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FAIRUZ
Turchesi Estasi Mediorientali
Green Shadows,White Whale
Autore: Mauro Carassai
Può apparire curioso che un paese di traffici come il Libano, noto per essere “la porta dell’Oriente”, debba il suo nome proprio ad una catena montuosa che, sebbene digradi dolcemente verso la costa mediterranea, precipita invece a est in pendii scoscesi e accidentati. E’ un po’ come restare incantati da un paesaggio a prima vista familiare e un attimo dopo, senza neanche accorgersene, ritrovarsi scaraventati in un altrove culturale per molti versi abissale ed apparentemente incommensurabile per noi europei. E’ in definitiva un effetto molto simile quello che può provocare la celestiale voce di Nuhad Haddad, in arte Fairuz, ad orecchi decisamente non abituati a sprofondare, dalle superfici della musica classica tonale, delle sonorità latinoamericane, delle musiche balcaniche, degli echi jazzistici che ritroviamo in alcuni dei suoi brani, improvvisamente giù nel cuore di un sistema musicale che non contempla il concetto di armonia, di linee melodiche che non conoscono notazione scritta, di parole salmodiate su temi e motivi nazionali trasformati però dall’interprete libanese in estasi sonora luminosa ed ammaliante. Germogliata in un paese che conserva nelle sue tradizioni i costumi dei popoli che l’hanno percorso e vi si sono stanziati (Fenici, Greci, Arabi, Turchi) l’arte vocale di Fairuz, allo stesso modo, conserva tutta l’intensità del romantico idoleggiamento per la vita dei villaggi dove trascorse la sua infanzia, tutta la forza della sua proverbiale introversione, tutta la levità mutuata dal suo singolare amore per i fiori e tutta la bellezza della sua innocente timidezza messa da parte solo nelle occasioni in cui le veniva chiesto di cantare. Ma si tratta di un timbro vocale che sa, nello stesso tempo riemergere perentorio e deciso nella sua rivisitazione della tradizione popolare araba alla luce di inedite sinergie con i più svariati elementi della musica occidentale. Un po’ come Beirut, la città dove ha vissuto la maggior parte della sua vita, moderna e antica, dove accanto ai negozi di stile europeo si agita il mondo dei venditori ambulanti, dove i costumi occidentali e arabi si mescolano indifferentemente. Proprio in uno dei suoi sobborghi circa una sessantina d’anni or sono, in un quartiere dove i poveri di qualunque estrazione trovavano rifugio ed aiuto reciproco, la piccola Nuhad viene magicamente rapita per interi pomeriggi dal suono attutito di una radio del vicinato che la incolla per ore al davanzale della finestra donandole le suggestive voci di molte delle cantanti dell’epoca. Tra queste, quelle delle egiziane Laila Murad e Asmahan diventano immediatamente fonti inesauribili di ispirazione per i motivetti che Nuhad intona continuamente durante le faccende domestiche e il marquoq (la rituale preparazione del pane per la piccola comunità). L’insopprimibile desiderio di dare sfogo alle proprie pulsioni canore fa sì che a scuola la voce della piccola Nuhad venga immediatamente notata da Muhammad Fleifel, un insegnate del conservatorio alla ricerca di giovanissimi talenti da arruolare per cantare inni nazionali trasmessi dalla neonata Stazione Radio Libanese. Consapevolmente persuaso fin dal primo ascolto delle sue doti canore di essere alle prese con una ‘bambina prodigio’, Fleifel riesce a vincere le resistenze del padre della piccola Nuhad e a farle intraprendere una limitata carriera (per la quale si offre di pagare egli stesso le spese per l’educazione vocale della piccola al conservatorio nazionale). Oltre a insegnarle i mille trucchi del mestiere e a farle cantare i versi sacri nel classico stile arabo dell’intonazione coranica - una pratica a cui quasi nessun cantante arabo sembra essere sfuggito (anche la celeberrima Oum Kalthoum e tutta una serie di cantanti appartenenti alla scena musicale araba moderna sono o sono stati recitatori del Corano prima che cantanti in senso pieno del termine) - Fleifel riesce a farle avere un’audizione per il coro della stazione radio di Beirut che, nel 1946, non trasmetteva ancora programmi registrati ma solo esibizioni in presa diretta. Leggenda vuole che il direttore della commissione Halim Al-Rumi si ritrovi costretto a interrompere l’accompagnamento pianistico lasciando il brano a metà sconcertato dalle qualità vocali di Nuhad e che, sempre comunque prima della fine, gli altri membri della commissione stiano già congratulandosi con la ragazzina per l’unicità del suo timbro vocale. Il periodo trascorso nel coro radiofonico significa principalmente due cose per la piccola Nuhad: avere qualche soldo da portare a casa e con cui comprare regali ai fratellini e avere l’opportunità di osservare e studiare da vicino le tecniche di canto di tutti i membri. Nuhad è così brava nell’imparare a padroneggiare le proprie corde vocali che dopo soli due mesi viene presa in considerazione da Al-Rumi l’idea della performance solista: nasce “Tarakt qalbi w tawa’t habbat”, composta dallo stesso Rumi con parole di Michael Awadh e nasce – sempre su idea di Al-Rumi – il nome d’arte di Nuhad, Fairuz che vuol dire “turchese”, scelto forse simbolicamente proprio per le sublimi sfumature celestiali della sua voce. Seguono altre due canzoni firmate da Al-Rumi, una in dialetto egiziano e l’altra in duetto con il compositore stesso, ed è quindi la volta delle prime incisioni su disco nel 1952: “Ya Hamam” e “Ahibbak mahma ashouf minnak”. E’ a questo punto che, snodo biografico decisivo, Fairuz viene presentata al violinista e aspirante compositore ‘Assi Rahbany il quale in prima istanza liquida il talento vocale dell’artista come esclusivamente adatto alla tradizione folcloristica ma non certo ai brani di fattura sicuramente più moderna cui egli stava lavorando. Sarà la stessa Nuhad a provare che la propria era invece una voce dalle capacità infinite, dallo spettro amplissimo e dal timbro più versatile di tutte quelle del mondo arabo. Nonostante riveli a ‘Assi, nel corso di una delle loro lunghe chiacchierate, che in realtà il suo vero sogno era quello di diventare insegnante, Nuhad riversa una dedizione totale nelle sessions di registrazione e le sue interpretazioni vengono sempre precedute da lunghi periodi di concentrazione e di preghiera prima di entrare in studio. Quasi ascetica nel proprio modo di porsi nella vita come nell’arte, Fairuz dimostrerà di saper catturare invece perfettamente le sfumature vocali consone alla maggiore levigatezza e “disimpegno” della musica moderna e di saper tranquillamente rinunciare alle tonalità ieratiche tipiche degli inni patriottici. Lo farà in alcuni brani composti da ‘Assi come “Lama wa Lamyaa” o “Ghuroub” anche se sarà solo la splendida mestizia di un brano come “‘Itab”, registrata alla radio di Damasco nel ’52 e più tardi stampata su disco a Parigi, a consacrarla come la più grande e duttile cantante di tutto il mondo arabo. Di lì a poco a questa “formazione a due” si aggiungerà anche il fratello di ‘Assi, Mansour per formare una trimurti che, consolidata in seguito dal matrimonio tra Fairuz e ‘Assi, entrerà nella storia della musica mondiale. A Beirut in quel periodo, dal punto di vista musicale, grandi gruppi ed orchestre venute dall’estero diffondono a spron battuto le sonorità tipiche del tango e della rumba tra la crescente componente etnica occidentale della capitale e l’occasione sembra propizia a Sabri Sharif degli Near East Broadcasting Studios per proporre alla bionda interprete un esperimento ancora inedito nella musica orientale: cantare con l’orchestra argentina di Eduardo Bianco musiche originariamente composte per la danza come “La Cumparsita” o “La Boheme”. Fairuz e i due fratelli Rahbany danno praticamente vita per la prima volta alla canzone da ballo araba proprio mentre brani come “‘Itab” li impongono artisticamente all’attenzione di quasi tutto il mondo arabo. E’ un susseguirsi di impegni ed esibizioni. Di lì’ a poco la radio ufficiale di Damasco avrebbe ripetutamente ospitato le loro performances mentre manager improvvisati come Ahmed Said sarebbero venuti dall’Egitto per cercare di metterli sotto contratto. E’ proprio nei sei mesi trascorsi al Cairo nel 1955 che il trio comporrà la più importante opera musicale del periodo Rajioun dove Fairuz duetta in diverse occasioni con il cantante e attore egiziano Karem Mahmoud. Del 1957 è la prima apparizione dal vivo nel tempio romano di Baalbeck dove la nostra stregò la vasta audience presente con una splendida versione di “Lubnam Ya Akhdar Hilo” (O verde, dolce Libano) a cui seguiranno apparizioni dal carattere sempre più recitato fino alla definitiva messa in scena di veri e propri musical teatrali. Da questo momento in poi la carriera di Fairuz eccede l’ambito strettamente musicale e una serie sterminata di poeti (tra questi anche Kahlil Gibran, di gran lunga il più noto per i lettori occidentali) compongono versi da farle interpretare senza contare che la cantante appare anche in tre film degli anni ’60. E’ un periodo di frenetica modernizzazione per il Libano e Fairuz cerca in qualche modo di trovare gli strumenti espressivi adatti per ritrarre la cultura del suo paese in modo da presentarlo agli occhi del pubblico occidentale per quello che è: un paese pluriconfessionale e plurietnico. Le composizioni di Fairuz cercano di esprimere mediante testi in arabo classico sentimenti largamente condivisi da tutto il mondo arabo innestandoli però in un impianto musicale che, pur facendo restare gli strumenti arabi in primo piano, cercava di incorporare anche strumenti e strutture sonore occidentali (quali quelle delle danze popolari ad esempio). Splendidi esempi di questa commistione si trovano nella raccolta Al Mahatta del ’74 pubblicato da Voix de l’Orient contenente il miscuglio balcanico-latineggiante di “Ka ‘an assamane”, gli aromi mediterranei di “Dabket al mahatta”, le “impossibili” suggestioni caraibiche di “Raksat a Ettfaiyeh”, le aperture quasi sinfoniche di “Imani Sate’”. Nei tardi settanta però la sua relazione con ‘Assi è destinata a finire (da lui aveva avuto il figlio Ziad nel 1956) e finisce perciò per interrompersi anche la loro relazione artistica. Sarebbero stati più che altro gli eventi storico-politici internazionali ad abbattersi sulla vicenda artistica (e non solo) della cantante. Il trapianto delle organizzazioni di guerriglia palestinese in territorio libanese non avrebbe tardato infatti a far saltare il fragile equilibrio di convivenza delle varie comunità di cristiani, musulmani, sunniti, sciiti e drusi presenti sul territorio e durante la conseguente guerra civile la voce di Fairuz tace per non creare fraintendimenti appoggiando nessuna delle parti in lotta (non fa concerti anche se le sue canzoni continuano a intrattenere, suggestionare e in molti casi a consolare dalle stazioni radio dell’epoca). A guerra finita, invece, Fairuz torna in scena con un memorabile concerto a Beirut nel 1994 seguito da diversi altre esibizioni come quella a Baalbeck nel ‘98. Tra gli ultimi lavori di notevole valore ci sono i due bellissimi concerti del 2000 e 2001 al palazzo di Beiteddine coadiuvata da suo figlio Ziad Rahbany (con cui incide anche il suo ultimo album in studio Wala Kif), dei quali quello del 2000 viene immortalato nello splendido cd Live at Beiteddine 2000 che può essere a ragione considerato il miglior documento per saggiare la reale portata artistica della Nostra. Da questo punto di vista non esiste forse miglior descrizione ed epitaffio di alcune parole scritte su di lei da Jabra I. Jabra nelle note interne di un suo album: “Per il mondo arabo Fairuz apparve improvvisamente, come un miracolo. In un tempo in cui il cantato arabo era appesantito dalla conversazione e dalla prevedibilità e, mentre gli spiriti nazionali erano al loro minimo storico, la sua voce fece risuonare dall’altrove le note della salvezza e della gioia. […] Nostalgica ma intensa, triste ma provocatoria, folkloristica ma tuttavia innovativa, la sua è stata per quasi 30 anni forse l’unica voce apparentemente capace di tripudio in un senso quasi cosmico. […] Spesso i cantanti donano agli ascoltatori il piacere che si aspettano. Lei spesso donava loro, oltre qualsiasi aspettativa, l’estasi”. FINE
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