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Opera Lirica - TURANDOT
Proscenio
Autore: Paolo F. Appignanesi
Turandot, la grande incompiuta di Puccini? Penso che questa Turandot non verrà mai a fine… Apriamo questa nuova rubrica di MusicClub dedicata al mondo del melodramma con un approfondimento sull’ultima opera scritta dal maestro Giacomo Puccini, la Turandot, che per molti critici segna la fine del Teatro Musicale classico. Ad 80 anni esatti dalla sua prima assoluta al Teatro alla Scala di Milano (25 Aprile 1926), Turandot è stabilmente nei cartelloni dei teatri mondiali. Quel giorno a Milano, dopo la morte di Liù, Toscanini posò la sua bacchetta, si girò verso il pubblico e disse: “Qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto. La morte, in questo caso, è stata più forte dell’arte”. La frase riportata all’inizio è tratta, invece, da una lettera che Puccini scrisse al suo librettista Simone Adami nel 1920, a 4 anni esatti dalla sua scomparsa. In quel periodo Puccini stava aspettando la fine della versificazione del I° atto e viveva una delle sue fasi di nera disperazione che spesso lo colpivano quando era inattivo. Il suo carattere fortemente toscano unito ad una psicologia molto fragile, ben nascosta ai più, ne fecero un autore quasi unico per la capacità d’anticipatore e rinnovatore comunque sempre ancorato ai dettami classici della tradizione operistica. Ultimo nato di una dinastia di musicisti lucchesi, il giovane Giacomo sarebbe dovuto divenire maestro organista a Lucca, ruolo che apparteneva alla sua famiglia fin dal suo trisavolo. Orfano di padre in giovane età, fu mantenuto agli studi da uno zio benestante e si diplomò con merito al conservatorio di Milano. Suo maestro fu Amilcare Ponchielli, l’autore de La Gioconda e de I Lituani, il quale lo aiutò all’inizio della sua carriera finché non conobbe Giulio Ricordi che divenne il suo mecenate per circa 20 anni. A causa dell’estrema lentezza nel comporre, soprattutto per la cura dei dettagli del libretto, Puccini era un autore che, se non avesse avuto alle spalle un personaggio come Ricordi, avrebbe probabilmente finito con l’abbandonare il lavoro del compositore per quello del maestro di musica, meno gratificante ma di sicura remunerazione. Per circa 4 anni, Casa Ricordi passò un mensile alla famiglia Puccini (Giacomo era fuggito in quegli anni con la moglie di un suo paesano, Elvira (figura fondamentale per la comprensione delle sue opere) con la quale iniziò un vero e proprio matrimonio de facto). Il suo primo grande successo, Manon Lescaut, lo proiettò giovanissimo nell’olimpo dei grandi. Verdi si espresse su di lui più volte, e negli ultimi anni della sua vita, sembrò indicarlo come il suo successore. E’ innegabile come i futuri successi di Bohème e Tosca lo abbiano reso agli occhi del pubblico il Verdi del ‘900 ma è altrettanto innegabile il diverso approccio morale all’opera dei due autori. Mentre Verdi rappresentava e portava sulle sue spalle la volontà e l’impeto di un’Italia divisa ed in piena occupazione nemica, Puccini metteva nelle sue opere il più profondo della sua psiche tanto da far rivivere ai suoi personaggi le angosce che spesso lo tormentavano. Con Madama Butterfly terminò il sodalizio artistico più importante della sua carriera, quello con Illica e Giacosa, i cui libretti diedero a Puccini i suoi più grandi successi. Iniziò per lui un periodo di luci (Il Trittico) ed ombre (La Fanciulla del West e La Rondine), finché decise di musicare la Turandotte, fiaba chinese teatrale tragicomica, scritta da Carlo Gozzi nel ‘700, pregna dei temi della commedia dell’arte. Fu la prima volta che Puccini musicò una fiaba, restio com’era ad abbandonare temi da lui più sentiti, come quello della passione amorosa e dell’amore tragico, che tanti successi gli avevano dato. Forti erano comunque i segnali di un suo cambiamento nella scelta dei soggetti, Il Trittico, difatti, composto pochi anni prima, aveva evidenziato un significativo mutamento nell’artista. I tre atti unici Il Tabarro, tratto da uno scritto di un autore suo contemporaneo, Suor Angelica, proveniente da un racconto medievale, e Gianni Schicchi, sua unica opera buffa, sviluppato da un passo della Divina Commedia, avevano tratti nettamente differenti dalle sue precedenti opere. Con Turandot, Puccini imboccò una strada che mai aveva percorso e che lo avrebbe portato alla realizzazione del suo grande capolavoro incompiuto. Ma quali furono le ragioni per le quali un artista come Puccini, ormai non più giovanissimo e famoso in tutto il mondo, decise di mettersi alla prova con un soggetto come quello della terribile principessa cinese? Mosco Carner nella sua biografia critica Giacomo Puccini indica il suo difficile rapporto con le donne come tema centrale delle sue opere. La sua analisi prende in considerazione sia la vita dell’artista che il suo lavoro, andando ad analizzare la sua corrispondenza come possibilità concreta di conoscere più a fondo la psiche dell’artista. Viene così alla luce un uomo con profonde difficoltà nelle relazioni con l’altro sesso che l’autore ricerca prima nella sua famiglia, una madre dalla fortissima personalità, anche a causa della perdita del marito, e successivamente nel rapporto con la moglie Elvira, divenuta tale dopo quasi due decadi di convivenza. Secondo il Carner, Puccini vedeva l’amore, quello idilliaco e puro, come una colpa, come una felicità che non poteva durare e per questa ragione costrinse i suoi personaggi a pene terribili che spesso portavano alla loro morte (Mimì, Tosca, Madama Butterfly). Questa condizione psicologica spingeva Puccini a cercare donne di estrazione sociale più bassa, come lo era Elvira, consapevole di non riuscire ad amare nessuno veramente; ed allo stesso modo, tutte le sue relazioni extra-coniugali venivano consumate con donne di ancora minore livello culturale, semplificando il suo successivo disprezzo verso di loro e giustificandolo più facilmente a se stesso. In tutte le sue opere del primo e del secondo periodo, fino a La Rondine, si avverte la presenza, o meglio l’assenza, di una figura che governa le scelte dell’artista e le sorti dei personaggi. Con Suor Angelica quell’ombra si palesa nella terribile Zia di suor Angelica ma sarà Turandot a rivelare come fosse la figura materna quella presenza/assenza che per anni aveva caratterizzato il suo lavoro e che ora vestiva i panni della sadica inquisitrice. Ormai maturo, egli era capce di gestire con più facilità la sua psiche ed era in grado di alzare la testa e di affrontarla, tuttavia non senza difficoltà. In Turandot due sono i personaggi che vanno presi in considerazione per affrontare l’analisi suggerita dal Carner, Liù e Turandot stessa. Liù, come tutte le sue protagoniste precedenti, rappresenta quel sogno d’amore irraggiungibile ed irrealizzabile che anche nella sua vita fu per lui una chimera, Turandot si pone, invece, come quella perfezione che egli ha sempre ricercato nelle altre donne ma che mai è riuscito a trovare. Per questa ragione è necessario il sacrificio della dolce serva che mai potrà essere ricambiata né da Calaf né da Puccini stesso, un sacrificio che servirà ad allontanare l’ennesima rivale di una madre invincibile agli occhi dell’artista. *[Maria Callas come Turandot – Autore Cory Gavin – email: corygavin@cmu.edu]* Giungiamo a questo punto al motivo per il quale Puccini non terminò mai il suo più grande capolavoro. Quando partì per la clinica belga dove sperava di guarire la sua malattia, Puccini aveva completato tutta l’opera sino alla morte di Liù, metà del III° Atto, la Turandot in quel momento terminava esattamente come Bohème, Tosca e Madama Butterfly, con la morte dell’eroina, dolce ed amorevole. Per mesi, prima del suo ricovero, Puccini modificò, limò, addirittura stravolse il finale dell’opera, ma non sembrava venirne a capo. Decine di missive con i suoi librettisti richiedevano modifiche e variazioni, sembrava incontentabile; scrisse ad Adami: “Il duetto, il duetto! Tutto il decisivo, il bello, il vivamente teatrale è lì!”. Partì per il Belgio con i suoi appunti per cercare di terminare l’opera, ma non ne ebbe il tempo, morì pochi giorni dopo a causa di una complicazione cardiaca. Turandot rimase incompiuta, ma, a questo punto, possiamo affermare l’esatto contrario, Puccini terminò il lavoro che realmente voleva concludere e che sentiva di poter fare; molto probabilmente l’avrebbe lui stesso lasciata incompiuta o forse l’avrebbe terminata dopo molti anni, ma non senza grosse pene e sofferenze. Nonostante i suoi 66 anni, la sua maturazione, i successi e la fama, Giacomo Puccini era rimasto quel bambino orfano di padre che aveva negli occhi, nel cuore e nella mente una madre che tutto aveva sacrificato pur di renderlo felice. BOX 1: Incisioni Due su tutte sono le incisioni di riferimento per Turandot, entrambe registrate in studio: La prima, datata 1957, vede protagonista l’irraggiungibile Maria Callas Direttore d’Orchestra: Tullio Serafin Interpreti: Maria Callas, Elisabeth Scwarzkopf, Eugenio Fernandi, Nicola Zaccaria Orchestra: Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano Etichetta: EMI Classics Numero di Catalogo: 56307. La seconda, 1959, vede come Turandot Birgit Nilsson e come Liù la meravigliosa Renata Tebaldi Direttore d’Orchestra: Erich Leinsdorf Interpreti: Birgit Nilsson, Renata Tebaldi, Jussi Björling, Giorgio Tozzi Orchestra: Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma Etichetta: RCA Numero di Catalogo: 62687. BOX 2: Libri I testi di riferimento per approfondire lo studio della vita e delle opere di Giacomo Puccini: Uno studio psicologico e dettaglio del Puccini uomo e compositore Autore: Mosco Carner Titolo: GIACOMO PUCCINI, Biografia critica Titolo originale: Puccini. A Critical Biography Editore: Il Saggiatore Note: fuori catalogo, reperibile presso biblioteche o circuiti dell’usato. Una ricostruzione della vita sentimentale di Giacomo Puccini e dell’ideale femminile che pervade la sua opera Autore: Giampaolo Rugarli Titolo: La divina Elvira. L’ideale femminile nella vita e nell’opera di Giacomo Puccini Editore: Marsilio Collana: Gli specchi della memoria Prezzo: €12,91 Per contattare Proscenio:
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