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OKKERVIL RIVER Innocenti, Sibilline, Strazianti Pecore Nere d’America
Green Shadows,White Whale
Autore: Mauro Carassai
Si potrebbe parlare di un vero e proprio genere a sé. Gli si potrebbe dedicare una sezione editoriale specifica e stilare classifiche di imprese riuscite e non. Parlo del “disco che segue il capolavoro”. Per gli Okkervil River, band di Austin, Texas capitanata da Will Sheff, uno dei più autentici (così come ne emerge il ritratto nell’intervista che segue ) ed ispirati songwriter d’oltreoceano, è arrivato il fatidico evento. Il loro Down the River of Golden Dreams di due anni fa aveva ricevuto plausi quasi ovunque (io poi ci impazzii letteralmente gridando al più bel disco alt-country realizzato tra il Massacchussets e la California tra il 1980 e il 2003) e pesava come una spada di Damocle sulle valutazioni critiche che sarebbero seguite all’ascolto di questo nuovo Black Sheep Boy. Devo dire che non mi sorprende quindi registrare da più parti ora un’obiettività ai limiti del clinico nel liquidare il nuovo lavoro nei termini di ridimensionamento qualitativo e ora una certa dimessa rassegnazione circa l’impossibilità di eguagliare le precedenti vette espressive. E’ una delle poche occasioni e dunque lo faccio: ringrazio dio. Tutto questo clamore ammortizzato mi rende miracolosamente libero di continuare ad amare svisceratamente e senza alcun ritegno una band che considero l’unico vero dono musicale offertoci dall’America dei mandati di Rambo jr. Una volta conquistato dalla magnifica indolenza melodica del loro sound e dal sofferto cantato di Sheff non sono stato purtroppo più in grado di riprendermi e, nonostante il “critico” che è in me (dio come siamo orribili dentro) mi spinga ad affermare che il nuovo album contiene un paio di brani tutto sommato piuttosto deboli nella prima parte (ma non dico quali) e che risulta nello stesso paradossalmente perfino “facile” in un altro paio di occasioni, la sensazione di vertigine provata nei restanti episodi la fa da padrona. L’umore generale dell’album è molto più oscuro del precedente e l’andamento molto più discontinuo ma il finale di “A King and a Queen” è di una dolcezza struggente con parole di tale cristallina bellezza poetica che non lasciano tempo per simili considerazioni. La lunga progressione di insistente mestizia di “So Come Back, I’m Waiting” fino all’esplosione del pathos finale è al limite del collasso emotivo. Il singolo (reale) “For Real” e quello potenziale “The Latest Tough”, nel loro essere i brani più vagamente accessibili della collezione, mostrano disinvoltamente agli amanti dell’indie-rock più manieristico che le perle pop possono anche essere di altra fattura: più genuine ed appassionate e meno deprimentemente ammiccanti e “zoccolette” che nella maggior parte dei casi. Così mentre “Get Big” e “In a Radio Song” si muovono tra il Will Oldham più dolce e desolato e il Jandek più contenuto (?) e allineato (!?!), “A Stone” culla e ammalia con un impossibile miscela di tenerezza e disincanto emozionale e “Black” ci ricorda che pur sempre di rock si tratta. Che dire poi di quel misto di sbarazzina leggerezza pop e lancinante profondità della briosa “Song of our So-Called Friend”? E della sobrietà melodica di “A Glow”? Perfino la cover di Tim Hardin, la title-track “Black Sheep Boy” in apertura si adatta perfettamente alla compostezza di un album che non si cura di essere a tutti i costi comunicativo e compiacente nei confronti di un’audience che, nella maggior parte dei casi, tarderebbe comunque ad arrivare quando si tratta di prodotti così schietti ed intensi. Ehi, un momento… ma dove sono finiti i brani deboli di cui parlavo? … senza contare che viene da chiedersi se qualcuno riuscirà a perdonarmi per non aver tirato in ballo – del tutto a sproposito, fatto salvo il fattore cronologico, credetemi - Bright Eyes e Decemberists… Bah, ho giusto il tempo di riavvicinarmi al lettore, anzi no… sono pigro e impaziente e uso il telecomando. INTERVISTA Sono passati due anni tra lo splendido Down the River of Golden Dreams e il nuovo Black Sheep Boy. Cos’è successo nel frattempo in generale e, in particolare, dal punto di vista musicale? E’ davvero difficile riassumere tutte le cose che sono successe a me personalmente e agli Okkervil River come band. Immagino che la cosa più importante ad essere differente al momento è che il gruppo si trova finalmente in una posizione in cui le vendite di dischi e biglietti sono sufficienti per tenere in moto la band senza dover essere costretti a investire in essa soldi di tasca nostra. Questo significa che c’è molta meno paura riguardo la riuscita di ogni disco e che possiamo parlare tutti in modo molto più rilassato circa l’atteggiamento da tenere riguardo ogni cosa. Spesso, quando il senso di necessità che si investe nella produzione di un’opera d’arte sparisce, qualcosa comincia a indebolirsi e ci si sente stranamente senza scopo nei confronti del risultato. Nel nostro caso, invece, sento che la consapevolezza che i dischi si stiano più o meno finanziando da soli ci fa sentire davvero liberi di divertirci, di non cadere nel panico di pensare se arriveremo mai a fare un altro disco, e di concentrarci sul dare ad ogni disco una sua precisa identità in un modo del tutto opposto al sentirci strangolati dalla sensazione che ogni disco potrebbe essere l’ultimo che mai faremo. Da un altro punto di vista, tuttavia, il moderato successo dei dischi implica avere improvvisamente più responsabilità professionale e fare cose come andare costantemente in tour, che rende molto più difficile per noi avere lavori fissi che effettivamente ci pagano bene, quindi in definitiva finiamo per sentirci molto più coinvolti dal punto di vista propriamente personale nel successo di questi dischi. Non per suonare melodrammatico, ma il vero successo – del genere di quello in cui ti allontani dal tuo progetto con una modesta somma di denaro che puoi tenere per te – farebbe meraviglie per la mia salute, felicità e vita personale. Puoi dirmi qualcosa sull’attuale situazione musicale di Austin? E’ il posto da cui è venuta gente come Alan Lomax, Nancy Griffith e Teddy Wilson. Pensi che alcune delle band di oggi siano destinate a entrare nella leggenda come hanno fatto quei nomi? Non ho alcuna idea su chi sia destinato a entrare nella leggenda… Probabilmente nessuno che conosco. Sono davvero un cattivo indovino riguardo chi avrà successo e chi finirà per essere considerato un mito. E poi, ricorda che le storie dei successi di oggi non diventeranno necessariamente le leggende di cui si parlerà di qui a quindici anni. E – forse più importante – le leggende dei prossimi quindici anni a partire da ora non verranno necessariamente ricordate tra centocinquanta. Nessuno può davvero dirlo. Che cosa pensi della cosiddetta scena alt-country associata di solito a bands come Wilco, Lambchop e così via? Si tratta, dal tuo punto di vista, soltanto di un’etichetta giornalistica o senti di far parte di una più vasta comunità musicale connessa a una qualche ripresa di elementi roots? Penso che sia parte del lavoro dei critici cercare di identificare tendenze nella musica, o cercare di curvare un po’ i fatti per raccontare storie interessanti. I “movimenti” e le “scene” funzionano per produrre buone storie e possono aiutare le bands – spesso un sacco di bands davvero buone – a vendere dischi, quindi in un certo senso sono un’ottima cosa. Nello stesso tempo, tuttavia, quando la gente ti percepisce come parte di un qualsiasi “movimento”, questo può marchiarti e restringere le opinioni su cosa farai quando il prossimo “movimento” verrà identificato e verrà annunciato che sei improvvisamente notizia vecchia. Inoltre, dopo che un “movimento” viene annunciato dalla stampa, i musicisti cominciano davvero a imitarlo e allora si cade nei cliches e le cose cominciano a scivolare nella auto-parodia e inacidiscono più in fretta, il che affretta l’arrivo del nuovo movimento. Ci ha sempre aiutato il fatto di non pensarci mai come appartenenti a questa o quella scena e concentrarci invece semplicemente su come volevamo che suonasse il prossimo disco. Veniamo quindi proprio al nuovo album. E’ stato concepito come un “concept”? Voglio dire… la questione della “pecora nera” appare quasi in ogni canzone… Non è un vero concept quanto piuttosto un album in cui le canzoni sono tematicamente connesse. Ho armeggiato con l’idea del concept in passato e avverto che, per me almeno, c’è il pericolo che le cose diventino troppo perfettine e troppo poco convincenti. Ma mi piace l’idea di un set di canzoni dove certi temi, motivi, immagini e strumenti ricorrano. In alcuni momenti sul disco la band suona molto più pop che in passato e penso che alcuni brani come “Black”, “The Latest Tough” o il vostro singolo “For Real” siano dei perfetti hits potenziali. Sei d’accordo o è solo una mia impressione? Nei nostri album precedenti penso che cercassimo di fare molto per dare ad ognuna delle canzoni delle grandi arcate dinamiche che le facevano durare oltre i cinque minuti. Su Black Sheep Boy ci siamo sentiti a nostro agio nel muoversi in entrambe le direzione rispetto a quella formula di base; registrando cioè alcuni brani che restavano morbidi e in qualche modo sommessi dall’inizio alla fine ed altre canzoni che erano invece molto dirette e fatte di veloci accordi rock. E poi qua e là ci siamo concessi la licenza di creare un brano che attraversasse un tempo molto più lungo che in qualsiasi altro album precedente. Mi sento di poter dire che le canzoni che sembrano più “poppy” siano il risultato di un processo di cristallizzazione più che di un forte desiderio da parte mia di scrivere un hit. Questo però non vale magari per “The Latest Toughs” che è venuta fuori in modo davvero “poppy” quando l’ho scritta e il cui taglio pop è stato poi accentuato da Brian Beattie nella fase di produzione. La cosa curiosa è che nello stesso tempo il nuovo album registra la presenza di un sacco di arrangiamenti strumentali (le trombe giocano un ruolo più importante così come i violoncelli e il piano) e suona in qualche modo molto più “adulto” e musicalmente complesso che la maggior parte dei dischi folk-rock in circolazione. Senti di diventare sempre più esigente in fase di produzione man mano che passa il tempo? Sento di diventare più esigente in fatto di “sensazione” al passare del tempo e sempre meno esigente in fatto di “sound” in senso stretto. Preferirei che un disco sembrasse in qualche modo vivo piuttosto che essere perfetto in fatto di fedeltà audio. Volevamo che le cose suonassero belle, lussureggianti e sensuali su Balck Sheep Boy, ma anche comunque in qualche modo trasandate, rudi e spontanee per la maggior parte del tempo. Le vostre copertine sono sempre oniricamente bizzarre, popolate da fiabeschi “mutanti” e animali antropomorfi. Come nascono? Puoi dirmi qualcosa sul vostro cover artist Will Schaff? Abbiamo incontrato Will all’incirca ai tempi in cui stavamo finendo Don’t Fall in Love with Everyone You See, quando suonavamo in una band chiamata Eyesores, per la quale Will aveva ideato le copertine e suonato per un po’ la batteria. Sono un gran gruppo – una specie di Decemberists solo in anticipo di cinque anni e non altrettanto fortunati. Comunque, ho immediatamente apprezzato l’arte di Will e gli ho chiesto subito di fare qualcosa per noi. Da allora abbiamo lavorato sempre più a stretto contatto ad ogni disco successivo. Per Black Sheep Boy sono andato fino a Providence nel Rhode Island per suonargli le canzoni di persona in modo da poter lavorare alle registrazioni e alla grafica dell’album simultaneamente. Sono sempre colpito dai tuoi testi per il loro essere così semplici e allo stesso tempo così profondamente toccanti. Dal momento che essi possiedono una tale carica poetica mi chiedo se tu avverta una qualche influenza letteraria, se tu sia un gran lettore o qualcosa del genere… Mi piacciono scrittori di fiction come Faulkner e Andrei Bely e poeti che sono comunemente considerati grandi – Rilke, Whitman, la Dickinson, Berryman. Allo stesso tempo, tuttavia, penso che, anche se si può riuscire a contrabbandare un qualche tocco letterario cosmetico all’interno del sognwriting, penso che quest’ultimo resti la vera e propria forma d’arte e se il sognwrtiting è legato alla letteratura è solo come ad una sua distinta antenata. Non vorrei entrare propriamente nel politico, ma avverto negli ultimi anni una tendenza del cantautorato americano in genere a concentrarsi sulla dimensione intima dell’esistenza a discapito delle questioni sociali. Non trovi strano che in tempi come quelli che viviamo, tempi così ricchi di eventi politici internazionali, la maggior parte degli autori di canzoni sembrino essere così distanti da quell’impegno politico che invece nei sessanta caratterizzava i musicisti del Greenwich Village? Mi considero una persona ardentemente schierata a sinistra. Nello stesso tempo, ho sempre provato una profonda avversione verso la sguaiata, letterale “canzone di protesta” con la quale trafficavano i “folkies” dei sessanta. Non mi piace che la gente mi dica cosa pensare – perfino se si tratta di ciò che già penso – e specialmente se lo fanno in una maniera così grossolana. Penso che la musica abbia più a che fare con i legami emotivi e con la seduzione che con l’ergersi su uno scatolone di sapone e predicare alla gente. Per me, le vere grandi canzoni politiche sono quelle che gentilmente spingono la gente ad amare ciò che altrimenti le farebbe per lo più provare paura o la farebbe sentire a disagio, quelle che massaggiano il cuore delle persone in una sorta di corteggiante confusione fino al punto in cui esse non sanno più cosa pensare. Penso che aggiungere un goffo e scoperto messaggio politico ad una canzone rappresenti una reale riduzione delle qualità magiche e rivelatorie della vera grande musica. Nella misura in cui potrei essere tentato di usare il songwriting come mezzo per diffondere in mio messaggio politico di parte, finirei per ridurre il caos globale ad una qualche piccola codificata visione del mondo che mi capiti di avere. In altre parole, mentirei alla gente. Cosa mi dici del tuo progetto parallelo Shearwater insieme a Johnathan Meiburg? So che è cominciato come interscambio di mail e che ora è invece diventato un progetto stabile. Gli Shearwater sono più la band di Johnathan che la mia in questo periodo, il che rende le cose più divertenti e interessanti per entrambi. Sì, è vero che è cominciato più come un mandarsi e rimandarsi idee via mail ma ora è molto diverso ed è qualcosa che proviene molto più da Johnathan. Quale influenza pensi che avranno le nuove possibilità di comunicazione sulla musica in generale? Il modo in cui internet tende a liberare l’informazione, a disancorarla e spararla in ogni parte del mondo – buona informazione, cattiva informazione, informazione innocente, informazione contaminata, informazione vera, informazione falsa, informazione largamente vera ma leggermente falsa, informazione per lo più falsa ma in qualche modo vera – è allo stesso tempo eccitante ed un po’ inquietante. La nostra cultura si sta trasformando nella Libreria di Babele di Jorge Luis Borges, un gigantesco labirinto di graziose ma banalmente identiche cellule collegate, allineate a libri che sono pieni di informazione rozza, incoerente, indiscriminata. Penso che quando si libera l’informazione dai suoi vincoli – dai libercoli e dalle edizioni tascabili e dai vinili dalle copertine apribili e dalle buste usate per contenerla – essa perda una qualche qualità essenziale di redenzione e che, per contro, vi entri qualche elemento che ne rappresenta effettivamente una sorta di perversione. Più l’immondizia là fuori è a portata di mano, più tutto diventa identicamente senza importanza. Sempre più spesso in questi giorni sto rimpiangendo l’istante che sono stato introdotto all’uso di internet. Ho visto sul vostro sito che negli ultimi mesi siete andati in tour con i Decemberists. Qualche chance di vedervi suonare in Italia o almeno in Europa? Suoneremo in Europa in autunno, ma senza i Decemberists. Non vediamo l’ora.
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