo per la Geffen, prima di un salutare ritorno alla casa base, la Reprise. Life, soprattutto se si considerano i precedenti, è un signor disco, suonato e cantato con grinta, anche se non è ancora un capolavoro. Sembra che quando David Crosby lo ha ascoltato, in anteprima, ad una festa a casa di Stills, si sia commosso. Ancora un passo verso la “normalità”, nell’88 esce This Note’s For You, a nome Neil Young and the Bluenotes, uno splendido album di Rhythm’n’blues, registrato in un evidente clima di relax. Contemporaneamente esce la non esaltante prova di C.S.N.&Y, American Dream, registrata con il solo scopo di aiutare Crosby a chiudere il suo ventennale rapporto con le droghe pesanti. Neil, però, ha già un nuovo asso nella manica, e pubblica un disco eccezionalmente bello, Freedom, una sorta di seguito ideale di Rust Never Sleeps, sfoggiando, a 45 anni, una grinta, una lucidità ed una vena compositiva invidiabili. Torna il rimescolamento fra folk e rock, torna l’idea di aprire il disco con un brano acustico e chiuderlo con lo stesso brano in versione rock. Quella che poteva sembrare la zampata d’orgoglio di un vecchio leone prossimo all’oblio è invece solo il primo capitolo di una rinascita, proseguita con Ragged Glory, splendido monumento elettrico, e con Weld, grido disperato contro la guerra del golfo, doppio dal vivo contenente una versione da antologia di Blowin’ In The Wind, inno pacifista di Bob Dylan, scritta quasi trent’anni prima. Il resto, da una riproposizione di Harvest, ad una collaborazione con gli astri nascenti Pearl Jam, fino al grido di dolore per la scomparsa dell’erede spirituale Kurt Cobain, non è più storia, ma cronaca, segnali ancora forti da parte di uno che ha attraversato il beat, Woodstock, la depressione, il punk, gli anni ottanta, ed è sempre rinato, più forte e più pazzo di prima.
Articoli della rubrica:


















































