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JOHN ZORN: ELECTRIC MASADA At The Mountains Of Madness (Tzadik/Demos) JOHN ZORN: AZAZEL MASADA STR
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Autore: Roberto Michieletto
Rimarrete ammutoliti. Qualcuno penserà che ho scritto una frase prevedibile, dal momento che si sta parlando di John Zorn (ma ci tengo a precisare che ciò non è sempre vero, in quanto anche il grandissimo compositore newyorchese ha avuto dei passaggi a vuoto nel corso della sua carriera). E qualcun’altro penserà che sto esagerando e che ormai non c’è più tanto da stupirsi nel momento in cui ci si confronta con le uscite di Zorn e della sua etichetta. E invece vi assicuro che dopo aver ascoltato ‘At The Mountains Of Madness’ rimarrete ammutoliti. Il lavoro raccoglie due performance dal vivo registrate, nel 2004, a Mosca e Lubiana, sul finire del lungo tour europeo intrapreso dalla versione elettrica di Masada. I due CD assemblano oltre due ore e mezza di tutto ciò che rappresenta l’universo sonoro di Zorn; le scalette sono pressoché identiche (solo tre i pezzi non comuni), però ciò serve a rendere ancora più palese il ruolo giocato dall’improvvisazione (sebbene basata su fili conduttori determinati) nell’esecuzione. Free jazz, art metal, rock radicale e avanguardista, elaborazioni e intermezzi atmosferico/ambientali, ricami da soundtrack, una ricchezza unica di sfumature, ma anche di violenza e delicatezza, e una varietà multiforme di aromi (orientali, europei e statunitensi). E poi non ci si può esimere dal considerare che per l’occasione la line up era composta da Zorn (sax alto), Ikue Mori (elettronica), Cyro Baptista (percussioni), Trevor Dunn (basso), Marc Ribot (chitarra), Jamie Saft (tastiere) e Joey Baron e Kenny Wollesen (batteria, entrambi). Bisogna invece parlare di evento raro confrontandoci con la nuova opera dello String Trio di Masada, dal momento che, escludendo le testimonianze live, era quasi un decennio che non veniva pubblicato un album in studio con tracce inedite. Il terzetto, formato da Mark Feldman al violino, Greg Cohen al basso ed Erik Friedlander al violoncello, si cimenta con tredici brani tratti dal secondo volume di ‘The Book Of Angels’ di Zorn e mette in campo tutta la propria abilità tecnica e interpretativa al fine di trasmettere un pathos neoclassico e impregnato di downtown attitude, ma riuscendo, soprattutto, a trasformare in suoni sentimenti colmi della tribolazione interiore dell’umanità e ricostruzioni di scenari vissuti come se lungo l’evolversi delle trame si stesse viaggiando a ritroso nel tempo e attraversando nazioni e avvenimenti storici.
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