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parte terza
Grigliata mista
Autore: Sam Paglia
Pubblicarono un articolone su di me, roba grossa. Trovai quella recensione insopportabile e tronfia, ma quando quel numero di "Kontrocultura operaia" arrivò nelle edicole del mio peasello, tanti si vantarono di aver giocato con me all'asilo. Anche un mio zio ottantenne. Il barbiere con una punta di invidia si rifiutò di tenere una copia del mensile nella sua bottega e mise in giro la voce, peraltro vera, che da sempre si era rifiutato di tagliarmi i capelli per via delle disgustose croste arancioni che albergavano nelle mie orecchie. Sarebbe dovuto rimanere un segreto professionale. Le tenevo soltanto perché negli anni settanta l'arancione andava molto e si intonavano coi miei pantaloncini di velluto a coste larghe, non certo perché non potevo permettermi i Cottonfioc. Mio padre approfittò di quella mia inaspettata popolarità per allargare il suo fido in banca, gli bastò portare la paginetta fotocopiata dell'esaltante articolo a mo’ di garanzia che quelli non fecero una piega ed elargirono il capitale. Sapevo che quei soldi sarebbero finiti in cera per carrozzeria e strofinacci. Brutta roba il pensionamento dei nostri vecchi. Mia madre smise di rivolgere la parola alle sue amiche della classe serale di yoga, ora che ero quasi celebre ne aveva il diritto. Le anticipò di un paio di giorni per sua fortuna, se lo avessero saputo prima loro, sarebbero state le prime ad ignorarla, a girarsi dall'altra parte. Lo yoga è anche questo. Qualche giorno dopo mi venne impiantato un ripetitore per telefonia cellulare a pochi metri dalla mia baracca. La testa prese a girarmi e un'irresistibile voglia di pizza con le uova sode, come tanto piace agli abitanti della provincia di Pesaro, mi prese allo stomaco. Ero perplesso. Era dal 1976 che ordinavo pizza scalognoesalsiccia, com'era possibile questo desiderio? Quel ripetitore stava mandando a puttane il mio metabolismo e la mia salute mentale. Come mi sbocciò sulla schiena un neo grosso come un sottobicchiere, decisi di tagliare la corda. A dire il vero ero un po' stanco di vivere lontano dalla città e mi balenò in testa di trovarmi un lavoro come pianista in un bel night fumoso e pieno di spogliarelliste marcione, sfruttando anche la recente pubblicità offertami dalla stampa. Erano otto mesi che me ne stavo chiuso dentro a mangiare carne affumicata e a studiare quel dannato pianoforte. Avevo trovato anche il modo di svagarmi. Se non mi fossi portato dietro il cubo magico di Rubick non so come avrei resistito tanto tempo in solitudine. L'avevo anche risolto, staccando le etichette colorate e riappiccicandole in ordine corretto. Tutti l'avevano fatto almeno una volta negli anni ottanta e non mi vergognai neppure più di tanto. Non mi ero più sbarbato da quel giorno in cui avevo messo piede dentro la stamberga. Una barba corvina e ispida mi incorniciava il viso e mi rendeva molto somigliante ad Al Pacino in Serpico. Somiglianza impressionante. Feci i bagagli e lasciai tutto in ordine. Come insegna il manuale comportamentale Knudsen, tagliai la legna e l'accatastai ordinatamente vicino al caminetto. Lasciai quattro righe scritte per i futuri ospiti, una bottiglia di vino di cortesia e dopo aver cosparso di benzina tutta la baracca diedi fuoco. Partii lasciando dietro di me un'enorme colonna di fumo nero mentre un pensiero preoccupante mi perseguitò per qualche chilometro ancora: avevo stretto bene i rubinetti dell'acqua? Giunsi in città. Feci anche un'esperimento, così tanto per aver la conferma che Al Pacino ed io eravamo interscambiabili. Misi una sirena da polizia incazzata, quelle che vendono i cinesi ovunque, sul tettuccio della mia Ford e sfrecciai attraverso alcuni semafori che indicavano rosso. Una pattuglia della stradale mi vide, sorrise e fece cenno come per salutare. Mi avevano scambiato per Serpico, ne sono certo. Avevo rischiato grosso, non lo escludo, ma certo sono che dopo aver intrapreso il sadico metodo pianistico Knudsen, nulla più mi spaventava. Sopraggiunse la stanchezza. Mi fermai ad un Motel, lo squallido Motel Laguna della stazione di benzina Laguna. Credo che fossi ormai in prossimità di Laguna. "Qui siamo a Laguna?", chiesi alla bella benzinaia. "Non lo so!", mi rispose lei componendo sulle labbra una bolla di saliva sulla "O" che subito dopo scoppiò. Ebbi un sussulto, era un po' che non vedevo della saliva femminile. Potevo anche innamorarmi. fine terza puntata
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