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TWIN ZERO The Tomb To Every Hope (Undergroove/Andromeda)
Kaos
Autore: Roberto Michieletto
È chiaro che la voce, inconfondibile e unica, di Karl Middleton (ex Earthtone 9 e Blueprint, oltre che coinvolto nel progetto This Is Menace) sia - comunque - il tratto distintivo dei Twin Zero. Ma è altrettanto chiaro che la band è riuscita a creare un suono, che, pur prendendo spunto dagli stessi gruppi prima citati, dalla tradizione britannica del nuovo metal (degli ultimi dieci anni) e del rock alternativo e dalle filiazioni post-core evolute di Neurosis/Isis/Mogwai, ha una sostanza musicale di primissimo livello. ‘The Tomb To Every Hope’ è il secondo disco dell’ensemble multiplo (nonché allargato, sono stati coinvolti ben quattro diversi batteristi), dopo l’esordio ‘Monolith’ dello scorso anno, e mette insieme dieci tracce che alternano intensità emotiva, crescendo epici, viaggi strumentali e vocali in cui si intersecano melodie malinconiche, percussioni tribali, esplosioni atmosferiche, tensioni incrementali e rilasci maestosi. Da qualche parte ho letto una definizione tipo “prog metal-core for the armageddon generation”. E mi sa che tale frase rende molto bene l’abbinamento tra la ricercatezza e la stratificazione sonora, la potenza sprigionata dal sound e il senso di incombente catastrofe decadente che si stende sui brani. Intensi, agili, passionali; eccellenti. In aggiunta all’album troverete un secondo CD contenete quattro remix di tracce estrapolate dal lavoro di debutto, con ‘Monolith Drone’ di Sourhaze che esplora scenari ambientali dilatati alla Final, l’ottimo ‘Megalithic’ di Princess (ovvero Matt Grundy di Pitch Shifter e Blueprint) che si colloca a metà strada tra soundscape nebbiosi e industrial/metal tritatutto e ‘Mono Years’ di Ayal Naor di 27 di stampo post rock robusto. A parte, perché trattasi di composizione superiore, va citata ‘Skybound’, manipolata da Reuben Gotto (chitarrista di Twin Zero): una spaventosa cavalcata cyber/metal/noise terminata la quale ci si sente letteralmente svuotati.
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