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CHRISTOPHER BISSONNETTE Periphery (Kranky/Wide) BODUF SONGS Beduf Songs (Kranky/Wide) LICHENS T
Kaos
Autore: Roberto Michieletto
Qıesto è lo stato dell’arte - attuale - in casa Kranky. E, purtroppo, non è che ci sia molto di che gioire. L’impressione, confermata da un numero sempre maggiore di uscite dell’etichetta di Chicago, è che il volersi ostinare a pubblicare materiale di certo figlio della ricerca, della “cultura” e dell’avanguardia, ma comunque legato al mondo sonoro ambientale e/o minimale, rischi di incanalare la label in un percorso sonoro in cui la ridondanza e la mancanza di spunti realmente interessanti finiscono per diventare predominanti. Chiaro che il marchio di fabbrica della label sia questo, però sino a quando certi dischi venivano pubblicati da Pan American, Labradford, Doldrums, Growing, Stars Of The Lid, Jessamine, ecc. era “un paio di maniche”, ma quando i nomi cambiano le maniche diventano solo più mezze…! Prendiamo ad esempio Christopher Bissonnette, artista facente parte del collettivo multimediale Thinkbox, che esordisce in proprio con un’ora scarsa di drone statici e stitici (l’unica traccia “viva” è ‘Travelling Light’) ricavati da campionamenti di piano e trame orchestrali suddivise in piccoli frammenti e poi ri-assemblati con l’utilizzo di variabili casuali. Assolutamente prevedibile e del “Play It Loud” ce ne facciamo ben poco. A questo punto meglio la chitarra acustica del signor Mat Sweet, che assume le sembianze di Boduf Songs nel momento in cui compone canzoni folk, solitarie, acustiche e con lo sporadico supporto computerizzato. Emotivamente intenso; qualitativamente sufficiente. Chi invece dimostra di essere una spanna al di sopra degli altri è Lichens, sigla che vi dirà ben poco, ma dietro cui si cela Robert Lowe di 90 Day Men e TV On The Radio. ‘The Psychic Nature Of Being’ (titolo su cui vi invito a riflettere) è l’album di debutto nelle vesti soliste, dove riversa in note la sua “memoria di Essere Umano”; un lavoro (figlio dell’improvvisazione) dove soffiano venti lontani, impregnati di reminescenza genetica, che spingono all’incontro di suoni profondi, sacri, quasi fossero ereditati della tradizione tibetana, a tratti melodici, impreziositi da un utilizzo “folk contemporaneo” della chitarra, sostenuti da basi “urbane” e a volte guidati dai tintinnii tipici (ancora) della tradizione orientale. Uno scambio senza contaminazione, un dialogo dove gli strumenti non cercano di imitarsi, ma ognuno svolge il proprio ruolo, secondo la propria natura. Con Brian McBride si ritorna alla triste normalità, nonostante sia stato “metà” di Stars Of The Lid e nonostante il processo di registrazione di ‘When The Detail Lost Its Freedom’ sia stato elaborato, partendo da suoni prima “suonati” (violino, tromba, chitarra, ecc.), poi campionati e infine utilizzati per creare le dodici tracce. Peccato che a una tale varietà in entrata non corrisponda un’altrettanto ampia varietà in uscita, essendo le trame strumentali sonnolente all’inverosimile e incapsulate in se stesse, senza possibilità alcuna di emergere da un clima di assopimento compositivo imbarazzante.
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