Rubrica
Questo mese:
Le rubriche di questo mese:
La Piega
LA PIEGA
Autore: CLAUDIO NIGRI
La Piega Di Claudio Nigri (lester.bangs@libero.it) Vedi caro lettore ,molto di quello spacciato per punk, consiste semplicemente nel dire che io faccio schifo, tu fai schifo, il mondo fa schifo e chi se ne frega, il che in un certo senso, ehm, uhm, non basta. Lester Bangs, New Musical Express, Londra,dicembre 1977 Una donna magnifica nell’aspetto, profondamente attraente, perfetta sintesi di classica bellezza nordica (resa evidente dai magnifici occhi azzurri, cosi vividamente chiari che se ne poteva vedere in fondo l’anima, e con i folti boccoli biondi che cadevano a cascata sulle spalle) e bastardaggine innata, caratteristica di tutti quei cuori e di tutte quelle solitudini cresciute in piccoli paesi vicino al mare. Quel senso di profonda frivolezza e d’apertura verso l’infinito, presente in misura maggiore nelle anime che fin dall’infanzia hanno avuto uno stretto contatto con l’atmosfera malinconica e meravigliosa di un mare in pieno dicembre, erano ben radicati in questa donna, grazie anche al profondo fascino che la sua cultura artistica emanava. Non solo aveva delle fattezze da ancella greca magnifica, non solo aveva una pelle d’avorio idratata e profumata, non solo aveva un fisico incredibilmente perfetto ed equilibrato, non solo il suo ventre era piatto e scolpito, non solo i suoi seni erano abbondanti e duri, riuscivi ad essere attratto da lei anche e soprattutto quando ti parlava di Magritte o Tom Robbins, quando in pratica, evidenziava e dimostrava di possedere una sensibilità artistica non indifferente unito ad un gran senso estetico, frutto dell’amore per la cultura pulp e per l’arte plastica classica, e l’amavi così, per quel senso di femminismo manifesto e martellante come un basso di Les Claypool e quella femminilità che dimostrava soprattutto quando le sue debolezze di donna, quelle che nessun assioma di parità fra sessi, potrà mai convincermi a negarne l’esistenza, venivano fuori, ed io dovevo starle vicino. Tutto questo si può riassumere con Rapace o Voglio una pelle splendida. Se penso invece a brani come Dentro Marylin o Ossigeno la mia mente non può non vagare verso delle splendide quanto ipocrite lentiggini catanesi, ad un nasino all’insù che ispirava malizia solamente a guardarlo, ad un orgoglio e un narcisismo dilatato all’infinito, ad un continuo contrasto fra opposte personalità, dicotomiche, come i testi degli Afterhours sanno essere. Non vi è una ragione razionalmente spiegabile a queste associazioni fra vita vissuta e canzoni; sono solo frutto di suggestioni inspiegabili. Se poi penso ai vecchi giovedì universitari, quelli del Rock Castle di Perugia, in cui con cinque euro, ti davano quattro pinte di birra chiara e spumeggiante, se penso a quelle sere ubriache in cui ogni settimana ci si divertiva come pazzi e si conoscevano sempre nuove ragazze, ebbene se penso ad allora, mi viene naturale associarvi l’immagine del Dj che spara a manetta Male di Miele o 1.9.9.6. con me e i miei amici che cantiamo a squarciagola. Per quanto Agnelli non ami che il pubblico canti con lui i brani più significativi del proprio percorso artistico, per quanto sputi in faccia e derida chi non approva le sue scelte musicali, fa un certo effetto cantare quelle canzoni cariche di rabbia. Se Non si esce vivi dagli anni 80 è un assoluto manifesto generazionale, soprattutto per chi come me, in quegli anni ci ha vissuto l’infanzia e la prima adolescenza, in assoluta tranquillità, figlia della fiducia e dell’ ottimismo nei confronti del futuro, dello yuppismo scatenato che indossava le tristi maschere di Boldi Massimo, l’inconsapevolezza (divenuta però perfetta coscienza successivamente) di essersi persi i Settanta, e di esser nati in un’epoca che aveva intrapreso la via che conduce direttamente agli inferi del XXI secolo, come avevano ben capito il povero Ian Curtis o Pete Laughner, contrariamente all’ottimismo dell’imperante reaganismo. Anni 80 e generazione che arriva sempre per ultima o che viene utilizzata come cavia per gli esperimenti nei cambi sociali; ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia di una riforma dei Licei e ho sperimentato sulla mia pelle il passaggio dagli esami di riparazione ai corsi di recupero. Per primi abbiamo provato i nuovi esami di maturità e la prima volta che sono andato a votare l’ho fatto con un nuovo sistema di votazione. Mi sono trovato nel bel mezzo della riforma universitaria, che, di fatto, ha delegittimato il lavoro di chi ha studiato con l’oramai quasi defunto Vecchio Ordinamento; sono stato uno degli ultimi sfigati a laurearsi con questo metodo, antico ma assolutamente serio, ma che possiamo farci, nella moderna società si invecchia con la stessa rapidità di un notebook; dopo qualche mese sei già fuori moda, sei vecchio e inutilizzabile e vai cambiato immediatamente; a proposito di notebook, se digito questa parola sulla mia tastiera, ho notato che il computer non me lo segna come errore, però quando digito Perugina, vedete cazzo, mi ha scritto perugina, ma io voglio dire Perugia la città, non la marca di cioccolata! E Perugia scritto così me lo sottolinea in rosso!! Stiamo diventando ignoranti e le mansioni aziendali ne sono un esempio: account, product manager, web content strategist, e via con tutte queste cazzate che ci fanno dimenticare quanto la lingua italiana sia bella e ricca. Ma non fa niente, non ce ne frega niente. Quel coatto di Howard Jones ha detto che all’estero Berlusconi è visto come personaggio “caratteristico”, mentre a noi pecoroni italiani basta una pacca sulle spalle, una strizzata amichevole ai genitali e una battuta sconcia e siamo tutti contenti. A patto che non ci togliate il calcio, eh si il calcio, cosa cazzo ce ne fotterà mai che è un mondo tutto lercio? Niente, assolutamente niente, andremo a vedere le partite truccate muniti di virtuali paraocchi che indicano la strada in maniera molto frammentaria e ignorante. Se ascolto Sui Giovani d’Oggi Ci Scatarro Su, non posso non identificarmi nel senso di frustrazione di Agnelli che sputa addosso ai miei coetanei, metaforicamente e realmente, dai quali anche io sono spesso troppo profondamente deluso. Lo stesso ragazzo che cambia la sua permanente in dreadlocks, convinto che questo gesto gli cambierà anche il cuore, e veste pantaloni sporchi e larghi, si circonda di cani e cuce sui propri giubbotti simboli e icone delle quali ignora la storia, ha la stessa assenza di personalità e idee e morale e cultura, di un qualsiasi altro celebro leso fighetto, partecipante ad un qualsiasi noiosissimo e scontato reality show. Ed è questo che mi fa venire la voglia di scatatarrare anche io sui miei svogliati coetanei, analfabetizzati dalla televisione e da un ideale culturale ormai dominante nel comune sentire, troppo orientato verso un edonismo senza scopo, verso una scarpa di marca che per forza vogliamo comperare per sentirci alla moda. Ma così facendo neghiamo la nostra libertà di esprimere le nostre personalità secondo le relative inclinazioni. Siamo giovani, e mi ci metto dentro in prima persona, smidollati e senza stile. Gli Afterhours che sabato 11 marzo sono saliti sul palco dell’Estragon di Bologna, con la formazione nuova di zecca, sono apparsi visibilmente nervosi. Molti dei concerti del relativo tour in cui hanno iniziato a promuovere la versione in inglese di Ballate per Piccole Iene, sono finiti in scontro fra il front man e il pubblico che non gradiva l’ascolto dei “nuovi” brani. Scontri verbali e in un caso (precedente al concerto dell’11 marzo) anche fisico. Io voglio subito dire la mia: non apprezzo che il pubblico fischi un suo beniamino, in nome di una scelta artistica che quest’ultimo ha intrapreso. Non mi sembra affatto rispettoso nei suoi confronti. Il mestiere dell’artista è un lavoro delicato e basato esclusivamente sulle sensazioni personali e intime. E dall’intimismo e dalla soggettività possono nascere delle idee che hanno il diritto d’essere tanto accettate quanto criticate. E in base a quest’ultima mia affermazione che alla stessa maniera, non apprezzo affatto il comportamento di Agnelli, il quale dovrebbe ricordarsi che per quanto lui sia il centro degli Afterhours, non può permettersi di disprezzare e scatarrare su di un pubblico senza il quale non sarebbe nessuno! Ci vuole del rispetto da entrambe le parti. Non saresti nessuno, signor Agnelli, senza il tuo pubblico che canta a squarciagola ed insieme a te le tue canzoni, perciò cerca di rispettarlo di più; inoltre se la proporzione di una tua famosa canzone si dimostrasse vera, se tu non avessi successo (il quale proviene esclusivamente dal pubblico che tratti di merda e sembri disprezzare!), avresti anche una morale di bassa lega.. no? E non credo che ti ritenga una persona con una morale di siffatta pochezza; neanche io lo credo. Ripeto, servirebbe solo comprensione da entrambe le parti. Comunque, nonostante abbia visto il gruppo innumerevoli volte, in tutti i contesti possibili, credo di aver assistito ad un concerto discreto, non eccezionale, senza infamia e senza lode, con una versione indimenticabile di Quello che non c’è con una parte finale in cui sembrava di vedere la PFM degli anni d’oro e una toccante recitazione di Ritorno a Casa. ******** John Mc Laughlin è un talento geniale ed ingombrante, un virtuoso chitarrista che negli anni Settanta insieme a Miles Davis, Dave Holland, Chick Corea, ha riscritto i canoni della musica jazz e non, almeno tre volte in un decennio. Una personalità trascinante, nascosta dietro l’aspetto schivo e rassicurante, che è stata capace trentacinque anni fa, durante le registrazioni di The Cellar Door Session, di oscurare con la propria monumentale abilità chitarristica, un tastierista tecnico, veemente e assolutamente innovativo come Keith Jarrett. Artista di prestigio internazionale, da sempre dedito alla sperimentazione musicale e dal manifesto interesse per la musica comunemente chiamata “etnica”, il chitarrista inaugura il festival “L’Altro Suono” di Modena senza minimamente deludere le aspettative di un Teatro Comunale gremito per l’occasione. Gli Shakti, formazione con lunghi anni di collaborazione alle spalle e ricostituitasi ultimamente, hanno regalato uno spettacolo emozionante, il quale sembrava prescindere le regole musicali classiche. L’indubbia classe di Mc Laughlin, unita al mandolino virtuoso di Shrinivas, (autentica rivelazione), hanno dialogato fra loro lungo i fraseggi suadenti dei propri strumenti a corda. La sezione ritmica dei percussionisti Zakir Hussain e Selvaganesh era precisa e ben modulata e spesso si dilatava all’infinito; memorabili i quasi quaranta minuti di improvvisazione dove il ghatam, il mridangam e il kanjira e la tabla (sono tutti tamburini di origine indiana) sono stati gli unici suoni udibili in tutto il teatro, oltre al battito delle mani degli altri musicisti che tenevano il tempo. La spiritualità sprigionata dalla musica è stata percepibile fra tutto il pubblico, soprattutto durante gli acuti di Shankar Mahadevan, voce dall’inconfondibile sapore orientale. Le musiche ascoltate in quel martedì sera, sono sembrate la perfetta commistione fra tradizione jazz e musica classica indiana; i due generi apparentemente distanti e diversi, grazie alla bravura dell’ensemble, si sono fusi linearmente tanto da far sembrare lo spettacolo un antico rito religioso. Sul palco erano stati disposti due tappeti, dove gli artisti scalzi hanno dato luogo allo spettacolo, rigorosamente racchiusi in tuniche indiane. Curioso quanto perfettamente in linea con la filosofia del festival, dedicata alla riscoperta della contaminazione fra razze, culture e generi, è stato vedere sul proscenio, vicino agli strumenti tradizionali indiani, un modernissimo computer portatile con il quale Mc Laughlin, così come faceva Miles Davis in Bitches Brew, “teneva il filo dell’aquilone, quando sembrava volare troppo alto, riportandolo tutte le volte sulla Terra”. ******** L’unico momento di relativo imbarazzo che è intercorso fra Howard Jones ed il proprio interlocutore in una Sala Off del Centro Mr. Muzik di Modena strapiena di fan, è stato quando l’artista inglese ha dovuto rispondere alla classica domanda in cui gli veniva chiesto quale fosse la reputazione di cui noi italiani godiamo all’estero e l’immagine che traspare dalle confuse vicende politiche di casa nostra. La risposta è apparsa come una via di mezzo fra sarcasmo e desiderio di non offendere, in quanto Jones educatamente ha ammesso che con le ultime Olimpiadi di Torino abbiamo offerto nel mondo, un ottimo esempio di organizzazione e serietà. Ma non ha esitato nell’affermare come il nostro attuale premier, sia considerato al di fuori delle mura peninsulari un personaggio quantomeno “caratteristico”. La serata di martedì 21 marzo è filata via liscia come l’olio, in un continuo rimando d’emozioni fra pubblico e artista, amplificati quando quest’ultimo ha intonato vecchi e nuovi brani accompagnato dalla tastiera, ha svelato alcuni particolari della propria vita privata e artistica. Serata di nostalgie e ricordi, di rivalutazione degli anni 80, spesso bistrattati e poche volte considerati come meritavano, ossia un periodo di profonda sperimentazione degli allora innovativi supporti tecnologici come il sintetizzatore. Nichilista certo, ma effettivamente sperimentale. Un viaggio fra aneddoti sul Live Aid, in cui non riuscì a suonare tutta la scaletta per via di un pianoforte rotto, ma la completò a cappella nel backstage di fronte a Pete Townshend e David Bowie, e serie considerazioni sull’importanza e la pericolosità di un moderno quanto oramai onnipresente compagno delle nostre vite: Internet. ******** Curiosando su un famoso quotidiano emiliano di qualche mese fa, resto incuriosito da una notizia riportata nella sezione Cultura e Spettacoli. Parlava di un incontro che avrebbe avuto luogo quel pomeriggio in un museo d’arte contemporanea bolognese, in cui l’eminente esperto musicale Red Ronnie, avrebbe presieduto una conferenza finalizzata a tracciare una panoramica della musica americana del secolo passato. Un personalissimo punto di vista che spiegava quale sia stata, secondo il riccioluto giornalista, la musica Nord Americana che ha avuto maggiore risonanza e influenza nella storia del XX e XXI secolo. A parte le discutibili scelte (ti prego non mi dire che “We Are The World” è stato uno dei momenti più alti della musica degli Stati Uniti e mondiale!!), a parte l’eccesso d’esaltazione che colpisce Red quando mostra un video di Hendrix che brucia la chitarra a Monterey, “scandalizzando” i presenti in sala (l’età media del pubblico era di 70 anni e dall’aspetto molto borghese e benpensante!!), l’argomento che ha richiamato la mia attenzione in quel pomeriggio solo a tratti interessante, è stata una piccola polemica innestata da un giovane ragazzo di colore che non aveva gradito alcune tesi argomentate da Ronnie. L’ombrellifero (in senso botanico) giornalistica, ha cominciato la propria relazione aiutandosi con alcuni DVD scelti per l’occasione, commentandoli in contemporanea. Nel primo di essi mostrava delle vecchie immagini in cui poveri taglialegna di colore andavano nel bosco a lavorare, e per sostenersi a vicenda, cantavano a cappella delle canzoni di chiara quanto scheletrica impostazione blues a 12 battute. E via di lì a sparare balle con la solita retorica infarcita con esaltazioni del nero in quanto depositario del dono del ritmo, il ritmo tribale con cui l’uomo di colore, sradicato dalla terra d’origine, esorcizza i propri malanni e le proprie sfortune sfruttando il dono innato del canto blues, il quale ovviamente, ha influenzato tutta la musica successiva, dal jazz al rock al funk, eccetera eccetera…. E così via… Il ragazzo di colore, che di professione fa lo storico, a conferenza finita, si alza e chiede la parola. Visibilmente interdetti e spiazzati, Ronnie e il suo interlocutore (un giornalista di cui non ricordo il nome) con cui aveva condotto l’appuntamento, rispondono che non erano previste domande e ringraziavano il pubblico per la partecipazione. Ma il ragazzo non si lascia scoraggiare e attacca con chiaro accento francese: ”Volevo semplicemente dire che mi sembra un luogo comune quello dell’affermare che l’uomo di colore ha il dono innato del senso del ritmo che ha portato alla nascita del blues. Questo genere nasce dall’incontro fra una particolare tradizione celtica che usava ancestrali chitarre e il ritmo del tamburo del Cameroon. Ecco io con questa disquisizione volevo semplicemente affermare la centralità del ruolo dell’artista, che dall’incontro di stasera non viene evidenziata, il quale sfruttando un patrimonio musicale già dato, lo rielabora creando altri stili musicali e artistici. Così è avvenuto con il blues, come con qualsiasi altra corrente letteraria o musicale; l’incontro fra razze e patrimoni culturali differenti, che si contaminano, può dare vita a linguaggi mai usati prima. Io sono nero, ma non so ballare, non possiedo assolutamente il senso del ritmo e sono stonato.. cosa vuol dire, che non sono un vero nero per questo? Non vi rompe le scatole quando voi italiani all’estero siete giudicati con stereotipi come pizza, mandolino, pasta? E poi signor Ronnie, lei ha affermato che nella nostra epoca storica non si usa più il canto e la forma canzone in generale, come strumento politico, così come avveniva sul finire dei Sessanta, sostenendo che nessun gruppo o cantante ha scritto canzoni di protesta alla guerra in Iraq. Ma io posso affermare che ne conosco almeno tre!” È stato fantastico. Come si dice dalle mie parti, Red era stato messo sotto scopa. Ronnie annaspava e rispondeva sconnessamente citando frasi celebri e cose che sa solo lui, indiscrezioni sui cantanti e puttanate simili. O non aveva capito il senso profondo di ciò che il ragazzo voleva dire, oppure, come credo, si trovava in una situazione di grande imbarazzo dalla quale non sapeva come venirne fuori. Ho apprezzato tantissimo il gesto del ragazzo, mi è sembrato un sincero gesto che evidenziava un concreto desiderio d’integrazione razziale. Non possiamo continuare a biasimare la gente di colore, sostenendo che, poveretti, hanno subito tanto nel corso della storia, è stata tutta colpa nostra eccetera eccetera. Questo è assolutamente vero ma allo stesso tempo, così facendo, continueremmo a fare lo sporco gioco dei nostri sanguinari, avidi e senza scrupoli, di cui dovremmo provar vergogna, padri coloniali. Viviamo in un periodo dove fortunatamente, molte tensioni razziali (fra bianchi e neri), per quanto ancora vive e accese, si sono stemperate. Per questo, nell’attesa che passi qualche altro decennio prima che si diffonda culturalmente, l’apparentemente scontato concetto d’uguaglianza fra popoli (avverrà quando noi 25, 30enni cresciuti ascoltando e informandoci sulle vere angherie sopportate fino a pochi decenni fa dal popolo di colore, diventeremo nonni!) cerchiamo di trattare davvero come noi chi è nero. Non so perché, ma vedo una sorta di sottile e magari involontario razzismo nel biasimare e compatire e dire in continuazione “Ma quanta sfortuna hanno avuto i tuoi nonni, meno male che avevate il vostro blues”. Non so non è giusto, come sosteneva il ragazzo che si è opposto a Ronnie, non si darebbe dignità artistica ai bluesman e al loro lavoro di ricerca, contaminazione con altre culture e al tentativo antropologico e viscerale, di conservare le proprie origini e tradizioni. (Mi sembra pertinente il richiamo ad un bellissimo film di Spike Lee, Bamboozled, in cui si citano anche i terribili “Ministrel Show”, razzismo allo stato puro dell’uomo di inizi ‘900). ******** Di ben altra pasta e fattura è stato invece l’incontro organizzato dal giornalista de L’Unità Giordano Montecchi a Modena il 21 Marzo, in occasione di una serie di dibattiti da lui stesso ideati, che prendono il nome di Dentro le Note “Mano d’opera: la musica in officina”. La scelta di questo titolo è quanto mai simbolica; è un invito a riflettere sulla musica non intesa solo come un foglio pieno di note sul tavolo di un compositore, ma come il lavoro artigianale dell’artista che sente la musica, che trasforma le proprie emozioni in note e le regala alla gente suscitando in loro nuove emozioni. Alcuni musicisti (Fra i quali ci sarà anche Mike Patton) impegnati nel Festival L’Altro Suono, si sono prestati e si presteranno ad incontrare molta gente appassionata, per spiegare come la musica così generalmente come è conosciuta, altro non è che il prodotto finito di colui che può considerarsi un vero e proprio manovale delle note e delle emozioni, ossia il musicista. Una teoria suggestiva e romantica, molto affascinante. Quella sera, la prima di una primavera cominciata con la pioggia, il delicato tema è stato nuovamente il blues e di come esso abbia influenzato molti altri stili successivi. Il tutto partendo da un presupposto molto differente rispetto a quello di Red Ronnie. Questa volta con l’aiuto di un grande pianista, Fabrizio Puglisi e del suo pianoforte a coda, sono stati dati esempi concreti di come le strutture armoniche del blues e il suo scheletro ritmico di dodici battute, siano stati dilatati o ridotti all’osso in alcuni brani tradizionali jazz e rock.. Non vi era niente di fintamente retorico, in ciò che si diceva, si trattava solo di una lezione di teoria musicale in cui non s’avanzavano teorie antropologiche, ma s’analizzavano alcune splendide musiche da un punto di vista esclusivamente formale e strutturale. Un’interessante occasione per ascoltare pezzi di Charlie Parker, Monk, Charles Migus, Duke Ellington, tutti grandissimi interpreti di uno stile e di un’epoca emozionante. ******** “È assolutamente chiaro che stiamo vivendo un’epoca di neo romanticismo”; Non ricordo dove io abbia letto questa frase, (ah ecco mi pare sia stato sull’Espresso di qualche settimana fa), so solo che si trattava di un’intervista a non so chi dove l’intervistato, affermando ciò, voleva dare una sua interpretazione della fase storica e sociale che stiamo attraversando. Questa breve sentenza mi è rimasta profondamente scolpita nella memoria, per la sua efficace capacità di riassumere lo stato e la condizione in cui verte lo sfortunato “’Uomo Moderno”. Le illusioni degli anni novanta e la fiducia nella modernità che avevamo nel XXI secolo sono state tradite; siamo una torre pendente che continuerà ad essere inclinata; le speranze che riponevamo nel futuro qualche anno fa, si sono trasformate in disillusione, quello stesso futuro che sembrava così prospero ci ha lasciati invece soli al nostro destino di precari. Proprio per questo, per le aspettative deluse, per la mancanza di ideali e idee, siamo costretti a rifugiarci in una vuota accettazione della realtà contingente. Il risultato è che viviamo un quotidiano frenetico e impersonale, veniamo bombardati da notizie e informazioni ma fondamentalmente restiamo degli ignoranti superficiali; la conseguenza di questa superficialità è l’accettazione di uno stile di vita e di comportamenti, ormai universalmente riconosciuta, basata su di un vuoto ideologico connesso con un edonismo estremo di cui ormai siamo portatori sani, il quale ci porta a credere che la vita sia fatta solo di discoteche, abiti alla moda e macchine veloci. Dovremmo invece convenire che questo è un discorso che riguarda esclusivamente la forma, l’apparenza; ciò che appare, ciò che si esterna, la superficie delle cose, è a mio parere un valore vacuo. Ciò che invece ha realmente valore è la sostanza, le idee che formano la base di un concetto, un punto di vista comune che funga anche da valore generazionale. Ma a quanto pare, anche noi, le nuove leve, noi giovani che dovremmo costituire le fondamenta per l’avvenire e noi che dovremmo costituire un’opinione pubblica degna di essere ascoltata, ne siamo sprovvisti. Noi che adesso abbiamo 20-30 anni, come cazzo verremo ricordati fra trent’anni? Quale appellativo ci affibbieranno, “new blank generation”? I nostri padri, per quanto ingenui nel seguire dei valori rivoluzionari che poi sono crollati insieme al Muro e alle miserie del comunismo totalizzante, perlomeno possedevano un desiderio profondo di rinnovo e di non accettazione dei valori cattolici diffusi durante 50 anni di DC. I nostri padri, per quanto illusi da ventate di cambiamento e modernità, per quanto abbiano cercato con tutte le forze di smantellare una mentalità che ostracizzava il libero pensiero, per quanto tutti disillusi, possono comunque vantarsi di essere stati una generazione con le palle, che aveva idee e ideali comuni, che nutriva davvero un profondo senso del cambiamento, del progresso. Ci manca il midollo, tutti quanti parlano di marketing e corporate identity ma nessuno sa chiedersi cosa ciò voglia dire. Non avendo niente che ideologicamente possa sostituire la macchina da guerra capitalista e liberista, ne veniamo sopraffatti, tanto da avere come unico pensiero, anche nelle relazioni interpersonali, solo il profitto; l’amicizia, l’amore, sembrano oramai scelti in base alle proprie esigenze e in base al proprio tornaconto personale; quello che una volta era deciso dal sentimento, adesso ci viene imposto culturalmente da un’idea sociale che vuole che “tutto sia intorno a te”, o che ti spiega a caratteri cubitale, sulle insegne dei mega store, che stiamo vivendo nell’ “era dell’ottimismo”. Io comunque continuo a fidarmi più di un Arturo Bandini, piuttosto che di un Tonino Guerra. Ma Dio santo signor Guerra, come cazzo si fa ad essere ottimisti quando il proprio capo dello stato promuove leggi anti costituzionali, quando l’ex governatore della Banca d’Italia aiuta alcuni furbetti nelle loro lotte di potere, quando scopriamo che la nostra nazione diventa sempre più povera dato che una famiglia su quattro vive con meno di 900 euri al mese, quando la ex quarta carica di Stato è un lurido xenofobo, quando in Iraq si calcola che ne siano morti quasi 30000, quando il sospetto omicida di Marta Russo è ritornato ad insegnare filosofia, quando la benzina aumenta insieme agli affitti, e quando Hunter S. Thompson decide che non era più il caso di continuare a sgambettare sul suolo terrestre e la fa finita, come si fa ad essere ottimisti? Me lo spieghi lei. Come faccio ad essere ottimista se vedo Costanzo che ha velleità da mecenate, mentre la vera cultura subisce tagli del 40%, tanto da far ridurre le ore di lavoro della Sala Borsa, storica bilblioteca bolognese, baluardo dell’erudizione e del sapere? Il passo successivo al chiedere soldi in prestito è l’elemosina, diceva il buon vecchio Hemingway, e proprio questo siamo noi; futuri accattoni di intelligenza e di morale. In Danimarca ci impiegano quattro anni a promuovere nuove leggi che favoriscano lo sfruttamento dell’ecologica energia eolica, mentre qui in Italia bastano pochi giorni per stravolgere un sistema elettorale o per imporre un federalismo che niente ha da spartire con quello che promuovevano i nostri padri risorgimentali. I miei ultimi ascolti musicali sono stati: 1) Spurts: The Richard Hell Story 2) Mc Lusky: Do Dallas 3) Tom Verlaine Antolghy 4) Settlefish: The Plural of the Choice 5) The Mahavishn Orquestra with John Mc Laughlin: The Inner Mouting Flame 6) Adam Green: Friend of Mine 7) The Pavement: The Crooked Rain 8) Staff: If It Ain’t Saff It Ain’t Work a Fuck. 9) Who Made Who 10) Wilson Pickett: The Exciting 11) My Bloody Valentine: Loveless 12) Bossa Nostra: Voyage to Brazilia 13)Gaspare Bernardi: Estati Lontane 14) Ed Motta: Aystelum 15) Mogwai: Mr Beast 16) The Strokes: First Impression Fom Earth 17) Art Brut: Bang Bang Rock & Roll Due Libri: “Deliri, Desideri e Distorsioni”, Lester Bangs, pubblicato da Minimum Fax “Delitto e castigo” , Fedor Dostoevskij E così finì il mio sogno d’oppio,che non mi lasciò altra traccia se non una vaga malinconia, usuale conseguenza di questo tipo di allucinazioni.. Come era possibile che Tiburzio, amato da una giovane donna incantevole, dallo spirito semplice, dal cuore sublime, dotata di bellezza, innocenza e gioventù, autentici doni provenienti da Dio e che nessuno può comprare, si intestardisse a rincorrere una folle chimera, un sogno impossibile, e come aveva fatto quel pensiero così insistente e possente a raggiungere un tale grado di aberrazione? È una cosa che si vede tutti i giorni; ognuno di noi, nel suo piccolo, non è stato forse oscuramente amato da qualche umile cuore, mentre cercava amori più alti? Non abbiamo calpestato sotto i piedi una pallida violetta dal timido profumo, camminando con gli occhi rivolti ad una stella fredda e brillante, che lanciava il suo sguardo ironico dal fondo dell’infinito? L’abisso non ha forse il suo magnetismo e l’impossibile il suo fascino? Thèophile Gautier “I BELONG TO THE BLANK GENERATION” Richard Hell
Articoli della rubrica:






















































