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M.E.I. 2005, paura e delirio a Faenza
Rubber Ring
Autore: Manuela Bua
Ultimo fine settimana di novembre, si parte è tempo di M.E.I. La neve ammanta gran parte del centro nord, ci si mette in viaggio, meglio se in treno, che a Faenza, come ogni anno, bisogna assolutamente andarci. Sono sull’intercity delle sette e venti (questo vuol dire che sono in piedi già da un pezzo e che le gloriose autolinee Start mi hanno già catapultato dal grigiore della città addormentata ai malumori della costa che rimpiange il calore e gli incassi di un’estate ormai alle spalle) e condivido lo scompartimento con professori che commentano il nuovo libro di Tiziano Scarpa e giovani, rampanti ingegneri in viaggio d’affari, proiettati verso il volo Bologna-Boston. I professori mi guardano con l’occhio di chi vede la beata gioventù, insensibile e insulsa con la cuffia alle orecchie, mentre noi si discute dei massimi sistemi, quella a fianco almeno non si tura le orecchie, mentre legge Donna Moderna. Le solite storie, si condivide lo spazio ed il tempo di tre o quattro fermate e ci si immagina un po’ tutto di loro: il lavoro al glorioso ateneo, i figli rampolli viziati e stanchi. E’ uno splendido esercizio per la fantasia, Virginia Woolf ci ha scritto un racconto, gli Amari una canzone. E intanto a Faenza inizia a piovere, quando ancora mi trastullo a inventarmi le vite altrui, già dalle parti di Pesaro, Riccione, Rimini, Cesena, e la temperatura crolla. Scesa dal treno, mi aspetta una sorpresa: il bus navetta gratuito per la fiera. Di lusso. Sono le dieci passate e Faenza, ingrigita dalla pioggia interpreta al meglio l’indolenza della bassa padana, coi campanili, i selciati e palazzi che quasi affondano nei loro bastioni. Tra poco sarà il caos.
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