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Life on Mars Volta
THE VANISHING POINT
Autore: Stefano Barbieri
Nati dalle ceneri degli At the drive in, gruppo degli anni novanta che seppe miscelare rock e hard core in una combinazione di grande valore, i Mars Volta vennero preceduti dalla loro fama addirittura prima dell’uscita dell’album d’esordio, De loused in the comatorium, differenziandosi finalmente da molti altri gruppi impegnati da ormai troppo tempo in un genere “post-rage against the machine”. Il loro primo lavoro infatti, Tremulant EP, fu incensato dalla stampa specializzata, tanto da creare enormi aspettative che i due ragazzi di El Paso (entrambi ex ATDI), Cedric Blixer-Zavala (voce), Omar Rodriguez-Lopez (chitarra) non delusero, consegnando ai fans un prodotto degno di nota. Senza dubbio il gruppo raccoglie il bagaglio musicale degli At the Drive In, riprendendo sonorità presenti in One Armed Scissor, ultimo loro album, introducendo però alcune caratteristiche non ritrovabili nei dischi precedenti. La band infatti scopre un suond nuovo e innovativo. Cambiamenti radicali: sezione ritmica e voce. I tempi di batteria nervosi e tendenti al punk rock degli ATDI lasciano ora spazio a ritmi più dilatati, dai quali si intravedono barlumi di progressive sottolineati anche dalla presenza del pianoforte. I vocalizzi di Cedric Blixer-Zavala ci rimandano a quelli di Chris Cornell (Soundgarden) e quindi inevitabilmente a quelli di Robert Plant (Led Zeppelin), ma il texano non si abbandona certo a banali imitazioni e contamina le acute e distese sonorità con passaggi che tendono alla psichedelia, addirittura al free jazz, rendendo il tono delle canzoni altamente evocativo ed immaginativo (l’effetto eco sulla voce è presente in tutti i pezzi). Senza respiro. Insomma, senza dubbio De loused in the comatorium, non è un disco come tanti altri. Ha un sound nuovo. Piace o non piace. Nel 2005 arriva il tanto atteso secondo album della band, Frances the Mute. Molti temevano che Mars Volta fosse uno di quei progetti che si sarebbe esaurito in breve tempo per volontà della band una volta raggiunto l’apice del successo. Fortunatamente non è stato così e i ragazzi hanno regalato al loro pubblico ormai folto un altro interessante album. Avendo già ascoltato il primo disco dei Mars Volta ed essendo il loro stile a voi ormai piuttosto friendly, noterete che le sonorità di Frances the Mute non sono poi così differenti. Ma non fatevi ingannare. Frances the Mute non rappresenta un seguito del precedente lavoro. C’è di più. I testi, cantati in Inglese e in Spagnolo, si basano su un personaggio descritto in un diario ritrovato sul sedile di un auto da Jeremy Ward, ex compagno di ventura della band, morto di eroina poco prima dell’uscita di De loused in the comatorium. Frances the Mute è un album difficile, cinque pezzi della lunghezza di quasi quindici minuti l’uno. Inquietante. Ogni canzone ha una struttura diversa e sembra spesso un medley di rock, free jazz, psichedelia, noise e salsa. I fans accolgono il secondo disco con entusiasmo e il gruppo si consacra definitivamente al successo. Nel 2002 i Mars Volta si esibiscono al Rainbow di Milano in un bellissimo concerto. Un’ora e mezza circa di energia pura. Riff di chitarra macinati istericamente e sinuosi passi di danza eseguiti da Cedric in perfetto stile rockstar anni ’70. Nel marzo 2005 il gruppo ritorna in Italia, una sola data, tutto esaurito. Un concerto di due ore e mezza no stop. La band interrompe lo show per pochi secondi solo due o tre volte. Largo spazio all’improvvisazione, forse fin troppo… La band si distingue per la creatività e per la tecnica. Omar Rodriguez si abbandona spesso a ritmi latini riscoprendo le sonorità di quel Santana ormai tanto “distante”. La band sembra interessarsi anche al sound dei Fugazi, quasi celebrandoli in passaggi noise interminabili fatti di feedback e di ritmi incostanti. Un concerto mozzafiato che ha però destato opinioni discordanti a causa dell’ampio margine lasciato all’improvvisazione e alla durata, da molti considerata eccessiva. Forse in fondo qualcosa di vero c’è ma se cosideriamo che da un po’ di anni a questa parte i concerti di 50 minuti sembrano essere un trend, teniamoci stretti questi “bravi ragazzi”.
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