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ORANGE JUICE
Tutti a Lezione alla Scuola di Glasgow
Marquee Moon
Autore: Daniele De Liberato
Alla fine degli anni ’70 la Scozia era solo una delle periferie dell’impero britannico. Musicalmente parlando, s’intende. Strano a dirsi oggi, a quasi trent’anni di distanza, in quest’epoca di Franz Ferdinand. Eppure fu così, almeno fino all’arrivo degli Orange Juice di Edwyn Collins. Avventura breve ma decisiva, ricca di aneddoti e soprattutto di pagine rimaste nella storia e nella memoria della musica indipendente d’oltremanica. Le cronache narrano di una prima incarnazione a nome Nu-Sonics nella seconda metà degli anni ’70: tre compagni di scuola (Collins, James Kirk e Stephen Daly) decisero di metter su una band ispirandosi alla neonata scena punk inglese, distaccandosene però ben presto. Risale a quegli anni (circa 1977) il primo contatto con Alan Horne, studente di botanica innamorato della musica di Velvet Underground e Byrds e responsabile di una fanzine a diffusione cittadina. Incontro cruciale per le sorti della musica scozzese degli anni a venire. Gli anni come Nu-Sonics si portarono dietro poco altro. Negli anni del punk Collins era già proiettato oltre, complice anche Horne che lo sottopose a dieta fatta di Velvet, Byrds, Love e i grandi singoli neri della Stax, della Motown e della Atlantic. Psichedelia, Sixties-pop, chitarre jingle-jangle e il battito in 4/4 della soul music diventarono in breve le coordinate di riferimento per Collins e soci. All’incirca verso la metà del 1978 i Nu-Sonics si ribattezzarono Orange Juice: nome assurdo e volutamente provocatorio nel contesto del punk, scelto perché, oltre a essere in odore di psichedelia, ben rappresentava il rifiuto di un punk ormai appannaggio delle logiche commerciali e abbandonato a un crescente machismo e all’approssimazione tecnica intesa come deliberato rifiuto di migliorare. Il primo vero concerto degli Orange Juice ebbe luogo il 20 Aprile 1979 al Victoria Cafè presso la Glasgow School Of Art. La line-up di quella prima esibizione comprendeva Collins (voce e chitarra), Kirk (chitarra e seconda voce), Daly (batteria) e David McClymont (basso). Il lungimirante Horne non si perse neanche uno dei primi episodi di quella giovane band destinata – secondo lui – a un brillante futuro. Prese la sua fanzine (“Strawberry Switchblade”) e la trasformò nell’organo “ufficioso” degli Orange Juice prima di farla culminare nell’idea decisiva: la fondazione di una vera e propria etichetta discografica. La Postcard Records nacque così nell’autunno del 1979. Per stessa ammissione dello stesso Horne, “era solo un pretesto per pubblicare i dischi degli Orange Juice, e tale rimase anche negli anni successivi”. Certo neanche lui poteva immaginare l’importanza di quel passo nella storia dell’evoluzione del pop scozzese. Orange Juice più Postcard Records: ecco la “Scuola di Glasgow” sui cui banchi si sono poi accomodati Roddy Frame (Aztec Camera) e BMX Bandits, Pastels e Jesus & Mary Chain, Teenage Fanclub e Belle & Sebastian, Delgados e Franz Ferdinand. Persino gli Smiths, per stessa ammissione di Morrissey. La prima “cartolina” che le neonata etichetta ebbe a spedire fu il singolo “Falling And Laughing”, manifesto rivelatore del talento sopraffino (seppur ancora in parte “amatoriale”) di Edwyn Collins. L’energia primordiale del punk si stemperava in un’elegante pop song infarcita di new wave, soul bianco, funk e pop di matrice ‘60s: un piccolo gioiellino, registrato con mezzi di fortuna (per sole cento sterline, del resto, difficile avere di più), che in poco tempo regalò ai quattro l’attenzione di un’intera città, e non solo. Il disco giunse a Edimburgo, alle orecchie di una neonata formazione chiamata TV Art, ben presto impressionata dalla composizione contenuta nel 45 giri (b-side era la strumentale “Moscow Olympics”) e dal coraggio dell’etichetta che l’aveva pubblicata. I TV Art divennero poi Josef K (formazione post-punk a metà tra il sound oscuro dei Joy Division ed evidenti influenze northern soul) e strinsero un’amicizia duratura con gli Orange Juice nonché un breve sodalizio artistico con la Postcard di cui divennero, di fatto, la seconda band in organico. Tra “Falling And Laughing” e “Blue Boy” (secondo singolo per la Postcard) passarono solo pochi mesi, ma i passi in avanti risultarono evidenti: una pop song ancor più elegante e curata (funky sincopato accarezzato dall’organo e dal crooning vocale di Collins), una perizia strumentale in notevole miglioramento, una produzione più consona e affine allo stile della band. Fu in coincidenza con questa seconda uscita che la critica prese ad accorgersi degli Orange Juice e della Postcard, tributando loro un doveroso plauso. L’attesa per il terzo singolo crebbe a dismisura e quando uscì “Single Thrilled Honey” per pubblico e stampa gli Orange Juice erano ormai dei beniamini nonchè un esempio da seguire per tutti coloro volessero armarsi di chitarra, basso e batteria nella Scozia del 1980. I frutti del lavoro congiunto band-etichetta cominciarono a prodursi e nuovi gruppi iniziarono a muovere i primi passi sulla scena (come gli Aztec Camera del giovanissimo Roddy Frame), inaugurando un fermento artistico e musicale che non aveva precedenti nella storia scozzese e suscitando l’interesse dei media, del mercato inglese e anche di gruppi stranieri (uno su tutti, gli australiani The Go-Betweens) che cominciavano a guardare alla Postcard come un possibile approdo. Nel 1981 il quarto (e ultimo singolo) per la Postcard fu “Poor Old Soul”, stupefacente commistione di pop autoctono e West Coast fine ’60, addirittura in grado di superare in qualità i precedenti. Strano a dirsi, ma a questo punto il più è già stato raccontato. O meglio, per quanto strano possa sembrare, da questo punto in poi il testimone passò ai posteri. Indicata la via e completata la scrittura delle regole del guitar-pop per il nuovo decennio, fu quasi come se gli Orange Juice abbiano voluto lasciare la materia in mano a quelli che sarebbero venuti dopo di loro perché completassero l’opera. In poche parole, smisero i panni dei precursori per abbracciare quelli più anonimi di band alla ricerca di successo commerciale. I fatti: sempre nel 1981 il gruppo iniziò le registrazioni del primo LP per la Postcard sotto la guida del produttore Adam Kidron. Fu proprio Kidron, quando ormai il disco aveva già un nome (Onwards And Upwards) e un singolo designato (“Wan Light”) a suggerire a Collins e soci di firmare subito un contratto con una major. Detto, fatto. I primi giorni del mese di Ottobre videro consumarsi uno dei divorzi più clamorosi e inaspettati della storia della musica indipendente: gli Orange Juice lasciarono la Postcard - l’etichetta creata proprio per garantire loro una vetrina – per passare alla Polydor, dietro la promessa di mantenere il pieno e totale controllo sulla direzione artistica. Mica vero, ovviamente. Orfano della “sua” creatura prediletta, Adam Horne si trovò tra le mani un giocattolo vuoto. E così, col tempo, perso interesse nella Postcard, lasciò marcirla consegnandone la memoria e la leggenda alla devozione assoluta dei fans del decennio successivo. Gli Orange Juice, dal canto loro, ebbero modo di finire le registrazioni dell’album con i soldi anticipati dalla Polydor. Ma quando si recarono a ritirare il master pronto per la pubblicazione dopo la fase di mixaggio e dell’editing finale si trovarono di fronte ad almeno tre sgradite sorprese: in primo luogo le tracce registrate erano state notevolmente “ripulite” e “ammorbidite” nei suoni (basti ascoltare il “trattamento estetico” ricevuto da “Falling And Laughing”), poi il titolo del disco era stato cambiato in You Can’t Hide Your Love Forever e, last but not least, invece di “Wan Light” la Polydor aveva deciso di pubblicare come singolo (ovviamente senza il consenso della band) il brano “L.O.V.E. Love”, cover di Al Green. Nonostante ciò il disco non deluse affatto le aspettative di pubblico e critica, che anzi lo accolsero entusiasticamente tributandogli (a ben ragione) tutti gli onori del caso. Gli epigoni del combo scozzese, ormai sempre più numerosi, ebbero finalmente un album a cui guardare con rispetto e ammirazione. Ma l’amaro sapore del compromesso ebbe non poche ripercussioni all’interno della band, finendo per porre quantomeno in difficoltà il proverbiale elitarismo di Collins. I più scottati, però, furono Kirk e Daly che nel Marzo del 1982 decisero di lasciare gli Orange Juice per lavorare insieme sotto il nome di Memphis. Nel 1985 i due pubblicarono un singolo rimasto isolato, “You Supply The Roses”, per la nuova etichetta di Alan Horne, la Swamplands. Capitolo chiuso. A far parte degli Orange Juice entrarono Malcolm Ross (ex chitarrista dei Josef K) e il batterista/percussionista Zeke Manyika, originario dello Zimbabwe. McClymont rimase al suo posto come bassista. La nuova formazione prese subito a lavorare a un nuovo disco, che nelle intenzioni di Collins avrebbe dovuto accentuare il lato funky/soul della band grazie a una spiccata vocazione disco. Rip It Up, sempre su Polydor, fu comunque un altro disco eccellente. Uscì nel Novembre del 1982 e regalò alla band l’exploit dei singoli “I Can’t Help Myself” (chiarissimo omaggio al sound della Motown) e “Rip It Up” (fu addirittura numero otto in classifica nel Febbraio 1983, posizione più alta mai raggiunta da un brano degli Orange Juice), senza dimenticare anche le brillanti “Turn Away” e “Flesh Of My Flesh”. Quest’ultima però, pubblicata come singolo nel Maggio 1983, fallì l’aggancio alle charts e inaugurò una fase di tensione fra label e band: come ogni major che si rispetti, la Polydor era chiaramente più interessata ai riscontri commerciali che all’evoluzione artistica del gruppo. Il quale, da parte sua, provò a rimanere compatto (seppur disilluso) e a respingere gli assalti alla propria integrità musicale lavorando al progetto di un EP di sei brani (Texas Fever) con il produttore reggae Dennis Lovell. Questi – bontà sua – finì per portare alle estreme conseguenze il lato funky della band di Collins, probabilmente nel tentativo di assicurare al gruppo una fetta nuova di pubblico, ma il prodotto finale non diede i risultati finali. Era il Marzo 1984 e a tratti gli Orange Juice sembravano suonare come gli Chic. McClymont e Ross decidero di chiudere qui la loro avventura nella band di Glasgow per collaborare al progetto Ape Scientific, senza ottenere però riscontri soddisfacenti. Nel Novembre dello stesso anno, ridotti di fatto a duo, Collins e Manyika concepirono il terzo capitolo della saga degli Orange Juice: un disco omonimo, realizzato con la partecipazione di Johnny Britten alla chitarra e Claire Kenny al basso, dalla spiccata propensione verso sonorità più oscure e intimiste. The Orange Juice si materializzò nel disinteresse generale, Polydor compresa, la quale non approntò alcuna campagna promozionale per l’album le cui vendite, inevitabilmente, furono scarsissime (ivi comprese quelle dei singoli “What Presence?!” e “Lean Period”). In conseguenza di ciò, la Polydor finì anche per scaricare Collins e la sua band. Il 19 Gennaio 1985 sul palco della Brixton Academy di Londra, durante un concerto di beneficenza in favore dei minatori inglesi in sciopero, Collins annunciò ufficialmente la fine degli Orange Juice. Testimonianze dirette raccontano di più di un viso solcato dalle lacrime, fra il pubblico e gli stessi musicisti. Collins ha da allora intrapreso la carriera di produttore (A House, Frank & Walters, The Cribs, Little Barrie) e di artista solista: dopo un primo tentativo di rispolverare un mood da cantante di rock’n’roll, con un paio di singoli pubblicati fra il 1986 e il 1987 per la Elevation di Alan McGee e due dischi per la Demon (Hope And Despair del 1989 e Hellbent On Compromise del 1990) passati praticamente inosservati, il buon Edwyn è riuscito a raccogliere un meritato quanto ormai inatteso successo internazionale con l’accattivante pop-dance dell’hit single “A Girl Like You” (1994) contenuto nell’album Gorgeous George (su etichetta Setanta, così come il successivo I’m Not Following Ya del 1997). Nel frattempo, nella prima metà degli anni ’90 Polydor e Postcard si sono combattute a colpi di raccolte e pubblicazioni “postume”: la prima ha licenziato la compilation In A Nutshell immediatamente dopo lo scioglimento della band e nel 1992 il greatest hits The Very Best Of The Esteemed Orange Juice, mentre l’etichetta di Horne – con più onestà e devozione – ha rinverdito la memoria del gruppo con Ostrich Churchyard, (preziosissima raccolta del 1992 contenente le versioni originali, grezze ma affascinanti, dei brani poi apparsi in You Can’t Hide Your Love Forever) e The Heather’s On Fire (best of del 1993, in chiara concorrenza con quello della Polydor). Ma il regalo più gradito ce l’ha proposto, non più tardi di sei mesi fa, la Domino, ovvero l’etichetta dei Franz Ferdinand (e oggi…ehm…anche degli Arctic Monkeys). Fra le due litiganti (Postcard e Polydor) a vincere è stata la terza incomoda, la Domino appunto, con The Glasgow School: magnifica antologia che compendia in poco più di sessanta minuti di musica tutti e quattro i singoli usciti per la Postcard (e relative b-sides), il nucleo centrale di Onwards And Upwards, il raro brano “Blokes On 45” e una cruda rivisitazione del classico dei Ramones “I Don’t Care”. In poche parole tutto il meglio del primo periodo della band, quello dell’essenza più vera e genuina. Un’occasione unica per andare a scoprire, o a riscoprire, piccoli grandi capolavori d’artigianato pop come “Consolation Prize”, la solare “Holiday Hymns”, i sussulti new-wave di “Breakfast Time”, il ritmo trattenuto di “Blue Boy”, l’irruenza di “Love Sick” e poi ancora il sussurro di “Intuition Told Me Pt.1” che poi cresce e diventa “Intuition Told Me Pt.2”, la delicatezza degli arpeggi jingle-jangle di “Dying Day”, “In A Nutshell” o di “Louise Louise”, coi suoi richiami ai Velvet Underground del terzo disco. Dalla nuova alla vecchia Scozia, insomma. Per capire il retroterra culturale e musicale celato dietro agli odierni successi. Gli Orange Juice sono una perla, una pepita, un diamante nascosto. Oggi per fortuna, grazie anche a The Glasgow School, nascosti lo sono forse un po’ meno. Ed è bene così perché sarebbe un crimine continuare a non accorgersene.
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