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FIGLI DELLA DEVO-LUZIONE
4 impressioni a confronto su uno dei fenomeni cruciali della musica mo
COPERTINA
Autore: Walter Rovere
Akron (Ohio) (di Vittorio Marozzi) Non esattamente una rock’n’roll band si possono definire i cinque replicanti dell’Ohio che diedero vita al progetto Devo. La loro fu un’impietosa parodia dell’uomo “de-evoluto”, del bravo figliolo americano, grasso, scemo e schiavo della televisione. Fu la loro una protesta contro la devastazione dell’ecosistema e contro il conformismo imperante, fu uno sputo in faccia alla nazione che aveva deciso di immolarsi sull’altare di un’industrializzazione incontrollata in nome di un finto progresso. Dove sarebbero potuti nascere i Devo se non ad Akron, la città più inquinata degli states e probabilmente del mondo? “In America, a causa dell’inquinamento, si producono mutazioni, il DNA si altera. Ad Akron il cielo è grigio per lo smog e il fiume è talmente pieno di petrolio e di sostanze chimiche che ogni anno si infiamma in alcuni punti. Noi siamo i prototipi dell’uomo de-evoluto e abbiamo il dovere di illustrare la situazione. Le persone oggi sono come patate, uguali le une alle altre e intellettualmente amorfe”. Così nel 1979 i Devo parlarono per la prima volta dell’America e di loro stessi. Molti non capirono ma chi comprese si associò al terribile atto di accusa alla civiltà tecnologica del nostro secolo, tanto più efficace perché condotto con l’arma dell’ironia, cantando le lodi di ciò che si vuol combattere. Quando nel 1978 uscì il primo lp: ‘Q: Are we not men? A: We are Devo’ il culto deflagrò, anche se da un anno erano gia editi due singoli: ‘Mongoloid’ (‘…l’americano medio è un mongoloide’) e la versione de-evoluta di ‘Satisfaction’ dei Rolling Stones, la stessa versione ripresa poi da Scorsese nel film Casinò. Nel 1979 venne ‘Duty now for the future’, seguito nel 1981 da ‘Freedom of Choice’ e ‘New Traditionalists’; il 1982 fu l’anno di ‘Oh no, it’s Devo!’. Sia chiaro, questi furono tutti e quattro degli ottimi album ma a differenza del primo non si distaccarono molto dalla media degli oramai tanti dischi di musica cosiddetta technopop. Fu infatti ‘Q: Are we not men? A: We are Devo’ a dare il via involontariamente al fenomeno, unendo per la prima volta il rock’n’roll e l’elettronica , una sorta di fusione fra il garage più deviato ed i Kraftwerk, il tutto sotto la supervisione di Brian Eno, non è un caso quindi che questo disco, come del resto anche gli altri, oggi, a distanza di ventisette anni, suoni ancora attuale. Se non avete mai transitato su queste coordinate sonore, vi manca un tassello fondamentale della storia del rock e della musica moderna tutta , nonché un buono spunto per riflettere, perché in fondo, ora più di allora, siamo tutti dei Devo. Il giorno in cui i Devo mi fecero una sorpresa (di Fabrizio Medori) Correva l’anno 1978, ma per me, che avevo quattordici anni, non correva affatto, almeno così mi sembrava. Dalle sonnolente giornate scolastiche si passava irrimediabilmente alle noiose domeniche primaverili. L’esplosione punk, nella mia cittadina di provincia, era arrivata come un’eco lontanissima, ed era più che altro una curiosità, una bizzarria. Il mio panorama musicale, nel disperato tentativo di arginare i figli delle stelle, gli umbertitozzi e la crescente disco music, non si spingeva oltre i confini di un rock classico, anche perché, all’epoca, le fonti informative erano scarsine: un settimanale non molto incisivo, Ciao 2001, ed un mensile un pò più coraggioso, Popster. In una delle solite domeniche mi ritrovai, nell’immediato dopo pranzo, a casa di un mio amico a guardare la più bella ed innovativa trasmissione televisiva mai prodotta in Italia: L’altra domenica, condotta da Renzo Arbore, e mi incuriosì molto la presentazione del video di un gruppo, del quale si sapeva poco o niente, e che proponeva una versione alienata e schizoide di ‘Satisfaction’, il brano più famoso dei Rolling Stones. E’ vero che il paragone con i nostri tempi è improponibile ma venticinque anni fa stravolgere un classico del genere era pura follia, oltraggio ad una musica che nella sua aura di ribellismo era più conservatrice di un assessore democristiano. La visione del filmato fu sconvolgente, i Devo venivano letteralmente da un altro pianeta, indossavano tute di carta giallina con una piccola scritta riportante il nome del gruppo, erano pallidi, brufolosi, e non facevano niente per mascherare la loro normalità, al contrario degli eroi della dance, i Rockets ricoperti di vernice argentata o Sheila & B. Devotions e Dee Dee Jackson nella sua tutina spaziale attillata. La scena in cui uno di loro toccava le gambe ad una ragazza sul sedile posteriore di un automobile, interrotto dalle proteste della probabile di lei madre, seduta davanti, riempiva di libidine chi come me, all’epoca, non si sentiva esattamente un playboy. Fu comunque un colpo di fulmine, la scoperta che si poteva seguire anche un’altra via, alternativa al rock e al punk, una musica che rispecchiava perfettamente il periodo in cui era pubblicata, un periodo di disillusione, nel quale non era più possibile praticare il sogno. Il risveglio dall’utopia fricchettona era stato piuttosto duro, e da noi si continuava ad esorcizzarlo con il progressive e con i finti suoni folk-rock provenienti dalla California. L’elettronica stava finalmente affrontando di petto la situazione: bisognava assolutamente esprimere in musica l’alienazione di un mondo basato sulla schiavitù del lavoro. A questo punto iniziò la mia lunga ricerca del disco dei Devo. Dalle mie parti non sapevano neanche chi fossero e nelle città vicine, alla richiesta del disco, mi guardavano come fossi un ufo, ma poi, finalmente, un giorno capitai a Roma e costrinsi i mie a portarmi in un grande negozio di dischi in Viale Giulio Cesare. Finalmente entrai in possesso dell’oggetto che desideravo, ma non potevo ascoltarlo perché ero a più di tre ore da casa mia! Il giorno seguente, tornato a casa, mi precipitai nella mia cameretta e misi il vinile sul giradischi, capii in quel momento il significato di innovazione, i Devo mi avevano realmente fatto una sorpresa. I DEVO degli ‘80: Arrestate la Disco Music! …o di come dovrei imparare ad avere davvero paura del sistema (di Mauro Carassai) Sembra quasi di avvertire il clic mentale che dice “tombola!” nell’esatto momento in cui si focalizza il fattore comune di diversi progetti acusticamente strampalati. Akron (Ohio). Da lì il primo deejay rock’n’roll Alan Freed. Da lì un bizzarro giovane di nome Eric Purkhiser (più tardi Lux Interior in quel ‘dio-sa-cosa’ chiamato Cramps). Da lì Robert Quine (Voivoids, Richard Hell e proto-punk vi dicono niente?) Da lì la post-band “totally weird” chiamata Devo. Se doveste essere rapiti dalla C.I.A. e obbligati a scovare il seme della devianza “che produce tutti i degenerati incapaci di difendere i valori che fanno grande il nostro paese” potete cominciare a la vostra ricerca in questa città del Mid-West. Eppure scartabellando il dossier dei Devo ad un certo punto vi sembrerà di ritrovarvi tutt’a un tratto senza la vostra missione. La ragione? Quella presunta ‘riprogrammazione allineata’ avvenuta negli anni ‘80 che di solito viene imputata come colpa imperdonabile ad una delle poche bands che aveva saputo fare della sovversione sociale (e finanche politica) un ingrediente micidiale somministrato a gran dosi di apparenti stupidate e stranezze goliardiche. Nel tirare le somme del fenomeno Devo, vale a dire un fenomeno di programmatica erosione delle sovrastrutture concettuali della cosiddetta ‘società dei consumi’ (portata avanti con tanto di pamphlets surreal-politici come My Struggle), ci si imbatte nell’impossibilità di separare la sfera musicale da ciò che la trascende. Ecco perché con la fine della sperimentazione elettronica multimediale venne identificata anche la fine della causticità critico-sociale e il tutto si tradusse semplicemente come: la fine dei Devo. Anche sul piano strettamente musicale la solfa non cambia ancora oggi. Per chi ama le scariche elettro-punk dei loro irresistibili hits di fine ‘70, per chi considera la robotica “Satisfaction” la miglior rilettura di un brano rock mai effettuata, per chi cede al politically in-correct delle lyrics di “Mongoloid”, la svolta ‘commercial disco’ degli ottanta sembra puro tradimento. Da qui una serie di assestamenti della vulgata critica con tutte le enciclopedie che ‘glissano’ sui dischi degli eighties e i magazines che liquidano il periodo come ‘parabola discendente della carriera della band di Mothersbaugh’. Non solo, ma Shout viene addirittura annoverato tra i peggiori cento dischi di tutti i tempi (!?!). Il fenomeno è talmente generale che, paranoia per paranoia, viene nevroticamente da chiedersi perché nessuno si sia mai preso la briga di immaginare un possibile diverso modello interpretativo dei Devo. E questo proprio quando appare chiaro che Mothersbaugh e soci difficilmente avrebbero gradito, pur fra le ovazioni dei ’70, di essere riduttivamente stigmatizzati come ‘paladini in lotta’ contro qualsivoglia nemico (sia esso il degrado acustico, atmosferico o finanche morale, l’alienazione da iperproduttività massificata, i tentativi di ‘impianti’ neurali subliminali mascherati da smaglianti promesse del trionfo neocapitalistico made in Usa). Non è forse vero che per dei campioni insuperati di una demistificazione “dall’interno”, cellule umane impazzite di una metastasi pericolosissima proprio in quanto si appropriava degli stessi linguaggi della cultura di massa, la perifrasi ‘assorbimento da parte del musicbiz’ è inevitabilmente destinata a perdere di senso? Si dice sempre che gli anni ’80 siano stati una sorta di ‘via crucis’ dai cui nessun artista musicale che abbia iniziato la sua carriera nel decennio precedente sia uscito indenne. Eppure, nonostante l’esistenza di diverse buone ragioni per escludere i Devo dal tradizionale fascio d’erba nessuno muove un dito. Proviamo a vederne qualcuna… Innanzitutto sembra quasi paradossale accusarli di dissolversi in uno sfondo (il synth pop di quegli anni) il cui immaginario più di ogni altra band avevano contribuito essi stessi a creare. Senza contare che le differenze ci sono, ma nessuno sembra voler confrontare il livello di assurdità di video come “Peek a Boo” o il pastiche transdecennale di “Beautiful World” con tutte le scialbe ‘stupid’-imitazioni passate da Dj Television, o il loro look consapevolmente “art deco martoriata” col semplice spray e fondotinta di mille altri figuri. Davvero la breakdance nei loro video appare per quello che è/era? Che cos’è che rende così squilibrato il rapporto tra i plausi conferiti alla riconoscibile cover di “Satisfaction” e gli sguardi di sufficienza nei confronti di quell’autentica devastazione sonora dell’Hendrixiana “Are You Experienced?” se non puro e semplice pregiudizio desunto dalle cifre di vendita?. Cosa dire poi del fatto che i Devo degli anni ’80 sembrano fare di tutto per apparire come una parodia irriverente dei Kraftwerk ma quasi tutti si rivelano davvero poco propensi a coglierlo (e ancor meno sono disposti a riderne)? Inutile puntualizzare poi che molti brani di Shout o New Traditionalists veicolano comunque i messaggi di sempre (mi riferisco alle sottigliezze di “Nu-Tra Speaks”, o di “Mecha-Mania Boy” o alla sintesi del solo titolo “Jerkin’ Back and Forth”)… E non va neanche dimenticato che sul piano della dialettica culturale, il loro ritiro - dopo aver annunciato nel 1984 che la devo-luzione umana era ormai giunta a compimento - coincideva con l’inizio del secondo mandato presidenziale Reaganiano… o che guarda caso il nuovo ritorno in sala di incisione (dopo quattro anni esatti) per la registrazione di quel vituperato Total Devo non viene mai letto come effettiva dissociazione artistica dalle dinamiche di una Reaganomics di cui gli Usa stanno ancor oggi pagando le conseguenze… Ad ogni modo mi fermerei qui… mi piace pensare di aver addotto ragioni in definitiva del tutto insufficienti per convincervi… niente più che qualche spunto messo lì in ordine sparso… una serie di osservazioni facili, deboli quanto incomplete… ma… d’altronde… se ci pensate bene… l’intenzione non può certo essere quella di difendere una tesi organica sui Devo degli ottanta… altrimenti dimostrerei di aver capito poco o nulla delle implicazioni del termine ‘sovversione’ messe in musica da Mothersbaugh e soci. La sovversione infatti di solito rifiuta sornionamente gli statuti e i proclami e si insinua piuttosto in maniera subdola e strisciante… ecco perché quatto quatto me ne torno a riascoltare il live ‘Now It Can Be Told’ dell’89… chissà che non lo faccia anche qualcuno di voi… e di… “loro”… (occhi sbarrati)… dio mio… “loro”…. Plastica, harcore e agenti segreti (di Luca Confusione) Certe cose hanno uno strano modo di portarsi all’attenzione delle persone. Anacronistica come affermazione, considerando che i soggetti della stessa (le cose) sono cinque personaggi provenienti da Akron, oscuro centro iper-industrializzato dell’Ohio, che nulla di inconsueto ha (codesto nucleo abitativo produci smog) se non l’aver dato i natali ai tizi in questione (e ad un certo Lux Interior… ops, ma allora). Ma procediamo con ordine: gli anni 80! Insomma, me ne stavo tranquillo, stravaccato di fronte alla tv, a rimbecillirmi ben bene con DJ-Television, bicchiere di aranciata quasi fosforescente in una mano e telecomando nell’altra. Quanto ero 80’s negli 80’s? Abbastanza! Comunque…chi ti vedo passare fra un video dei Cure, uno dei Novecento e uno dei Thompson Twins? Proprio loro, i Devo! Niente male come primo impatto, cinque pazzoidi vestiti come Ramones hippy che vagano per lo schermo gonfiandosi come palloni aerostatici sotto steroidi mentre si adoperano per mimarci una revisione cyber-wave di ‘Are You Experienced’ di Jimi Hendrix. Deliziosi, affascinanti, deleteri per una mente debole come la mia. Benedetto deperimento delle cellule cerebrali (in fondo quali migliori profeti sperare per un destino del genere?), benedetto benedetto sempre sia. Poi silenzio per qualche anno, altrimenti non mi sarebbero rimasti abbastanza neuroni per mandare impulsi anche involontari al resto del corpo. I Devo se ne vanno a spasso fra elettro-pop-canzonette sempre meno deraglianti, capelli che cadono e magari qualche cambio di interesse. Io continuo per la mia strada. Quasi rinsavisco. La scuola, le ragazze, le … e poi.. una rivista (non la citerò ma ci scriveva, forse ancora oggi, un certo Vittore), la chiesa di Sub Genius. Di nuovo loro, la chiesa di Subgenius (http://www.subgenius.com/ http://www.subgenius.org/, è solo un inizio, navigate gente navigate) è una deriva di fluxus, art strike, plagiarismo, falsificazionismo, vissuti con uno spirito all american, da incredibile quotidiano. Una delle più grandi congreghe di anti-copyrighter, falsificatori, cazzoni, burloni che si possa trovare in giro (senza odore di avant che fa, veramente troppo, vecchio continente in muffa), peccato il movimento stia invecchiando male, almeno per quel che riguarda l’immagine web. Deliziosa pausa. Vado avanti con la vita, ma il baco rosicchia. Trovo qualcosa in giro (fortunello fortunello), ascolto ripetutamente il found object fantasticando su connessioni e allacci al periodo (i novanta) inesistenti (ma i Nirvana li coverizzarono su Incesticide,Turnaround). Mi diverto insomma. L’inattualità è un pregio per me, lo ammetto. Canticchiare ‘Mongoloid’ o Incespicare sul tempo della loro ‘Satisfaction’, un ricostituente per certe piattezze musicali vissute qua e la nel corso degli anni, nel corso della vita. Si va avanti, si invecchia. Soprattutto LORO invecchiano, a quanto si può vedere dalla copertina (e interno) di ‘Pioneers Who Got Scalped The Anthology’, un’ottima antologia che mi accaparro solo per risentire le note trasfigurate di Hendrix (di nuovo, lo so, non mi accontento mai, ma questa è roba che uno ne vuole di più di più di più), tutto il resto non è ovviamente da trascurare, beninteso. Ovviamente meglio procurarsi le prime uscite (in primis ‘Q: Are we not men? A: We are Devo!’. Come può mancare in qualsiasi casa? E mettiamoci anche ‘Duty Now For The Future’, inoltre non dimentico di sussurrarvi all’orecchio che ‘Secret Agent Man’ è un singolo meraviglioso, come raramente i nostri son riusciti a sfornare). A guardarli nelle foto più recenti (in special modo la copertina della succitata compilation) i Devo sembrano cinque pubblicitari in pausa pranzo fanno ballonzolare la pancetta ricordando le goliardate di un tempo. O mi piace pensare che sia così… o è realmente così… scegliete un po’ voi. Tanto la sappiamo la verità?! Ceeerto, come no!! Ammicco ammicco. Non è finita comunque. Mai abbattersi, scavare scavare con le manine, con le unghiette, con gli ossicini, fino a farsi male ma ottenendo al fin qualcosa. Cosa ad esempio? Altre due gemme che consiglio vivamente: ‘Harcore Devo 2’, una raccolta dei primi demos, irrinunciabile (siore e siori), da ascoltare testi alla mano, e infine ‘EZ Listening’, disc muzak di alcuni loro classici (assolutamente d’ambiente… ma quale? Un ascensore pieno di giocatori di hokey su ghiaccio espulsi per gioco falloso?). Insomma basta cercare, ce ne sono di cose in questi ragazzetti oramai non più tali, dimenticati dai più, fuori forma, fuori tempo massimo, fuori target. Ce li siamo persi ragazzi, tanto per tener fede alla filosofia dell’eternamente in ritardo, dovremmo piangere, dovremmo ri(m)piangere le occasioni che magari ci sono sfuggite di… di conoscerli… di apprezzarli… ma aspetta… asp… ma che c’è scritto qui? Ma cazzo! Ma questi vanno ancora in giro a far concerti?! Dove sono i miei occhialini 3d? Dove dove …!!!
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