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ELVIS COSTELLO I Primi Passi dell’Impostore con le Scarpe Rosse e altre Storie
Rock History
Autore: BOLLI ALESSANDRO
“Cinico: un furfante la cui vista difettosa vede le cose come sono, non come dovrebbero essere”. Ambrose Bierce - Il dizionario del Diavolo Elvis Costello nasce alle porte di Londra (Paddington) come Patrick Declan Mc Manus, al quale ha aggiunto in seguito, tanto per semplificare le cose, un illuminante Aloysius, in uno di quei suburbia con le case strette (ricordate quelle della gag dei Beatles in cui entrano ognuno in una porta per far vedere ai vicini che “in fondo son rimasti dei bravi ragazzi” ed invece l’interno è una mega appartamento in comune?), fatte di mattoni a vista scuriti dallo smog e dalle imprecazioni e finestroni enormi per bersi tutta la luce solare possibile, che se le avessimo qui in Italia i ladri potrebbero staccare il cartellino all’ingresso come si fa in panetteria E’ possibile che chi nasca in certi posti umidi, con l’immondizia perennemente rovesciata in strada per ogni dove e i fischi dei treni a rincorrere i sibili degli aerei che si alzano sbeffeggiando i piccoli con il naso all’insù, e la puzza di cavoli cucinati e di porridge che penetra fin dentro i calzoni, chi nasce in certi posti che la letteratura inglese, da “1984” a “Il Budda delle periferie” ha così efficacemente illustrato, abbia un così alto tasso di incazzatura verso il mondo da aver voglia di spaccarlo in due con un calcio o di diventare Elvis Costello. E quando il nostro eroe esce dal bozzolo Mc Manus per diventare la crisalide Costello ha già fatto quello per cui molti nella vita darebbero un braccio per fare: instradato alla musica - anche se coscienziosamente mai caldeggiato nella carriera - dal padre Ross, un irlandese che si guadagnava da vivere sputacchiando nella tromba e cantando per l’orchestra di Joe Loss (fatevi conto un Glenn Miller inglese), militante in diversi gruppi di nessuna importanza - se si eccettuano certuni Swankers nel periodo 1974-75 e con l’ennesimo nickname (Wally Nightingale), che all’arrivo di John Lydon avevano già virato il nome nel più efficace Sex Pistols - e infine autore di un bel numero di canzoni che anche i muri di qualche pub potrebbero ricantare (if walls could sing!). Il giovane Mc Manus è insomma già carico della sua bella esperienza quando si presenta al mondo con uno pseudonimo che racchiude per certi versi il massimo e il minimo: Elvis, come ad indicare che un nuovo Re stava nascendo (autoironia e provocazione) e Costello, che se per lui era solo un’appropriazione del cognome materno, per il mondo intero voleva dire la comicità sgangherata di Abbott & Costello (da noi conosciuti come Gianni e Pinotto). Sarà sembrato uno scherzo della natura quando il 25 maggio del ‘77, in piena iconoclastìa punk, Elvis Costello iniziò la sua carriera salendo sul palco del Nashville di Londra; un Howard the Duck in mezzo a una Legione di Supereroi, uno che rifaceva Clark Kent in un universo di Superman; e se è vero che Buddy Holly proprio dall’alter ego del kryptoniano mutuò la sua figura, è anche vero che, in sillogismo, anche l’occhialuto inglese venne infinite volte accostato a Buddy, che guarda caso usava anch’egli un quasi nome d’arte, chiamandosi in realtà Charles Hardin Holley. Quando, nel 1977, una pillola di troppo renderà freddo il corpo di Elvis I, quello di Elvis II, in una metempsicosi artistica di rara tempestività, avvamperà per il calore dei primi successi. Che arrivano già con Less Than Zero (Meno di zero), esordio a giri velocizzati e subito pieno di veleno in quanto “dedicato” al neonazista inglese Oswald Mosley. Di lì a poco, per il suo ventitreesimo compleanno, Costello si regalerà l’album di debutto, quel My Aim Is True che la rivista Rolling Stone indicherà come album dell’anno. Alcuni mesi dopo sarà Melody Maker a dare questo titolo per il successivo This Year’s Model. Due dischi questi che sintetizzano a meraviglia il primo periodo dell’artista: la furia punk stemperata nella pop song e nella ballata elettrica tipiche dei ‘50s e ‘60s. Chissà quante volte avrà sognato questi momenti lavorando davanti ai computer della Elizabeth Arden, da dove provvedeva a cacciar soldi per i suoi tre amori dell’epoca: la moglie Mary, il figlio Matt e la chitarra. Quanto ai testi, son romanzetti brevi che lùtan veleno e verità, le “squallide figure che attraversano il Paese” di battiatiana memoria vengon messe in fila e bacchettate a dovere; ce n’è per tutti, Elvis lo scontroso non risparmia nessuno, in musica come nella vita. Così tutti i giornalisti che parlavano male di lui, i discografici che quando era nessuno (Mc Manus, voglio dire) lo mettevano alla porta con malcelato fastidio, sono stati accuratamente e con rancore annotati in un libretto (nero, of course) e per loro la partita Costello è finita lì, per sempre. D’altronde, disse o non disse che le sue uniche emozioni erano la colpa e la vendetta? Come tutte le primedonne che si rispettino, Elvis II ne ha per tutti: Springsteen? Un autore appiccicoso. De Ville? Un avanzo di galera? Qualcuno dovrebbe dargli una botta in testa. Gli Yes? Li odio. L’Heavy metal? Lo detesto. Bob Seger? La sua è la tipica musica che in America fanno in cantiere, non vale un tacco di John Hiatt. Le cover che Linda Ronstadt ha fatto delle sue canzoni? Un’autentica tortura. Orribili. James Taylor? Musica da confessionale. James Brown? Un negro capace solo di sculettare. Ray Charles? Un negro cieco e ignorante. Due definizioni queste ultime, dette solo per rabbia in un alterco da bar, e quella su The Genius gli costò anche una bella scazzottata con Stills e gruppo e la temporanea fine di un flirt con l’America che Costello si era pazientemente guadagnato calcando le assi di decine di stages statunitensi. Comunque sia, le cose viaggiano e This Year’s Model giunge sulla vetta delle classifiche UK proprio quando Buddy Holly regnava postumo col suo 20 Golden Greats. I tempi beat, i ritmi nervosi, lo scintillìo del Farfisa, la voce nasale che sforza quanto i tendini di Fignon sul Puy de Dome, gli arrangiamenti curati e raffinati, la perizia della sua prima vera band, gli Attractions, la durata di ogni pezzo che si conclude nei canonici due, tre minuti, i testi carichi di humour e di cinismo ma anche di passione e coscienza sociale, l’impegno in manifestazioni contro il montante razzismo ed in favore del popolo cambogiano (che sia sbocciato lì l’amore dell’ex Beatle Macca per Mc Manus?), la produzione di un album stupendo come quello omonimo d’esordio degli Specials (produrrà splendidamente in seguito anche Rum, Sodomy & The Lashes dei Pogues, da cui si porterà via per sposarla, la bassista Cait O’ Riordan), la sua boccaccia che dice quello che tanti altri pensano solo, l’odio per i prepotenti e gli incompetenti, per gli arroganti ed i potenti, le sue stroncature ma anche i sinceri elogi verso i colleghi (“Avrei voluto scrivere canzoni come quelle che Roddy Frame - Aztec Camera, ndr - ha scritto a soli 19 anni”), i suoi giochi di parole impossibili, il suo essere inglese fino al midollo pur nutrendo amori sconfinati per il country ed il soul, sono tutti ingredienti che concorrono a farne un personaggio senza toni di grigio: o si portano spillette e t-shirt con la sua faccia da anti-rock star o si fa stampare la stessa sulla carta igienica. Qualcuno, da qualche parte, definì Costello come un “Woody Allen che canta Nietzsche”; ottimo quadro, anche se più spesso lo si sarebbe potuto individuare in un “Woody Allen che canta Celine”: in molte liriche, da far girar la testa a chi non avesse una perfetta padronanza dell’inglese, si ritrovano pagine macchiate della stessa schiuma, della stessa bava agli angoli della bocca generate dal furore impotente che hanno fatto stilare al vecchio terribile della letteratura francese le pagine al vetriolo di Morte a credito, Bagatelle per un massacro (un libello assai controverso e che genera sudori freddi nel lettore) e le altre opere, scritte tra povertà e digrignar di denti, commenti solitari e ad alta voce sibilati in pertugi angusti e male illuminati. Celine contro il mondo. Che prima lo vince e lo uccide. Poi lo celebra nelle accademie (se dall’aldilà si potessero inviare dei potenti vaffanculo, tuonerebbero come temporali ad ogni qual minimo evento gli fosse dedicato). Così pure Costello. Contro il mondo. Anche quando il suono si ammorbidirà, trasformandolo nel Joker Re d’America, la vittoria dell’uomo sul superuomo. E tutto questo da vivo, a dispetto del povero Ferdinand, che se ne sarà andato dentro al suo cappottaccio maledicendo sicuramente qualcuno. Ma i testi non sono, come detto, solo cinici, lasciano ampio spazio a quell’humour inglese che solo gli inglesi (per l’appunto) sanno generare: “Questo è il posto dove ho fatto gli sbagli migliori”, “Stamane il doposbronza aveva una sua personalità”, “E già ti cerchi un altro, uno scemo come me”; rasoiate nel sociale e nel personale date a fil di pelle, piccole ed innocue all’apparenza ma che fanno male per lungo tempo, come quando ci si taglia con la carta. Costello chiude il primo periodo con Armed Forces, generato col nome assai più urticante e coinvolgente di Emotional Fascism e probabilmente sconsigliatogli da qualche pavido product-manager. Disco dalla copertina bellissima in stile action painting pollockiano che in Italia fu cambiata col bruttissimo retro: disco comunque che a tuttoggi viaggia nei giudizi dei critici in equipollenza tra il capolavoro e il transitorio. Sia quel che sia, l’acquisto sarebbe valso fosse solo per la Watching The Detectives inserita in un 7” omaggio, una versione live reggae-morriconiana contrappuntata dal solito Farfisa di Steve Nieve, registrata durante il concerto di Hollywood High che in sei minuti avrà fatto bagnare diversi fazzoletti e mutande. Di quel periodo è anche il bellissimo promo Live At El Mocambo che la CBS canadese fece uscire a consacrazione del suo apice e che sarà sottolineato in rosso nelle agendine dei collezionisti di tutto il mondo. Con Imperial Bedroom inizia un altro periodo a cui si affiancano anche divagazioni tipo il tributo agli amati losers country di Almost Blue. Una scalata all’immortalità combattuta a colpi di canzoni stupende e di album forse alterni ma che dividono il loro yin-yang tra il bello e l’ottimo. Contrariamente a quanto si può desumere da quanto finora letto, Elvis II ama profondamente la gente; è il singolo individuo che odia o meglio le tipologia di merda che arrancano sulla scala sociale e pestano le mani ossute che a fatica si reggono sui pioli sottostanti. Il suo amore per gente tutta d’un pezzo, d’intelligenza superiore come Lenny Bruce e Randy Newman, la sua amicizia con grandissimi relegati nel limbo come Nick Lowe, Dave Edmunds, Wreckless Eric o che hanno mordicchiato un po’ il successo come Graham Parker o John Hiatt sono la miglior cartina di tornasole per dimostrare la propria bontà ed il proprio gusto fine. Sotto gli pseudonimi di Napoleone Dynamite, The Imposter, Coward Brothers (con T-Bone Burnett), The Emotional Toothpaste, il ripristino del vero cognome (una feroce rivincita sull’industria discografica) sono segni evidenti di una personalità incontenibile come pure le sue “maschere”: non so se ci avete mai fatto caso ma Costello, pur essendo sempre riconoscibilissimo, è ogni volta diverso nel suo aspetto... Come ad esempio quando, in concomitanza dell’album Mighty Like A Rose, ha sfoderato una nuova faccia, barbuta e lungocrinita, il che, pensando a lui come ad una via di mezzo tra una sacra sindone e il ritratto di Dorian Gray, potrebbe far immaginare come sarebbe stato oggi Buddy Holly se una dannata trappola volante non se lo fosse portato a terra con sé, schiantando insieme il cuore di tanta gente e lasciando vacante il trono di Re del rock’n’roll, sul quale si piazzerà definitivamente Elvis I e che Buddy riprenderà anni dopo sotto le mentite spoglie inglesi di Patrick Aloysius Declan Mc Manus, in arte Elvis II. Articolo tratto da Music Club n° 10, luglio-agosto 1991
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