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IL DISCO DEL MESE: BAUSTELLE La Malavita (CD – Warner, 2005)
Marquee Moon
Autore: Daniele De Liberato
Molto è accaduto in casa Baustelle nell’ultimo anno: la firma del contratto con la Warner, l’addio dei due membri (Stefano e Samuele, rispettivamente basso e batteria) entrati a far parte della formazione in occasione de La Moda Del Lento, le registrazioni del nuovo album (il primo, appunto, per una major) e da ultimo la dipartita di Fabrizio Massara, che del gruppo era una delle teste pensanti nonché compositore e addetto alla componente elettronica, da sempre uno dei personaggi più in vista del gruppo di Montepulciano. Eventi, quindi, tutti importanti e tali da segnare inevitabilmente la vita di un sodalizio artistico longevo ma sofferto. Dalla sofferenza (anche fisica, chiedere a Claudio per credere), l’ennesima, i Baustelle hanno cavato fuori un disco intitolato (non a caso) La Malavita. Titolo che rimanda non solo all’immaginario retro-poliziottesco dei B-movies italiani dei ’60-’70 tanto caro ai nostri toscanacci, ma anche alla “vita” come “male”, sofferenza e dolore, dissoluzione e decadenza, depressione e abbandono. Come sempre, però, filtrata attraverso la lente di un poetico romanticismo pop che, per l’occasione, sa farsi anche rock’n’roll. E proprio quest’ultimo aspetto porta forse La Malavita più dalle parti della spontaneità naif del Sussidiario Illustrato Della Giovinezza che delle suggestioni sintetiche ed elettroniche de La Moda Del Lento. Citando la band stessa: “Un bel frullato di Kraftwerk, disco-music, Celentano, Blondie, Piero Ciampi e Armando Travajoli”. E all’elenco andrebbero aggiunti anche Bacharach, Brian Wilson e – perché no – Paul McCartney. Chi li aspettava al varco non resterà deluso, c’è da scommettere: i fans della prima ora (tradizionalmente quelli più critici e pericolosi) non mancheranno di cogliere i notevoli passi avanti fatti dai Baustelle dai tempi degli esordi – e per un gruppo che ha avuto da subito molto da dire mi pare un risultato già considerevole – i curiosi (quelli del “sentito dire”) si troveranno di fronte a qualcosa di sorprendente e unico nel panorama canoro italiano. Si comincia con “Cronaca Nera”: breve strumentale nato da un’idea di Rachele, disco-music da periferia criminale che campiona persino il dimenticatissimo Faust’O e ruota tutta attorno a un convincente arrangiamento cinematico. Meno di due minuti, ma già è chiara una cosa: “Cronaca Nera” introduce l’album senza che venga detta una sola parola, quasi a voler reclamare maggiore attenzione per le musiche, spesso trascurate rispetto all’analisi dei testi e delle liriche delle canzoni. Difficile, a dire la verità, quando si tratta delle parole e del modo di cantare di uno come Francesco Bianconi. Il singolo “La Guerra E’ Finita” introduce i primi, significativi elementi di novità. Gli accordi di chitarra secchi, staccati dell’intro sono qualcosa di “inaudito”, nel senso letterale del termine: i Baustelle giocano a fare i Television per meno di trenta secondi, poi si lanciano in una pop song tremendamente potente, che pare ricordare “Gomma” ma la supera di gran lunga grazie anche a un lussureggiante arrangiamento d’archi e a un ritornello di notevole impatto e rapida presa. La tematica è quella del suicidio. Materia spinosa e difficile da trattare. Eppure la metafora “guerra-vita” (ecco un altro dei possibili significati de “La Malavita”) funziona bene e il testo coglie nel segno, riuscendo a toccare corde profonde ma evitando al contempo di (s)cadere nell’autocompiacimento del male di vivere post-adolescenziale. Probabile hit, se il video girerà anche al di fuori dei soliti canali alternativi e le radio faranno la loro parte. “Sergio” è il tributo a un matto di Montepulciano. Figura borderline certamente cara e troppo interessante per lasciarsela sfuggire. Il brano suona morbido e scivola via senza colpo ferire, ancora una volta con un ritornello che pare confezionato su misura. Leggera, ma non inconsistente, esempio di come dovrebbe essere tanta parte della musica leggera nostrana. Maggiori motivi di interesse sono contenuti in “Revolver”, canzone interamente affidata all’interpretazione di Rachele, per l’occasione chiamata a vestire i panni di una killer in parte dark-lady e in parte femme fatale. Compito svolto alla perfezione, perché la “nostra” riesce a suonare fredda ma espressiva, quasi una Giuni Russo noir sparata su un tappeto sintetico di chiara matrice ‘80s. La successiva “I Provinciali” rappresenta – a modesto parere di chi scrive – uno degli episodi migliori dell’intera raccolta: la band suona quasi come gli Suede di Head Music mentre Francesco canta, appassionato e accorato, della fuga dalla provincia. Non a caso si tratta di uno dei pezzi perduti del repertorio dei primi tempi del gruppo. E non a caso è stata ripresa oggi che la fuga dalla Montepulciano dei “crepuscoli che si affittano” si è compiuta, e ha portato il romantico Francesco a Milano. “Un Romantico A Milano”, appunto. Che parte scanzonata, con il suo andamento iniziale alla La’s, poi vira piegandosi intorno a un testo che, strizzando l’occhio all’ironia acuta e pungente di Gaber, cita Bloody Mary e l’amaro Montenegro, i navigli e la zingara di Brera, la Scala e i mocassini, accosta elementi fra loro diversissimi e alterna magistralmente registro altro e registro basso. Da leggere, più che da ascoltare. In mezzo, tra Montepulciano e Milano, c’è “Il Corvo Joe”. Brano dolente, rallentato. Storia nera di un “simbolo di paura e di morte”, dagli abiti “di tenebre”. Lugubre ma lucido osservatore della realtà circostante, drop-out messo all’indice dalla collettività borghese, ladro e fine gentleman. Dategli voi il significato che preferite, magari mentre vi lasciate trasportare dalle sue dolci onde, o cullare dalle note dello xilofono. “A Vita Bassa” e “Perché Una Ragazza Di Oggi Può Uccidersi?” completano e chiudono il tema del suicidio. Veloce e ritmata la prima, lentissima e sussurrata la seconda. In entrambe, le voci di Francesco e Rachele si incontrano e scontrano, si alternano e sovrappongono, dividendosi onori e oneri. Il suicidio de “La Guerra E’ Finita” è quello di Monica, la protagonista di “A Vita Bassa” costretta a una “sconfitta storica” che è “il guardarti crescere come cresce l’edera, come il rovo su pietre e macerie”, e per questo ad amici e conoscenti non resta che chiedersi il perché di un gesto tale, senza essere in grado di fornire risposte minimamente adeguate. Trittico difficile nel suo complesso, carico di pathos ma sollevato dalla solita, consueta, imprescindibile levità musicale del pop baustelliano. Ci si avvia alla conclusione. “Il Nulla” piace per il vivace impasto musicale. Punto. Il testo senza particolare significato slega questo brano dal resto dell’album. Forse a controbilanciare il carico emotivo delle tracce precedenti. Fatto sta che la collocazione, a conti fatti, lo penalizza non poco e impedisce di goderne appieno. Perché suona come un divertissement buono musicalmente ma fuori luogo sul piano della sensibilità. Stessa cosa dicasi per la conclusiva “Cuore Di Tenebra” (niente a che vedere con Conrad), con una significativa differenza però: risulta condivisibile che l’unica canzone d’amore trovi posto in fondo al disco, col suo incedere ondeggiante e la struttura semplice, come sempre impreziosita da un ottimo intervento della sezione d’archi. Ma il cuore e la testa, di fatto, sono rimasti fermi a un paio di pezzi prima. Ciò non può certo influire sulla portata e l’importanza di questo disco. Se il Sussidiario era fatto per innamorarsi e La Moda Del Lento per l’introspezione e l’analisi delle emozioni più profonde, La Malavita non vuole nulla di tutto ciò, non domanda e non spiega. Prende il dolore, lo descrive, ne mostra la faccia, o meglio le facce, i tanti volti, addirittura i nomi e talvolta persino la provenienza geografica: una ragazza suicida, un pazzo di Montepulciano, una donna killer, un corvo voyeur, un dandy a Milano. Senza vivisezionarlo, anzi: trattandolo con la leggerezza delle chitarre e dei violini, di cori e ritornelli killer, di giri di basso affilati e tastiere gentili. Come sempre, i Baustelle hanno colto nel segno. Ancora una volta di più. Un disco di grandi canzoni e tematiche importanti. Da oggi il pop italiano non può più essere lo stesso. E non sono solo canzonette… www.baustelle.it
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