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Iggy & the Stooges now I’m ready to close my mind
Rockosophy
Autore: Ian Della Casa
Quando l’editore di questo giornale mi ha proposto di scrivere un pezzo per la copertina di questo numero di Music Club, non ho esitato a proporgli un articolo sugli Stooges, partendo proprio dal pretesto di aver assistito al loro ultimo concerto all’idroscalo di Milano. E non pensate che ci sia l’intenzione da parte mia di ringraziare i tipi del Rock in Idro di Milano o della Rumble Fish o chi per loro per l’accredito stampa , visto che non ero nemmeno in lista e che me l’hanno concesso per pura pietà. Ah, dimenticavo! Un suggerimento: se vi capita di andare a uno di questi mega festival, provateci sempre ad entrare a scrocco. Io ho visto gente che non era il lista mentre, adducendo di scrivere per le testate più improbabili, otteneva il tanto ambito lasciapassare e non mi meraviglierebbe che ad intervistare Iggy nel back-stage ci fosse un tipo accreditato dal Gambero Rosso. Ma torniamo a noi. Torniamo al tema anacronistico o di banale attualità, di cui vorrei occuparmi: gli Stooges e il loro ultimo concerto all’Idroscalo. Vedete, me li ero persi quando suonarono a Napoli e non volevo tristemente ripetermi. Così ho preso la palla al balzo quando mi si è posta di fronte l’occasione di andarci e per di più a scrocco. Vi risparmio tutta la descrizione del viaggio,nonché delle band che li hanno preceduti, anche perché non è del solo concerto che vorrei parlare, ma degli Stooges e della loro, grande, immensa opera. So già che qualcuno fra di voi starà storcendo il naso, perché più avvezzo a magnificare il mito di artisti più blasonati, che si sono cimentati in composizioni complesse (almeno in apparenza) come tantissimi mega super-gruppi che hanno spaziato dalla psicadelia all’art rock, dal progressive a chissà quale altra cosa. E invece io vi parlo degli Stooges. Vi parlo della band che per prima, insieme agli Mc5 e a pochi altri ci ha dato nozione di quel frastuono acido e senza fronzoli che di lì a poco sarebbe stato etichettato con il nome di punk – allora lo chiamavano garage - ma che in realtà non è altro che la quintessenza del rock’n’roll. Voglio parlarvi di Iggy Stooge, come si faceva chiamare nei credits del primo disco omonimo, e dei suoi - in origine - Psychedelic Stooges. Voglio scriverne senza una particolare ragione, ma semplicemente perché nonostante la veneranda età, il successo e l’inevitabile evoluzione sonora di questa cosa effimera e malata che ancora oggi ci ostiniamo a definire rock, loro, gli Stooges, e quel folle, geniale, idiota che li guida non hanno per nulla perso lo smalto, l’entusiasmo e il coraggio di un tempo. Vedete, qualcuno una volta ha scritto : “ il rock in sostanza è una musica adolescente [...] non può crescere: quando lo fa, si trasforma in qualcos’altro, che può essere altrettanto valido ma comunque è molto diverso”. Ecco , da questo punto di vista, assistere dal vivo a un concerto degli Stooges è oggi come ieri un’esperienza non solo devastante, ma catartica e commovente: emozionante, nel più vero e meno abusato senso del termine. E non solo perché danno una lezione su cosa sia il rock’n’roll a band di pseudo-punk e pseudo-rivoluzionarie come gli International Noise Cospirancy - cosi metodici e precisi nel vestire i loro abitini dai colori coordinati, come nello sfasciare microfoni attraverso l’artificioso modo di ballare del loro leader, ma soprattutto perché è un’esperienza che, senza aver bisogno di essere confrontata con un video del passato o con un concerto di Iggy visto dieci anni fa, lascia intuire subito la capacità innata di questi ragazzi di sommuovere gli animi, le membra e gli organi interni di chiunque gli si ponga davanti per ascoltarli. Quando si intravedono Iggy e soci salire sul palco e davanti a una letterale montagna di amplificatori li si vede dare ancora, non soltanto del loro meglio, ma le loro stesse vite, diventa inevitabile pensare che nel rock’n’roll, quando l’artista mette davvero tutto se stesso sul palco egli non solo si esibisce, non solo si mette a nudo, ma si sacrifica al pubblico immolandosi insieme alla sua stessa opera. Diventa praticamente impossibile distinguere l’autore dall’opera, la canzone dalle membra di chi la esegue, come se ogni barriera fisica e ontologica fra i tre ruoli si disintegrasse di colpo. Pensate ad artisti come Lou Reed o Julian Cope o lo stesso Iggy nel fulgore massimo della loro follia masochista ed avrete chiara l’idea di ciò che intendo. Iggy Stooge, in definitiva, non si limita a cantare o a fare l’idiota o a scatenarsi o a lacerarsi la pelle. Iggy Stooge non è solo un teatrante come tanti rocker che giocano col sangue e altre cose macabre alla Marilyn Manson. Iggy Stooge e la sua performance sono a prescindere da tutto questo. Ig e la sua opera incarnano l’essenza del rock’n’roll, tanto da spingerci a pensare un ardito e blafemo parallelismo: Iggy sta al Rock come Il Nazzareno sta al Cristianesimo . E la verità è che tantissimi hanno scritto e pensato che Iggy e i suoi Stooges non fossero altro che l’ultima e magnifica propaggine di quel nichilismo occidentale che tanto ci caratterizza come la civiltà del tramonto o forse eternamente tramontante. Vero è, che di idee radicalmente nuove e costruttive in occidente , anche musicalmente, non se ne sentono da molto tempo ,ma questa è un’altra storia e la conserviamo per un articolo sui luoghi comuni del rock, della musica e della cultura. La provocazione invece che vorrei buttare là e che dovrebbe dare una specie di senso a questo pezzo è la mia personalissima idea che Iggy e gli Stooges – badate bene : lo penso sin dai tempi in cui appena diciottenne, sulle note di we will fall vivevo la psichedelica esperienza di un viaggio in auto sulla ss 77 in direzione del sole – siano tutt’altro che nichilisti e che addirittura rappresentino, come tutto il rock’n’roll più essenziale, grezzo e semplice un superamento del nichilismo stesso o forse un ritorno alla radice primordiale della condizione umana, fino a raggiungere il senso profondo del nostro stare qui insieme, scornandoci nel tentativo di stabilire un contatto fra di noi e fra noi umani e il mondo delle cose che ci circondano. Insomma, quello che vorrei dire è che quando ho visto Iggy esibirsi sul palco, non ho semplicemente visto un cinquantanovenne mito del rock come tanti. Non ho visto Jagger o Richards che giocano a fare i ragazzini o la solita scena, tristemente nota a chi come me è nato nel 1980, del rocker che si limita a fare lavoro di ragioneria sul palco, fra un assolo e un acuto. Quando Iggy Pop e la sua band sono saliti sul palco dell’Idroscalo ho visto l’Occidente (con ciò intendo ovviamente la tradizione culturale occidentale) fuoriuscire da se stesso per riscoprirsi nella sua radice mitica, primordiale e simbolica, come se duemila anni di irretente civiltà fossero stati cancellati dai riff sporchi della più esaltante garage band di sempre, mentre il corpo e la voce di Iggy nel loro convulso contorcimento di muscoli e nervi irradiassero verso di noi una luce nuova e “scandalosa” - e non mi riferisco al fatto che fosse quasi completamente nudo. Sentire e vedere Iggy mentre canta : “I have been hurt! / but I don’t care/I’ve been dirt! / But I don’t care/ because I Burning inside! / I’m just a yearning inside” è qualcosa di forte: una commozione che non ho mai provato prima, che nulla ha a che fare con l’ignobile compassione verso il personaggio e che molto ha invece a che spartire con la capacità profonda della vera arte di farci entrare in contatto con quel minimo comune denominatore magmatico, che caratterizza ogni cosa che in questo universo vive, pulsa e soffre. Allora diventa chiaro il perché gli adolescenti di oggi, come quelli di ieri, si riconoscano a tal punto in brani come No Fun, T.V. Eye o 1969 per citare i più noti e che hanno scatenato l’orda di adolescenti anche sul palco, come nel più tradizionale stile degli Stooges. Diventa chiaro perché parole come “ No fun to hang around /Feelin’ that same old way /No fun to hang around /Freaked out for another day “ o geniali combinazioni come “Last year I was 21 /I didn’t have a lot of fun /And now I’m gonna be 22 /I say oh my and a boo hoo And now I’m gonna be 22 /I say oh my and a boo hoo “ riescano a suscitare così tante emozioni, anche se la cosa davvero sconvolgente è la capacità di Iggy e soci di non invecchiare mai, di mantenersi adolescenti dentro, nel condividere questo contatto di profonda unione con la loro opera. Fa specie veder un uomo di quell’età con una vitalità, un’ingenuità e una grinta tali da far impallidire qualsiasi persona sotto i vent’anni. Vorrei concludere citando un passaggio da articolo che Lester Bangs nel 1977 ha scritto sul Village Voice riferendosi ad Iggy: “Quanto all’artista, si porta il dolore come una spina nel cuore, ma al tempo stesso nella sua arte c’è un forte elemento di incoscienza, che è uno dei motivi principali per cui è così bella e così intensa. Venerdì Iggy, durante il secondo bis, mentre cantava una canzone intitolata “china girl” [...]si è tirato gli occhi con le mani e si è messo a saltare, facendo una strana imitazione di un servitore cinese. Era grottesco e adorabile al tempo stesso, in pochi semplici gesti trasmetteva un pathos talmente grande che sono sicuro che Iggy stesso , se avesse potuto vedersi dal di fuori, si sarebbe vergognato a morte. Perché traspariva una vulnerabilità così nuda da straziare il cuore. In quel momento ho capito che quell’uomo non sapeva ciò che faceva e forse proprio per questo era una delle cose più vive a cui avessi mai assistito...” Sono passati quasi trant’anni da quel concerto a cui Lester Bangs assistette e pensate che in quel momento, mentre nei negozi circolava The Idiot- disco che Iggy realizzò con la straripante influenza di Bowie, egli non si trovava propriamente nel momento più fulgido della sua carriera. Tutto questo a testimoniare l’onestà profonda di un artista che grazie a dio non si è mai posto di questi problemi, mantenendo il pensiero ben libero da inutili elucubrazioni intellettualistiche, preoccupandosi invece di sacrificare allo sguardo televisivo di piccole bambole sconosciute, un pezzo importante e intimo del proprio dolore, del proprio disagio, del proprio bruciante desiderio, del proprio essere come gli animali e come gli dei. Ian Della Casa
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