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The Last Romance (l’ultima storia d’amore… l’ultima perché è quella buona) Arab Strap
Rubber Ring
Autore: Manuela Bua
Sabato 28 gennaio. Vado in negozio a ritirare la mia copia del nuovo cd degli Arab Strap. Ho già letto un sacco di recensioni, dicono tutte che i due scozzesoni hanno pubblicato un disco allegro, ottimista, rock. Sarà per questo che ho aspettato tanto prima di comprarlo? Vediamo…correva l’anno 2000 o giù di lì quando il mio amico Gigi mi prelevò da casa per portarmi a Urbino a sentire gli Arab Strap. Ricordo che ero stanchissima, tutto il giorno chiusa al lavoro, in un ufficio di informazioni turistiche; se ero stanca deve essere stato, sicuramente in piena estate, una delle prime edizioni di Frequenze Disturbate, di quelle vissute da pendolare, su e giù per l’autostrada. Furono due ore di delirio, di ondeggiamenti e perdita di coscienza, di abbandono a note tristi, di grigiori scozzesi in tono di rinuncia. Ho ascoltato Aidan Moffat raccontare le sue storie in un inglese strascicato e quasi incomprensibile, cantate una dietro l’altra, interrotte da poche parole, molti sorsi di birra e altrettanti rutti. Degli Arab Strap ho sempre amato le lentezze, il senso tutto britannico dell’abbandono ad un destino quasi sempre spietato, ereditato da George Eliot e Thomas Hardy, la consapevolezza del fatto che la musica vive anche di silenzi. E le copertine dei cd, che come quelle dei concittadini Belle and Sebastian, immortalano l’eroismo dell’essere gente qualunque. Insomma, scarto il cellophane, apro il booklet, vedo rose, ritratti di soavi fanciulle ed i testi come pagine di diario strappate, una canzone dopo l’altra, separate da semplici capoversi e, mi dico, dev’essere una storia, un lungo racconto intimo. E’ così, è vero, come è ugualmente vero che le casse rimandano sonorità decisamente più dense e robuste del solito. Quello che salta subito all’orecchio è un minor ricorso alle tipiche forme di rarefazione sonora, di psichedelia da camera che si nascondevano dietro alle canzoni di Moffat e Middleton, a vantaggio di forme forse più riconducibili alla tradizione della canzone rock, come si può percepire in particolare nella track d’apertura, Stink. Anche il secondo pezzo si presenta inconsueto, col suo martellare convulso, seguito da Chat In Amsterdam, Winter 2003, più tipicamente minimale, quasi sussurrata, essenziale e attraversata da impulsi elettrici come una creazione degli Xiu Xiu. Dove questi primi episodi si mostrano più spiazzanti, il resto del disco si orienta verso sonorità più distese, non lontane da una certa solarità, come si avverte già dalla splendida Don’t Ask Me to Dance. E’ nella seconda parte del disco che il diario si apre su pagine di struggente felicità, di apertura verso l’amore e l’ancora di salvezza che ci lancia. Se all’inizio, Stink è la puzza delle stanze del lunedì mattina, dopo il party ed gli incontri senza storia, dei quali restano le lenzuola che sarebbe meglio bruciare subito, le righe scorrono e la calligrafia rivela altre verità…I’m in love for the first time, and I don’t feel bad…o piuttosto una dichiarazione d’amore taciuta, solo per timore che il sogno svanisca: It’s on the tips of our tongues, but who’ll be the first one to say it? I racconti sonori degli Arab Strap viaggiano su tappeti ritmici esatti e pulsanti, accarezzano con scosse le parole di un innamorato che finalmente può raccontarsi al fratello minore, rassicurandolo, perché il suo non è certamente il sermone di chi ha più esperienza, ma un consiglio sincero: Try and be a gentleman and always tell the truth, I’m not just a hypocrite, I’m jealous of your youth, di chi può finalmente dire l’insulsaggine dei trysts, tatuati esploratori di corpi altrui, mettere in ridicolo le loro ostentazioni di vuota poligamia. E’ con una profusione di ritmo fatto di drum beats, fiati e tastiere che si snoda il manifesto degli Arab Strap, il monumento all’amore eterno, fatto di scambio, di tenerezze, e soprattutto resistente ai capelli ingrigiti, agli scheletri che cedono, ai ladri, ai terroristi e all’ influenza aviaria, è così, con There Is No Ending che si chiude questo incontro, e non è certo un’avventura, è un gran disco e gira nel lettore ormai da giorni.
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