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MILLIE SMALL
Lollipop Girl
MILLIE SMALL
Autore: Mauro Carassai
Come una venere nera sorta dalle più azzurre acque caraibiche (l’incertezza anagrafica rende il tutto anche più oniricamente accattivante), Millicent Smith, conosciuta anche come Millicent “Dolly May” e in arte semplicemente come Millie Small, fu una delle poche voci femminili della scena ska di Clarendon (Giamaica) ad entrare nella leggenda. Nella prima metà degli anni sessanta i dance parties dell’isola che festeggiava la sua appena conquistata indipendenza politica riversavano sulle spiagge schiumanti ondate sonore fatte di un misto di mento, calypso, jazz afro-cubano e molti altri stili influenzati tanto dalle danze europee quanto dal folklore religioso locale. In mezzo a tutto questo la squillante voce di Millie doveva suonare come un innocente inno alla levità pop più versatile per il suo istintivo coinvolgimento con le suggestioni delle incalzanti istanze del rythm’n’blues. Se ne accorse ben presto Roy Panton che la volle accanto a sé nel duetto più famoso della carriera della nostra, quello che le valse l’incisione del brano “We’ll Meet” pubblicato nel 1962 a nome “Roy and Millie” quando Millicent è ancora appena sedicenne. Quella a due è una formula che funziona e la voce di Millie si ritroverà più volte affiancata in diverse altre occasioni a nomi come quelli di Owen Richards o Jackie Edwards in connubi vocali che, ahimè, vedono il nome di Millicent sempre al secondo posto. Quanto avrebbe invece dovuto essere preminente è del tutto apprezzabile nell’ Extended Play “Millie and her Boyfriends”, raccolta parzialmente esaustiva della disordinata discografia britannica dell’artista e oggi, come molti altri suoi dischi ,puntualmente semiintrovabile. I brani contenuti nel disco (firmati appunto a nome “Roy and Millie” o “Owen and Millie”) vennero a suo tempo registrati in Gran Bretagna per etichette come la Studio One, la Island e la leggendaria Blue Beat. Sarà proprio grazie a quest’ultima che Millie verrà sempre più spesso indicata con il nomignolo di “Blue Beat Girl”, implicito riconoscimento certo non di poco conto se si considera che il termine Blue Beat finì per dare nome a un vero e proprio sottogenere dello ska che vede tra i suoi esponenti più rappresentativi, oltre alla nostra Millie, nomi come Desmond Dekker (autore di classici come “Rude Boy Train” o “The Israelites”) o Prince Buster (di quest’ultimo vanno senz’altro ricordate “Al Capone” o “Julie on my Mind”). Il vero punto di svolta per la nostra Blue Beat Girl è infatti il suo arrivo in terra d’Albione nel 1963 grazie all’interessamento di Chris Blackwell che le fa incidere il brano “Don’t You Know”. Il brano ha in verità poco a che fare con lo ska in senso stretto, prevede arrangiamenti orchestrali diretti da Harry Robinson e in generale non sfrutta al meglio le capacità espressive di Millie, certamente più a suo agio con le sonorità di matrice caraibica. Sarà infati solo il suo secondo singolo a divenire un successo pressoché mondiale raggiungendo il secondo posto nelle classifiche americane e addirittura il primo in quelle inglesi nel 1964 (i Beatles già puntavano all’America e gli Stones erano ancora “in rodaggio”). Il ”My Boy Lollipop” in questione resta a tutt’oggi uno dei dischi ska più venduti di tutti i tempi con sette milioni di copie in tutto il mondo e, diciamolo, resta il disco a cui Blackwell deve un notevole consolidamento della sua figura professionale che lo porterà di lì a breve a gestire nomi come Bob Marley e in futuro gli U2. Il brano viaggia sulla bellezza della acutissima voce di Millie e su un altalenante motivetto che innesta su tradizionale giro di basso blues, sbarazzini contrappunti di strumenti a fiato nel più classico “after beat” e perfino arabescati ornamenti di armonica a bocca (per la quale la leggenda vuole addirittura Rod Stewart in sala d’incisione). Il sound è di sicuro più scarno rispetto alle “Spectorizzazioni” del periodo e può puntare sull’energia istintiva di sessionmen come Ernest Rangling (virtuoso della sei corde e altro tra i principali responsabili dell’ascesa della musica delle Indie Occidentali all’attenzione internazionale) e su innocenti lyrics amorose accreditate a Johnny Roberts e Morris Levy, ma la vera protagonista resta la disarmante limpidezza della voce di Millie che non lascia spazio per serie considerazioni in sede critica. Prova ne sia che, malgrado il suo strepitoso successo, il brano non segnò l’inaugurazione di alcun vero e proprio genere e la statura artistica di Millie venne in qualche modo ridotta a quella di una semplice one-hit maker, anche se all’ascolto del brano chiunque può ancora oggi chiudere gli occhi e farsi rapire da quel caratteristico e irripetibile mix di ethnic pop e romanticismo teen senza tempo. Benché limitatamente guardata come modello di icona pop femminile negli anni a seguire (un ruolo con il quale Millie non si trovò mai perfettamente a suo agio), nessuno dei singoli seguenti riuscirà in alcun modo a consolidare il successo ottenuto con quel brano considerato che, a parte forse “Sweet William”, brani come “My Street”, “See You Later Alligator” restano quasi del tutto sconosciuti ai più e “Bloodshot Eyes” raggiungerà al massimo il quarantottesimo posto in classifica e neanche la registrazione di un intero album con Fats Domino (di cui tra l’altro Millie intepreterà diverse covers tra cui “I’m in Love Again”) varrà a mutare sensibilmente la situazione. Oggi parte di questi brani possono essere reperiti nella raccolta Time Will Tell (che include però interpretazioni più tarde rispetto a quelle che le valsero i riconoscimenti di cui si diceva) oppure vagabondando in cerca dei numerosi brani sparsi su diverse compilation (non solo quelle dedicate alla musica popolare caraibica, ma anche molte altre compilate in relazione ai temi più diversi). Tra queste vanno segnalate a titolo esemplificativo 60’s Girl Power e Hard to Find ’45: Volume 6 entrambe contenenti l’anthem Small-iano di cui si è ampiamente detto. Non se ne dirà mai abbastanza però dato che è grazie a dischi come “My Boy Lollilop” che il genere ska diverrà popolare su entrambe le sponde dell’atlantico (anche se il suo successo sarà sicuramente maggiore in Gran Bretagna grazie principalmente all’ondata degli emigrati caraibici che portarono con sé nella metà degli anni sessanta tutto il loro entusiasmo e il loro attaccamento alle proprie radici musicali). Ed è anche grazie a dischi come questo che lo ska potrà raggiungere il suo apice nei tardi sessanta ed evolvere gradualmente nel reggae divenendo oggetto di un celebre revival britannico durante i settanta e gli ottanta grazie a gruppi come Specials e… Ma ok, questa ovviamente è davvero un’altra storia.
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