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“Un album scritto da Non Voglio Che Clara” - Aiuola dischi
Rubber Ring
Autore: Manuela Bua
E così i Non Voglio Che Clara hanno scritto un vero album, uno da dieci tracce, dieci vere canzoni, come quelle prime sette che sono uscite lo scorso anno sotto il titolo Hotel Tivoli, per insinuarsi in una discografia, quella della musica indipendente italiana, a cui per qualche istante si poteva imputare qualche segno di univocità d’ispirazione, per scuoterci le orecchie e il cuore non con classiche distorsioni di chitarra, ma piuttosto con un piacevolmente spiazzante classicismo. E quanto era già interessante ripercorrere le tracce dell’immaginario dei quattro ragazzi veneti innamorati del pop rock inglese, quello meno giovanilista e più intimista, verso una ricerca delle radici della tradizione della forma canzone italiana e non solo, verso raffinate forme di linguaggio ispirato e quasi essenzialmente teso a disegnare l’estetica e la casistica del sentimento amoroso. Le avevamo già conosciute le canzoni dei Non Voglio Che Clara, e per necessità di classificare e definire, le avevamo accomunate a certe meraviglie degli anni Sessanta, in cui la malinconia autunnale sposava il piano e si scioglieva nella complessità di immortali arrangiamenti per archi. E pensavamo all’orchestra della RAI, al bianco e nero e allo spettacolo serale spiato da una porta aperta, perché Carosello, ahimé, era finito da un pezzo. Va detto che Fabio De Min e compagni hanno scritto dieci canzoni semplici e belle, storie molto delicatamente contemporanee, vestendole con l’abito della sera, quello lungo con le paillettes di Mina giovane. Un uomo al piano e poi, violini, violoncelli, vibrafoni ed anche la voce celestiale del corno francese. Ascoltiamo il vibrante intro di Un nome da signora che imprime il passaggio lungo l’intera avventura, fino al finale rutilante che è Cary Grant. Ci sono dieci canzoni semplici e belle, costruite ad arte, piene di sentimento ma senza sentimentalismi, in cui si intrecciano le storie di conquiste apparentemente grandi, di passioni estreme, di assurdi provincialismi dei quali è bene diffidare. E tutto è curatissimo, le linee essenziali del pianoforte, la metrica esatta delle liriche, penso alla perfezione de L’avaro, e capisco che dalla provincia veneta alla Versilia della Bussola e di Gino Paoli, su fino alla Parigi di Jacques Brel è ancora possibile cantare in un certo modo.
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