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INTERVISTA AD ENRICO BRIZZI
Gold Sounds
Autore: Emanuele Barletta
Iniziamo parlando del tuo ultimo libro, “Nessuno lo saprà”, che è in realtà il racconto del tuo viaggio a piedi dal Tirreno all’Adriatico. Come mai proprio la scelta del viaggio come tema di questo tuo nuovo lavoro? E. Beh, diciamo che il viaggio è un tema interessante ed affascinante, ma penso sia importante chiarire che per me certe fascinazioni e certi amori nascono dalla vita reale prima di trasferirsi su una pagina. Per dirti: questo mio cammino è iniziato anzitutto come progetto di un’esperienza personale, e cioè quella di un viaggio a piedi. L’esigenza, abbastanza urgente tra l’altro, di descrivere il tutto è arrivata solo in un secondo momento. Come fosse una sorta di diario, tra l’altro. E. Si, la tecnica è quella del diario, cioè iniziare a raccontare chi è la persona che parte, cosa lascia, ma anche chi lascia a casa. Il ragionamento è quindi molto semplice, se vuoi pensarla in termini musicali: seguire la narrazione di questo cammino giorno per giorno, come se fosse un arrangiamento di una canzone folk, in piedi con una chitarra acustica davanti ad un microfono. Tutto molto semplice, direi. In che misura pensi si possa parlare di un romanzo di formazione? E. Non so, questa è una domanda che mi sento fare praticamente sempre, e per tutti i miei libri. Mah, se per romanzo di formazione si intende la storia di un protagonista che all’inizio vede il mondo in un modo e alla fine in un altro penso che allora si, i miei sono un po’ tutti romanzi di formazione. Oltre al protagonista, direi che anche il lettore cresce e cambia durante la narrazione… E. Certo, c’è sempre un qualcosa di non prevedibile all’interno di un romanzo, come un amore che nasce e di cui il lettore è l’unico ad essere responsabile. Si era parlato di libro cult all’epoca di “Jack Frusciante…”, nel senso che fu un vero e proprio manifesto per una generazione di adolescenti (e non solo), e tutt’ora riesce a colpire i ragazzi che si avvicinano alla tua scrittura. Che dire invece di “Nessuno lo saprà”? Chi pensi possa essere il “lettore modello” di questo tuo nuovo romanzo? E. Immagino che siano persone che si possano riconoscere nella mia situazione, cioè trentenni che hanno appena messo in piedi una famiglia. “Uomini”, più che “ragazzi”. Del resto, se non si inizia a parlare di uomini quando si hanno dei figli… Quanto pensi abbia pesato il tuo background di bolognese nella stesura di questo nuovo romanzo? E. Di sicuro in questa occasione Bologna c’entra ben poco. C’è si l’idea della famiglia che ti aspetta, degli amici che restano in città e della vita che va avanti senza di te, ma in generale l’ispirazione e i tempi sono quelli propri del Centro Italia, delle zone che ho traversato. C’è una Toscana lontana anni luce da quella del turismo di massa di Firenze o di Siena; c’è l’Umbria, forse tutt’ora la regione italiana più isolata, sia culturalmente che dal punto di vista delle vie di comunicazione. E poi le Marche, che per destino sono diventate un po’ la mia seconda casa: tutto è iniziato trovando ad Ancona l’editore per “Jack Frusciante…”, e l’amicizia con Massimo Canalini di Transeuropa è ancora molto forte, anche se la svolta è stato l’incontro con quella che diventò la mia ragazza e poi mia moglie. Penso alle Marche non più solo al posto dove passo le mie estati, ma come un qualcosa che la mia famiglia si porterà dentro, soprattutto le mie figlie. E invece quanto pensi abbia influito nella tua carriera di scrittore? E. Direi moltissimo, visto che Bologna è si una città di scrittori, ma anche una città di grandi lettori, soprattutto studenti. C’è un gran bel giro di ragazzi attirati dall’università che aiuta decisamente a tenere viva l’attenzione per la letteratura: penso alle varie presentazioni, agli incontri con gli autori che vengono a parlare dei loro libri. Ma non di sola narrativa si tratta, chiaro. Bologna è una città culturalmente onnivora, con un’università che ancora riesce a conservare un atmosfera molto informale. C’è chi vede tutto questo come se fosse la caricatura di un campus americano, ma basta vedere come molte università italiane di oggi siano ancora autoritarie e chiuse per rendersi conto di quella che è una sorta di specificità di Bologna. Di certo se sei appassionato di musica, fumetti o narrativa Bologna resta un vero e proprio punto di riferimento. Rimaniamo un attimo su questo tema: l’altro giorno ho esplorato un po’ il tuo blog e ho notato la tua critica all’amministrazione comunale che a quanto pare non riesce a trattenere i suoi “artisti” offrendo una vetrina adeguata, costringendo questi ad emigrare verso altre città o addirittura all’estero. Come vedi questa situazione? E. Per la narrativa forse il problema è meno urgente di quello che si è portati a pensare, e soprattutto lo è se paragonato alla musica o al cinema. Voglio dire: uno può tranquillamente scrivere anche barricato in casa sua e trovarsi un editore dove vuole. Pensa però a chi suona o chi dipinge. Senza adeguati strumenti e spazi per poter esporre il proprio lavoro la cosa diventa abbastanza pazzesca, quasi impossibile. Di certo le istituzioni potrebbero risolvere il problema. In questi giorni l’Espresso sta ripubblicando tutti i lavori di Pazienza con le prefazioni originali. In una di queste c’è Giorgio Lavagna, che era il cantante dei Gaz Nevada, che racconta di come una volta tra le dieci e le trentamila persone sotto i 30 anni andavano spontaneamente in piazza la sera. Chiaro che serviva una certa tolleranza che oggi, probabilmente, non ci sarebbe. Cioè, immaginati…sai cosa vuol dire trentamila studenti che stanno in piazza a fumare e suonare i bonghi? Di certo, ora come ora le istituzioni non possono incoraggiare una cosa simile, soprattutto se pensi al degrado di certe zone del centro storico. Quello che però chiedo all’amministrazione di Bologna è più semplicemente l’organizzazione di rassegne decenti: che io mi ricordi, l’unica cosa veramente interessante che è rimasta a Bologna in estate è il cinema all’aperto in Piazza Maggiore. Le rassegne musicali, a quanto vedo, sono sempre più decentrate e di concerti in piazza non se ne vedono da non ricordo nemmeno quanto. Forse dal concerto di protesta per la legge Craxi – Jervolino, roba quasi preistorica ormai. E non scordiamoci che in quella piazza ci suonarono i Clash! C’è quindi una crisi vera, che voi bolognesi percepite. E. Io personalmente si, anche perché oggettivamente ci sono problemi di sicurezza. E’ però molto probabile che i problemi che una volta non c’erano siano in realtà cose da poco, ma la paranoia che viene generata è talmente tanta che siamo portati ad ingigantire il danno vero. Oh, sia chiaro, ci sono situazioni abbastanza serie in determinate zone. Ma bisognerebbe cercare molto laicamente delle soluzioni pratiche, perché capisco sia chi vuole stare seduto a prendere il sole sia chi non vuole qualcuno che gli caghi davanti la porta di casa. La questione centrale è la tutela, basta che non venga affrontata con le categorie del proibizionismo, altrimenti non se ne esce. Diciamo che io, scrittore, posso limitarmi a dare suggestioni, non sono mica un politico. A questo proposito, nei tuoi romanzi traspare una certa identità politica, anche se “filtrata” in chiave narrativa e mai esplicitata con prese di posizioni retoriche. E. Si, è chiaro che anche io ho le mie idee, e non voglio certo tenerle nascoste. Ma non si può nemmeno pretendere che chi scrive abbia il compito di operare il cambiamento, non abbiamo di certo il “potere” che hanno i politici. Parliamo invece di una cosa che era venuta fuori in un’intervista che hai rilasciato a Rumore. In quell’occasione, parlando dell’evoluzione della narrativa italiana degli anni ’90, avevi notato come questa non si sia riuscira a dare una continuità nel tempo come invece è successo con quello che all’epoca era il “nuovo rock italiano”. E. Quello che voglio dire che non resiste più come negli anni ’90 è l’idea di una generazione comune, cioè l’idea di poter fare squadra. In musica questo accade molto spesso, pensa ai festival, al gruppo spalla che suona prima del gruppo principale. Vuoi dire che questa mancanza di capacità di “fare squadra” che si ha in narrativa dipende dalla natura stessa della narratività? J. Beh, la musica nasce come qualcosa di collettivo, mentre chi scrive in genere è da solo. Probabile che anche per questo che collaborare sia per gli scrittori qualcosa di innaturale. Che ruolo pensate abbiano avuto le major discografiche da una parte e le grandi casi editrici dall’altra nella definizione dell’attuale scenario? Alla fine anche quelli che erano i giovani scrittori “nuovi” negli anni ’90 sono stati messi sotto contratto da grandi editori, così come certe band italiane che oggi sono su major… E. Ho come l’impressione che l’ambiente musicale sia mentalmente molto più aperto per quanto riguarda la diffusione a livello “popolare”. La narrativa sta invece pagando lo scotto di una sua chiusura intellettuale che va avanti ormai da anni. Un esempio? Prendi B. B. King e Eric Clapton. Sono tutti e due grandissimi e hanno venduto milioni di dischi. Se decidono di fare un disco insieme i due entourage possono solo essere contenti. All’opposto, se Stephen King e Ken Follett volessero scrivere qualcosa insieme non lo potrebbero mai pubblicare, lo impedirebbero gli editori. Mentre la collaborazione in musica aumenta il valore delle parti che si mettono insieme ed è qualcosa che da la possibilità anche di tirare fuori qualcosa che verrà ricordato nella storia, in narrativa la collaborazione deprezza il valore dei due scrittori coinvolti. Ne ho avuto esperienza diretta. Quando ho fatto il contratto con Mondatori l’idea era di fare due romanzi miei più uno che avrei voluto fare a quattro mani con un giovane scrittore anche lui di Transeuropa. Non l’avessi mai fatto! Un progetto del genere, che poteva essere qualcosa di insolito e nuovo, è stato scartato come fosse stato un mio tentativo di disimpegno da parte mia a scrivere. Agghiacciante. Il mondo dell’editoria ha dei dogmi di una rigidità assurda. Te ne dico un’altra: in Italia si possono pubblicare romanzi ma non raccolte di racconti. Perché? Però, nonostante queste differenza, narrativa e musica qualcosa in comune ce l’hanno: penso all’evoluzione del file sharing e del blog, cioè ad una notevole apertura verso il mondo esterno e ad una democratizzazione della scrittura e della musica. Che ne pensate? J. Dal mio punto di vista di musicista, è una cosa fantastica. So che magari andrà anche contro quelli che sono i miei interessi, però poco importa. Considera che chi vuole il disco originale se lo comprerà sempre, anche per il discorso della qualità del suono che in mp3 si perde. Io personalmente un disco a 12 euro che so essere interessante lo comprerei. Però con il filesharing c’è la possibilità per gli artisti giovani alle prime armi di farsi conoscere: basta mettere i propri files in rete e il gioco è fatto. Io stesso metto in rete la mia musica prima e dopo la pubblicazione. C’è solo da guadagnarci, credo. E. Sono d’accordo. E non penso tanto alla novità più o meno recente della iTunes che mette in vendita i libri in formato digitale. Sono ancora in pochi quelli che vogliono comprarsi libri veri in formato elettronico. Piuttosto è la questione dei blog ad interessarmi, visto che ognuno oggi ha la possibilità di scrivere quello che vuole e di farsi conoscere in un modo impensabile fino a qualche anno fa. So di almeno tre ragazzi che in questi ultimi mesi sono stati contattati da delle case editrici che li hanno scoperti leggendo quello che loro scrivevano in rete. Il talent scout oggi accende il pc, naviga in rete e il gioco è fatto. E questa è una grande possibilità per gli esordienti, così come per la musica Soulseek ed Emule danno la possibilità alla giovani band di farsi notare. C’è però anche un problema: ricordo più o meno un anno fa un articolo su Blow Up in cui si parlava di questa vera rivoluzione dei blog e delle webzine in relazione alla critica musicale. Nel senso: ora che tutti possiamo improvvisarci critici musicali, come riconosciamo un giudizio autorevole da uno più banale? Non c’è il rischio di sovraffollamento di giudizi più o meno competenti? Ricordo a questo proposito un tuo intervento a “Storytellers” di Mtv con i Marlene Kuntz, in cui hanno appunto criticato certi giornalisti musicali e addetti ai lavori incapaci di fare il loro mestiere in modo intelligente… E. Penso che il punto della questione sia questo: chi l’autorevolezza ce l’ha, non si rovina di certo per un commento negativo. Se poi sei veramente competente devi saperti mettere in gioco senza sederti comodo su un trono. Quanto alla possibilità di costruirsi una certa rispettabilità, questo è possibile proprio grazie ad una rete aperta come Internet. Non sono molto convinto che questa pluralità di voci sia un danno per la musica. Piuttosto c’è da guadagnarci. Gli unici che hanno paura sono quelli che pensano a mantenersi il posto e a non farselo portare via, ma se hai questo genere di timore vuol dire che molto probabilmente non sei sicuro di quello che stai facendo. J. Pensa a quello che è successo con l’avvento del punk. All’inizio la stampa ufficiale smerdava alla grande le piccole fanzine che sembravano veri scarabocchi privi di contenuto. Poi, una volta comprese le potenzialità delle ‘zine, le grandi riviste si sono messe a copiare lo stile di questo nuovo modo di fare giornalismo musicale. Sia per la grafica che proprio per lo stile di scrittura. Parliamo un po’ dei Frida X, invece. Come nasce la vostra avventura? J. I Frida X hanno avuto una storia molto lunga, diciamo che il progetto iniziale risale ai tempi del liceo, tanto che ci siamo conosciuti tra di noi proprio scrivendo per il giornale della scuola. La forma più eclatante di collaborazione con Enrico è stata per la colonna sonora del film “Jack Frusciante…”, ma non solo… E. Hai dimenticato di dire che io ero un ragazzo solitario ma affascinante, che le ragazze mi cadevano ai piedi e che ero una specie di artista pazzoide della chitarra-basso! Eravamo d’accordo che dovevi dirlo! J. Ahah, si hai ragione! O,k in cambio magari racconterò di quella volta che siamo andati in bici! Ma vabe’. Il gruppo ha subito varie vicissitudini, qua a Bologna abbiamo sempre suonato un sacco, poi ci siamo un po’ persi di vista. Nella formazione attuale ci sono dei ripescaggi della band originaria, e ormai sono 3 anni che siamo attivi. Il disco che faremo uscire tra poco è già bello e pronto. E. Poi con loro è venuta fuori l’idea di questo disco di reading musicati. Due estati fa loro stavano lavorando al loro disco, mentre io mi stavo preparando al viaggio che poi sarebbe diventato la storia di “Nessuno lo saprà”. Al mio ritorno, tra vari racconti e idee, abbiamo messo su questa idea: ordinare un piano per cui libro e disco sarebbero rimasti legati in maniera inscindibile. Il reading all’inizio non era previsto, ma loro hanno letto il libro prima dell’editore e hanno lavorato a nuovi pezzi per poterli adattare ai nuovi testi. Come definireste la musica dei Frida X? J. Uhm, per chi suona è sempre difficile definire la propria musica… E. XTC, Ramones, Beatles, Beach Boys…dai, non fare il timido! J. Si, beh, la nostra ambizione è fare canzoni con uno stampo pop e una particolare attenzione alle armonie vocali e alle struttura. Ma avendo alle spalle un retroterra punk, dato che prima noi suonavamo roba molto più dura. Oh, non dico sia un prodotto commerciale da dare ai dj. Però ti garantisco che dal vivo abbiamo un impatto molto diverso rispetto al disco. Un po’ come i Pixies… E. Ecco, si, i Pixies prima non li avevo tirati fuori… J. Ecco, loro sono tra i più grandi, Franck Black è veramente uno di quei personaggi a cui più mi piacerebbe assomigliare. Ha scritto canzoni bellissime anche al primo ascolto, ma che hanno un qualcosa che non ti fa stancare mai, soprattutto i primi 3 o 4 dischi. Un altro gruppo che abbiamo come riferimento sono i Cake, che non sono molto conosciuti qua da noi, forse anche perché sono venuti forse una sola volta in Italia. Un’ultima domanda, che faccio sempre a tutti. Sono un patito delle playlist, evidentemente ancora in stato di folgorazione da “Alta fedeltà”: i 5 album che avete in testa in questi ultimi tempi? J. Allora, parto io. Sam Cook, un suo qualsiasi greatest hits. Un doppio di Scott Joplin. Teenager of the year di Franck Black. Wrong dei No Means No. E poi, vediamo….ah, si, un disco che si chiama In the airplane over the sea dei Neutral Milk Hotel, che è bellissimo, li ho scoperti tre mesi e adesso sto praticamente ascoltando solo loro. E. Mah, ultimamente prendo molto spunto da Itunes! Direi: di sicuro, Rock for light dei Bad Brains. Overdose di Yellow submarine dei Beatles, che è il disco preferito di mia figlia. Poi sto ascoltando un po’ di vecchi Rolling Stones. Sicuramente qualcosa degli Urban Dance Squad, che nel ’91 spaccarono il culo a tutti. Poi vabè, qualcosa dei Primus, e un progetto parallelo di Les Claypool che si chiama Les Claypool Frog Brigade. Quanti ne ho detti? Troppi?
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