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ALEC EMPIRE Futurist (Digital Hardcore/Wide)
Vinile
Autore: the Raven
Non sono un collezionista, vado al sodo delle cose, il che vuol dire che mi piace avere, ad es, i 45 giri di un artista che amo ma perché ci sono in genere degli inediti (quasi mai suoni sopraffini e frutti dell’ingegno, a dirla tutta) e, toh, al massimo una copertina realizzata ad hoc anche se, parafrasando bonanima di Lucio da Poggiobustone, da quando c’è il cd tutto questo non c’è più (dioddio, che brutta la maggior parte delle copertine dei dischi, da vent’anni a ‘sta parte). Epperò, da bravo bambinetto che “faceva l’album” delle figurine Panini dei calciatori (mai finitone uno in vita mia, orcozzio), m’è rimasta una qual certa ansia da riempimento della pagina bianca che altro che quella dello scrittore! mai provato quel tremolìo quando davanti alla formazione del Foggia vi trovavate un buco al posto di Tagliavini o Fantazzi del Cesena (il primo giocatore coi baffi a che mi ricordi; son cose che restano) tardava ad uscire dal magico pacchettino scartato all’uscita di scuola (i ragazzi vendevano i libri, ok ok...)? Tutta ‘sta pugnetta per dire che un po’ ci son rimasto male quando, ricordando il lusso con cui tre anni fa ci era stato consegnato “Intelligence & Sacrifice”, mi son visto arrivare questo tondino protetto da solo un quadratino di plastica trasparente che manco addosso a Raven (intesa come la pornostar) nei suoi tempi migliori. Però Alec è “amico” di vecchia data e passar sopra ci si deve. Ed eccoci a “Futurist”, appena scodellato dalle presse della Digital Hardcore per la gioia dei vostri vicini di casa (“Ma ‘sto ragazzo peggiora sempre? senti che roba, che mette su!”). Il titolo è dei migliori, rimanda ad uno degli ultimi movimenti artistici per cui valeva la pena morire (perché, chi cazzo morirebbe alcolizzato o suicida per la Transavanguardia? siamo seri) anche se di quel pensiero il disco ha solo certa violenza scapigliata e di sicuro in scala 1:10 almeno, non per demerito del tedesco ma perché il Futurismo fu uno dei più importanti e creativi movimenti artistici dell’era moderna. La filosofia dell’album è presto spiegata da Alec stesso: siccome il rock langue, coi polmoni affaticati da un pop fumoso ed un pancreas assediato da tanta melassa travestita da ribellione, torno ai miei primi amori che furono la chitarra ed il punk e cerco di rivitalizzarlo, di scrostare il lucido e la patinatura sotto cui sta soffocando la musica oggi, fondendo quanto già ho fatto nell’elettronica con quanto mi ha ispirato da ragazzino. Ribelle senza una glassa, insomma. E l’intento c’è tutto; una partenza da Formula 1 con “Kiss Of Death”, dove risuonano la violenza dei Dead Boys di “Sonic Reducer” ed i ritornelli sloganistici avvicinabili a quelli di Cockney Rejects, Angelic Upstarts e insomma il punk proletario inglese tutto. Un avvertimento alle sirene dello showbiz a non provarci con lui, a non blandire fighe e topofthepops perché è inutile. In questo, “Futurist” è un album molto politico ma Empire va ben più in là, denunciando l’insediamento mondiale di un fascismo soffice, mediatico e multinazionale. Un nonno morto nei campi di sterminio e un’adolescenza nella Berlino spaccata in due ti fa vibrare meglio le antenne verso certe questioni (“Se cresci con quella coscienza, in una nazione che ha sbagliato così tanto, vedi i segni di pericolo molto precocemente. E allora fai qualcosa. Penso che molte persone vivano in un mondo di sogni, pensando che il futuro potrebbe andare storto, mentre siamo già oltre”. Tornando alla musica, Alec parla della morte del rock’n’roll coi vestiti del nuovo Messia. Ovviamente, non sarà lui da solo a cambiare il tragico corso degli eventi nella grande truffa dell’arte postribolata (ma anche post-tribolata, ché oggi è tutto un velinoso circo dove gnocchette senza alcun talento, cantanti dal’ugola anemica e calciatori col naso asfaltato pascolano nella stessa savana mediatica dandosi di gomito anziché digrignar le zanne l’un l’altro) ma cotanto furore programmatico è perlomeno commovente. “You better watch out cauz I come to terminate!!!!”. “Night Of Violence” richiama già più al vecchio gruppo di Alec, gli Atari Teenage Riot, perché la cavalcata ritmica del punk arriva a sciogliersi nei bpm parossistici della techno, pur mantenendo la sua corposità tipica. Un piccolo e robusto serpente già in uso anche in band come NIN o Ministry, che si morde la coda e in un’unica forma perfetta com’è quella circolare dice tutto. “Overdose” imita alla lontana l’ars declamatoria di Iggy ma con voce filtrata e suoni heavy, viene spinta dalle schede dell’etichetta ma tutto sommato non è quel gran gioiello di cui si parla. Una particolarità dell’intero album è che, pur seguendo un’unica linea, ogni canzone suona un po’ diversa dalle altre grazie a differenti sovrapposizioni e trattamenti delle chitarre via elettronica, che raramente vengono a cadere (forse solo su “Make Em Bleed”, brano tenso-esplosivo molto ATR style, ad es.). Nick Endo, già preparatrice elettronica del suono della band è responsabile a metà di quello di “Futurist” come già fece in altri lavori di Empire. Un raro caso, nell’elettronica, che resiste all’oligarchia maschile mentre da tempo ormai perfinoo il rock ha aperto alla grande alle donne. Fantasia granitica, la Endo: lavora attorno ad ogni brano con incudine e martello riuscendo a creare fronzoli sbalzati che rafforzano ed impreziosiscono le song. “Futurist” è un album speculare ai lavori degli ATR perché dove là si applicava all’elettronica l’impatto del punk, qui è il punk a subire l’influenza dell’elettronica e in musica, invertendo i fattori, il risultato cambia eccome e forse ne decreta l’unica pecca del lavoro. C’est à dire, puoi sentire sei volte di fila “Never Mind The Bollocks...” e chiederne ancora mentre dopo un solo ascolto di “Futurist” ti ritrovi con le orecchie che fanno “Burp!”. Bello ma a piccole dosi. E senza cucchiaino e succo di limone. Nojo vulons savuà...
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