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PIXIES
Due terzi rumore, un terzo pop
Marquee Moon
Autore: Daniele De Liberato
Francis-Kim-Joey-David: i quattro dell’apocalisse del noise-pop. Sui Pixies si è scritto e detto molto, quasi tutto, cioè forse troppo. Cosa ci sarebbe da aggiungere a quanto già detto da decine di altri prima del sottoscritto? Nulla. Semplicemente parlare di Pixies non è mai fuori luogo anche se mille prima di te lo hanno fatto. Perché ognuno ha i “suoi” Pixies. Per chi scrive i Pixies hanno sempre rappresentato un ponte. Sì, un ponte. Fossero un “oggetto” li disegnerei proprio così. Ponte fra due decenni (gli Ottanta e i Novanta), ponte fra le due sponde dell’oceano (primo gruppo USA ad avere più successo in Inghilterra e in Europa che in patria, almeno all’inizio), ponte fra hardcore a stelle e strisce, art-punk anglosassone, rifrazioni tex-mex e idiomi spagnoleggianti. In questi casi si utilizza il termine melting pot. E per i Pixies calza a pennello. E comunque, per quanto si possa arabescare su di loro, quel che resta (ma soprattutto che conta) è la testimonianza sonora di uno dei più importanti gruppi rock della storia. Il gruppo nasce nel 1986 a Boston, Massachussetes, su iniziativa di Charles Thompson, un ragazzo californiano studente di antropologia. Affascinato dalla lingua spagnola, va a studiarla a Porto Rico dove rimane sei mesi. Qui conosce Joey Santiago e lo convince a formare una band. Al ritorno a Boston Thompson e Santiago pubblicano un annuncio su una rivista musicale: “Cercasi bassista a cui piacciano gli Husker Du e Peter, Paul & Mary (NdR. un gruppo folk)”. All’appello risponde la sola Kim Deal, già bassista in un gruppo di folk-rock garage insieme alla sorella gemella Kelly a Dayton, Ohio. Kim – che in questo periodo si fa chiamare Mrs. John Murphy – anni dopo ha detto al riguardo : “Ottenni quel posto perché fui l’unica a rispondere all’annuncio”. Con lei entra a far parte della neonata formazione anche il batterista David Lovering, amico di Kim dai tempi del suo matrimonio. Ispirato dall’esempio di Iggy Pop, Thompson cambia il proprio nome in Black Francis. Per il nome del gruppo, invece, l’accordo è intorno alla parola Pixies, scelta casualmente da Santiago nel dizionario. A dire la verità la prima denominazione ufficiale è Pixies In Panoply ma ben presto la seconda parte della ragione sociale viene – a ben ragione – tagliata. I quattro cominciano a suonare dal vivo nell’area di Boston, la loro miscela noise-pop (due terzi rumore, un terzo melodia pop) è fatta delle pantomime nevrotiche dei Pere Ubu così come della frenesia esagitata dei Violent Femmes, con l’aggiunta del garage-rock degli Stooges mischiato a quello dei Velvet Underground. L’America alternative di quegli anni ha i Sonic Youth con il loro punk-rock destrutturato (e difatti si comincia a parlare di post) ma è anche alla ricerca di qualcos’altro. I Pixies arrivano al momento giusto e offrono qualcosa di incredibile. Le Throwing Muses assicurano loro un corposo numero di apparizioni come gruppo spalla ed è proprio durante una di queste che i Pixies vengono presentati a Gary Smith, un produttore che lavora per i Fort Apache Studios. Smith diviene il manager della band e la porta in studio a registrare un demo di ben diciassette pezzi (pubblicato poi integralmente nel 2002 con il titolo di Purple Tape). La cassetta finisce nelle mani di Ivo-Watts Russell, capo della casa discografica inglese 4AD (che ha già sotto contratto Cocteau Twins e Dead Can Dance): l’ingaggio è pressoché immediato ed è la stessa etichetta – impressionata dalla qualità del demo – a premere per una selezione di brani da far uscire come EP in attesa di mettere le mani a un vero e proprio album. Otto pezzi del demo vanno così a costituire Come On Pilgrim (titolo ripreso da un verso della canzone “Levitate Me”), che la 4AD pubblica nel 1987. L’impasto è ancora acerbo ma le qualità della band sono indiscutibili: il suono irregolare della chitarra di Santiago, il basso composto, minimale e percussivo di Kim Deal, la batteria marmorea di Lovering ma soprattutto l’ugola nevrastenica e il piglio istrionico e psicotico di Black Francis. Il garage-rock, che è punto di partenza della band, viene sconvolto e attraversato da scosse hardcore, aperture melodiche, start-stop dynamics e appigli pop su cui si appoggiano testi evocativi e a tratti surreali, spesso cantati in Spanglish (“Non lo facciamo per accattivarci il pubblico latino-americano – spiega Kim Deal – è che tavolta lo spagnolo suona più “percussivo” e riesce a definire meglio quello che cerchiamo di dire”): ci sono “Caribou” e le divagazioni messicane di “Vamos” e “La Isla De Incanta”, “Nimrod’s Son” e “The Holiday Song” (entrambe parlano di incesto), la convulsa “I’ve Been Tired” e la trascinante “Levitate Me”, senza tralasciare “Ed Is Dead”. L’inizio quindi è dei più promettenti. Ancor prima di avere un vero e proprio album di nuovo materiale, i Pixies si segnalano all’attenzione generale del mondo indie grazie a un sound peculiare e riconoscibilissimo nei suoi tratti essenziali. E quando il primo disco arriva, nel 1988, non può che essere subito capolavoro: Surfer Rosa segna un’epoca, ancora oggi giustamente magnificato da illustri colleghi quali Radiohead, Bowie e U2, perennemente in lotta col suo successore nelle classifiche di gradimento di ogni fan dei Pixies. In cabina di regia c’è Steve Albini (oggi “Mr. Prezzemolo”, ma all’epoca produttore emergente che proprio grazie a Surfer Rosa si è costruito una solidissima reputazione in ambito di rock alternativo) ma il timone è saldamente nelle mani di Black Francis che firma tutti i brani a parte “Gigantic”, scritto con Kim Deal. L’album è straordinario e la critica lo celebra come uno degli ultimi capolavori del post-punk o, addirittura, come il manifesto di un nuovo “art-punk”. Siamo giusto prima del grunge e della Generazione X. I Pixies sfoderano riffs nervosissimi, di un’elettricità impressionante e difficilmente sostenibile; li stemperano in un’attitudine giocosa, ironica, sarcasticamente beffarda. Il range vocale di Black Francis gli consente di passare agevolmente da urla lancinanti a squisite aperture melodiche, mentre il tappeto di basso e batteria fila via inarrestabile e la chitarra di Santiago regala incursioni di assoluta efficacia. Si comincia con la progressione feroce e dissonante di “Bone Machine”, poi pian piano la tensione degenera in parodia: una parodia che si fa boogie in “River Euphrates” e nei sussurri di Kim Deal, oppure nella demenziale “Oh My Golly”. Ma la parodia può anche tramutarsi in delirio: “Broken Face”, “Something Against You” e il voodoobilly di “Tony’s Theme”, così come il baccanale di “Cactus”, ce lo testimoniano. Ma stavolta i Pixies azzeccano anche un paio di pezzi da novanta destinati a rimanere impressi nella memoria: “Gigantic” ma soprattutto la lacerante “Where Is My Mind?”, il vero inno del disco, con il suo giro di chitarra da tuffo al cuore, il fraseggio acido della solista, il testo surreale che pare rubato dal repertorio di Lewis Carroll e la combinazione di tutti questi elementi a darci, infine, una rock song semplicemente perfetta, al limite dell’impossibile. A parte l’inafferrabile perfezione di quest’ultimo brano, è tutto Surfer Rosa a impressionare e stupire, soprattutto per la capacità di comprimere in schegge sonore di due/massimo tre minuti (“Forse sono solo riffs “cattivi” e non si possono sopportare per più di due minuti”, sempre Kim Deal) tali e tanti elementi da lasciare assolutamente sbigottito l’ascoltatore, anche negli episodi marginali come “Vamos” (ripresa da Come On Pilgrim con lunga conversazione fra Black Francis e Kim Deal) o “I’m Amazed”. Senza che ne vada – ed è quasi un miracolo – della freschezza e dell’immediatezza di un disco che, difatti, non ci mette niente a conquistare la Gran Bretagna e a entrare nel circuito delle influenti college radio statunitensi. Alla fine del 1988 la band è di nuovo in studio, stavolta con l’inglese Gil Norton come produttore. Il seguito di Surfer Rosa si chiama Doolittle ed esce nell’estate del 1989, sempre su 4AD (per gli USA l’accordo è con la Elektra). I suoni più duri prendono il sopravvento ma vengono “ingentiliti” da una certo avvicinamento al power-pop nella struttura (meno nervosa) dei brani. Ne esce fuori una raccolta di straordinaria compattezza e inventiva: dalla selvaggia e trascinante “Debaser” (brano da perfetto manuale del “pogo”) al ritmo serrato di “Wave Of Mutilation” (altro capolavoro assoluto del catalogo Pixies), dall’energia quasi hard di “No. 13 Baby” e “Gouge Away” alla melodia pop di “Here Comes Your Man” fino alla straniante “Monkey Gone To Heaven”. L’ironia e la compattezza dei brani, unite allo squisito retrogusto pop che serpeggia fra le pieghe degli arrangiamenti, regalano ai Pixies un notevole successo commerciale. Il disco è ai vertici della classifica inglese (Top 10) ed entra fra i cento di Billboard negli Stati Uniti. La popolarità del gruppo è all’apice e lo testimoniano le ben centocinquanta date del ‘Sex And Death Tour’ in giro per il mondo, così come la partecipazione al disco-tributo all’immenso Neil Young (rivisitazione del brano “The Bridge”) nonché l’ambitissimo e prestigioso titolo di “miglior gruppo dell’anno” tributato ai quattro di Boston dalla rivista Rolling Stone. Ma dopo Doolittle comincia anche la parabola discendente del gruppo. Bossanova (1990, sempre sotto l’egida di Gil Norton) comincia bene con l’ouverture strumentale di “Cecilia Ann” (in odore di surf music) e si tiene a galla grazie a una manciata di ritornelli efficaci (la mirabile “Velouria”, “Allison”, “Is She Weird”, “Dig For Fire” e “Blown Away”) ma alla lunga smarrisce la verve sfrenata dei due lavori precedenti segnando un chiaro avvicinamento alla forma-canzone rock più classica. I Pixies restano comunque un gruppo straordinario ma l’abbandono delle accelerazioni di Surfer Rosa e dell’urgenza sonora di Doolittle in favore di un approccio più calmo e lineare, seppur sferzato dalla consueta classe, finisce per renderli “normali”. E questo non lo sono mai stati. Bossanova in ogni caso conferma la grande popolarità della band in Inghilterra dove vengono chiamati come headliner al Reading Festival (i fans parlano di una tellurica e leggendaria versione di “Debaser”). In seno alla band maturano intanto dissapori fra la Deal (che nel frattempo ha inaugurato – insieme alla sorella Kelly e a Tanya Donelly delle Throwing Muses il progetto Breeders) e Black Francis. La Deal lascia il progetto interamente nella mani del cantante e indirizza le proprie composizioni verso il repertorio delle Breeders. Il distacco arriva a un punto tale che sul palco di un locale londinese Kim Deal annuncia l’addio ai concerti della band bostoniana. I Pixies cancellano così il resto del tour (ufficialmente “per stanchezza”) e si rintanano in studio nella speranza di poter ricaricare le batterie. Sempre con Gil Norton, e per l’occasione con l’aiuto di Eric Drew Feldman, tastierista dei Pere Ubu, viene concepito Trompe Le Monde (1991). La volontà di riallacciarsi allo spirito dei primi tempi viene però frustrata dalla mancanza di coesione all’interno del gruppo. Il disco, piuttosto confuso, vivacchia tra momenti assolutamente prescindibili e rari scorci di luce (“Planet Of Sound”, “U Mass”, “Alec Eiffel” e la cover dei Jesus & Mary Chain “Head On”). Non pessimo, ma inutile. Ed è il canto del cigno. Perché Kim Deal regista il primo EP delle Breeders e Francis guarda ormai a una carriera solista full-time. A nulla vale l’invito degli U2 ad aprire gli spettacoli dello “Zoo TV Tour”: la fine dei Pixies viene annunciata in diretta radio alla BBC da Francis, il quale aggiunge però: “Non ho ancora avvisato gli altri”. Non è comunque un problema, data l’irreversibilità del processo. Se ne vanno mentre il grunge diviene il verbo imperante e Cobain (che dei Pixies è sempre stato fervente ammiratore) il profeta di un’intera generazione arrabbiata e propensa all’autocommiserazione. Giusto in tempo, quindi. I Pixies – dissacranti e dissacratori, seppur in parte padri putativi di quella scena - ci avrebbero sicuramente riso su. Black Francis intanto modifica ulteriormente il proprio nome in Frank Black e pubblica nel 1993 un omonimo disco, senza infamia e senza lode. In tutto i dischi solisti, a tutt’oggi, sono quattro, più sei con la band dei Catholics (formazione comprendente Scott Boutier, Eric Drew Feldman, Rich Gilbert, David McGaffrey e Dave Phillips) per un country-rock dalle tinte piuttosto classiche ma piacevoli. Le Breeders si ritagliano un proprio ruolo nell’area punk-pop di Boston salvo poi approdare nelle charts alternative grazie al singolo “Cannonball” (motore trainante dell’album Last Splash, 1993) e a un non indifferente supporto da parte di MTV. Gli orfani Santiago e Lovering spariscono nell’ombra: il primo compare sporadicamente negli albums di Frank Black e ha un band chiamata The Martinis in compagnia della moglie Linda Mallari (il debutto – Smitten – è del 2004) mentre il secondo ha abbandonare il circuito musicale per diventare mago (!) con il nome di The Scientific Phenomenalist salvo poi tornare dietro ai tamburi occasionalmente per Tanya Donelly. Negli anni la leggenda dei Pixies rivive in periodiche pubblicazioni della 4AD: un best del 1997 (Death To The Pixies 1987-1991), una raccolta di registrazioni live alla BBC (Pixies at The BBC, 1998) e una rassegna piuttosto esaustiva delle b-sides dei quattro di Boston (Complete B-Sides, 2001). Si poteva forse in tutto questo tempo non parlare di una reunion? Certo che no. L’ipotesi si materializza nei primi mesi del 2004 e diviene concreta solo pochi mesi dopo. I Pixies, in formazione originale, salgono sul palco del Fine Line Music Cafè di Minneapolis ed è tripudio. Ne segue un mini-tour di ricognizione con quindici date nell’ovest degli Stati Uniti. La reazione del pubblico è tale che si comincia a pensare a un tour mondiale. La band approva l’idea e così in tre mesi gira il mondo, Italia compresa. Non paghi, i quattro rientrano in patria per un trionfale tour di ulteriori quattro mesi con appuntamento finale il 14 Dicembre 2004 all’Hammerstein Ballroom di New York. L’entusiasmo intorno al gruppo torna quello dei bei tempi. Anzi. Stavolta il mondo è pronto a tributare loro il giusto omaggio. Esce un altro best, sempre della 4AD - Wave Of Mutilation – e per presentarlo i Pixies vanno in televisione al celebre David Letterman Show e tutta una nazione benpensante ascolta dal vivo le rabbiose note di “Monkey Gone To Heaven”. La breccia è evidente. Il solco ormai scavalcato. E oggi che si parli di un probabile nuovo disco in studio non desta quasi più scalpore. Perché questi quattro ragazzacci yankee hanno coniato un nuovo linguaggio rock, destinato ad affiancare (se non – a tratti – a superare) quello dei Sonic Youth: una tensione intellettuale eccentrica e primitiva, una miniera di idee rielaborate in chiave post-moderna, fra alienazione metropolitana, anarchia latina e humour anglosassone. Ci sono riusciti in soli quattro anni. E se adesso si vogliono riprendere parte di quel tempo, che facciano pure. Noi stiamo con loro, senza se e senza ma.
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