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JOE “KING” CARRASCO
Tequila e Rivoluzione
Green Shadows,White Whale
Autore: Mauro Carassai
Avete sempre pensato che un giorno avreste ascoltato qualcosa in grado di spingervi a rovesciare il tavolo di un locale pubblico per incendiarvi in un promiscuo dance party improvvisato con la giusta quantità di alcool in corpo? Il “Re” in questione è il solo agitatore sonoro (sociale?) in grado di guidarvi con mano sicura verso l’esplosiva sonica catarsi liberatoria dei vostri sogni. Nativo di Austin nel “Lone Star” State, Joe King Carrasco cominciò nei tardi anni sessanta a miscelare quell’intruglio fatto di blues, musica latina (conjunto e norteño per lo più), country, rock’n’roll (punk ante-litteram?) che, una volta immerso nel suo personalissimo frullatore, diventerà blob sonoro sferragliante ed effervescente, valanga di celebrazione folkloristica e di impeto culturale in grado di scuotere dal profondo le fondamenta stesse del concetto di genere musicale. Dopo aver suonato in diverse bands texane nella perenne ricerca di un sound che riuscisse a coniugare le prodezze della coppia Doug Sham-Huey P. Meaux (l’uno si era adoperato ad una personale rivisitazione della lezione alt-country di Hank Williams mentre l’altro, con l’idea di innestare i ritmi del beat inglese su ballabili strutture cajun, aveva fondato con il primo il più famoso combo Tex Mex, i Sir Douglas Quintet) con la propria vocazione ad una giocosa irruenza minimal folk, Carrasco riesce finalmente a formare una propria band nel 1976 chiamata El Molino. Trova spazio in questo progetto l’irriverente esuberanza, la gioiosa aggressività e la festaiola spensieratezza che si può assaporare nell’esordio pubblicato dalla texana Lisa Records un paio di anni più tardi intitolato per l’appunto Tex-Mex Rock-Roll, album che per vie più o meno traverse riesce a giungere anche al di qua dell’atlantico e a finire perfino ristampato dalla Big Beat Records. Complice forse il plauso di estimatori più tardi come Elvis Costello questa tutto sommato ordinaria collezione di canzoni situate a metà strada tra musica messicana (ornata di corni e marimba) e rock più o meno tradizionale (vi suonano lo stesso Doug Sham ed Augie Myers dei sopracitati Sir Douglas Quintet) godrà anche di successiva ripubblicazione targata Roir nel 1989 con tanto di note di copertina curate da Joe Nick Patoski (in quegli anni uno dei più acclamati critici pop rock del sudovest americano poi editore del Texas Monthly) che di lì a poco diventerà nientemeno che il manager di Carrasco. Tra i brani dell’unico album a nome El Molino si fanno notare sicuramente “Jalapeno con Big Red” e “Rock Esta Noche” ma, come si suol dire in questi casi, il meglio deve, ovviamente, ancora venire. Abbandonata nel ’79 la vecchia ragione sociale per la nuova Joe King Carrasco and the Crowns, il nostro muta in maniera altrettanto disinvolta la veste definitoria del proprio sound autoprocalmando la sua musica “nuevo wavo” (ogni riferimento è ovviamente azzeccato) e riorganizza le proprie sonorità nell’omonimo Joe “King” Carrasco and the Crowns attorno ai nuovi perni costituiti dallo sdolcinato organo di Kris Cummings e da un mix sonoro indefinibile i cui ingredienti vanno ravvisati nello sghembo rockabilly di brani come “One More Times”, nella stralunata polka di “Federales” e nelle ritmate e più o meno irrefrenabili marcette “di frontiera” di “Caca de Vaca” e “Buena”. Da qui in poi il cammino artistico di Carrasco procede nella direzione di una carica demenziale sempre più riconoscibile. I live.acts del “Re” vengono sempre più coreograficamente curati con tanto di mantello e corona e la lunga serie di concerti, tenuti in questo periodo principalmente nell’area di New York, gli valgono un contratto nel Regno Unito con la Stiff e in America con la Hannibal di Joe Boyd. E’ il momento felice delle apparizioni al Saturday Night Live e di lì a poco per Joe sarà quello di gettearsi a capofitto nelle estenuanti tournee che lo porteranno a girovagare per tutto il centro America (Bolivia e Colombia), l’Europa, gli Stati Uniti e il Canada e a infervorare audiences di qualsiasi razza e colore con performances dove il voltaggio di energia fisica raggiunge davvero lo stremo e dove il ballo diventa il vero focus delle esibizioni. Tralasciando la parentesi dell’Ep Party Safari (anche perché due della quattro tracce in esso contenute verranno ri-registrate in differenti versioni per l’Lp successivo), il nuovo album Synapse Gap (pubblicato nel 1982 per una major come la MCA) sposta l’incontenibile ricerca di sfoghi naturali verso i territori del reggae ottenendo attenzioni insperate (sicuramente non ultima quella di Micheal Jackson che presta la sua voce nell’ottima ballata soul reggae “Don’t Let a Woman (Make a Fool Out of You)”). Nel disperato tentativo di “battere il ferro finché è caldo” Carrasco sforna quindi Party Weekend nell’anno successivo, scoppiettante album prodotto da Richard Gottehrer che riversa sugli ascoltatori un profluvio di canzoni punk rock nate e cresciute solo all’insegna del puro divertimento (la title track diverrà una sorta di inno “da party” internazionale): brani come “Let’s Go” o la nuova versione di “Buena” mostrano quanto contagioso e ammiccante il prodotto sonoro potrebbe promettere di essere, caratterizzandosi di fatto come un perfetto corrispettivo “latino” dei newyorchesi Ramones. Qualcosa però purtroppo non funziona e, forse deluso dalla scarsa incisività della sua musica in occasione di questa “incursione” nel lato oscuro del music biz, si fa strada a poco a poco per Joe l’ipotesi diametralmente opposta: quella cioè della coerenza culturale e filologica prima e quella della adozione di un vero e proprio piglio politico poi. Prima di tutto viene pubblicato Tales from the Crypt, una sorta di antologia contenente tutte le versioni demo dei suoi brani storici ivi compresa la frizzante “Let’s Get Pretty” e le solite “Caca de Vaca” o “Federales”. Quindi è la volta della pubblicazione di una serie di album che registreranno l’introduzione di proclami sempre più fortemente politicizzati come le eloquenti “Who Buys the Guns” e “Current Events (Are Making Sense)”. Stiamo parlando di Borderlands, album che, parallelamente, comincia a denotare dal punto di vista strettamente musicale una certa stanchezza nella ripetizione dei soliti pochi elementari accordi rock che vengono fondamentalmente a malapena “ispanizzati” dal nostro. Perfettamente in linea con questa tendenza la sorte degli album successivi che verranno di fatto accreditati a Joe “King” Carrasco Y Las Coronas e che come Bandido Rock del 1987 (uscito per la Rounder) contengono inequivocabili manifesti politici come “Juarez and Zapata / Stood for love of the people”, “Fuera Yanqui” and “Hey Gringo ‘No Pasaran’”. E’ questa la veste con cui Carrasco si presenta al mondo (sta per gettarsi nell’attivismo politico tout court in Nicaragua) ed è sintomatico che quella sostenuta orgia di farfisa che è la “Pachucco Hop” del disco conosca una certa notorietà perché reinterpretata dai francesi Mano Negra. Le ultime prove sulla lunga distanza come Dias De Los Muertos non spostano di molto le coordinate musicali precedentemente fissate che conoscono anzi, in questo ultimo periodo, addirittura una curvatura maggiore verso sonorità tipicamente latinoamericane e specificamente caraibiche, le stesse che porteranno Carrasco a coniare per la sua musica più recente la definizione di “Tequila Reggae”. Diverse le compilation uscite dopo il 1995, anno in cui la MCA, dà alle stampe la propria, diverse le cover dei brani di Carrasco tra cui la “Tell Me” dei Texas Tornados e diversi i progetti extramusicali (dall’apparizione nella soundtrack di Tin Cup di Kevin Costner alle tracce dell’album Hot Sun utilizzate per quella del film Borderland) o più propriamente a sfondo sociale come il volontariato per la pulizia delle spiagge e la lotta contro la guida in stato di ubriachezza (il padre di Carrasco venne ucciso da un guidatore ubriaco). Ovviamente tutto questo non rende minimamente giustizia alla portata della musica di un artista bislacco e inconcludente quanto si vuole e che può vantare una costante attività live al limite della frenesia entropica, ma serve ugualmente a conferire maggior definizione a un quadro tanto eclettico quanto “pazzescamente” monocromatico. La dozzina di albums che il “Re” può vantare infatti, al di là delle differenze contingenti da analizzare caso per caso, costituiscono comunque complessivamente un corpus ineguagliabile di irrefrenabile vitalità, sincerità espressiva e sgrammaticata autoironia. Joe “King” Carrasco rimane un artista credibile proprio (e solo) per il suo essere farsesco oltre ogni limite e per il fatto di restare ancora a tutt’oggi l’esuberante ed indiscusso re di qualunque festino vogliate anche soltanto immaginare. Non vi resta che indossare lo smoking e cimentarvi nell’intramontabile spot “No “King”, no party”. FINE
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