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Sandro su L’albero del Napalm Autoprodotto/Tangenziale Bridge-Crew
IAN'S HOUSE
Autore: Ian Della Casa
Ho impiegato mesi prima di trovare il coraggio di mettermi sopra sto miztape (voglio fare il figo in verità è un cd) di SANDROSU’ a.k.a Phogna Flow a.k.a Brad Beat a.k.a Mucca. C’ho messo un casino di tempo, perché cari amici miei lo scazzo è che il buon vecchio Ian ha avuto anche lui un trascorso da b-boy anche se mi sa tanto che ero un toy di mmerda all’interno di quella piccola, flatulenta meteora del writing marchigiano denominata Dsf Crew (da fucking shit). Poetica rigorosa della ciurma era quella di praticare solo writing illegale. Amavamo il rischio insomma. Così grazie al nostro Phogna Flow mi sono ributtato negli anni d’oro della mia adolescenza e dell’Hip Hop italiano, durante i quali fra un 411 e quattro spinte sullo skate io e il mio amico Kromo ce ne andavamo canticchiando “And the hip and the hop don’t stop/ Das Efx with the real hip hop”. Anni d’oro dicevo, in cui la nostra personalissima colonna sonora si basava su grandi voci come quelle di Kaos(one), Neffa, Sanguemisto, Ottierre, Melma e Merda, Joe Cassano (RIP), il genio “musicale” di Dj Gruff, mobb depp, il Wu tang Clan, i Roots con Ericah Badu e molti molti altri che nemmeno ricordo. Quelli erano gli anni in cui si guardava all’hip hop come cultura e movimento radicalmente rivoluzionario, perché alieno e portatore di un nuovo modo di fare e musica e arte e di partorire pensieri e strategie. Poi in un baleno il mercato s’è comprato tutto, idee, danxe, disegni e canzoni. L’hip hop si impara a ballare da Maria De Filippi. I rapper neri americani vendono un milione di dischi in un secondo e ci sommergono di merda banale e tutta uguale e le eccezioni sono davvero rare. Io devo dire di essermene andato molto prima che tutto questo accadesse. Perché mi sembrava una storia del cazzo quella dei Toys e dei Suckers, quella dell’io ho stile e tu No. L’indisponenza era diventato di moda ed una jam hip hop non era poi tanto diversa da un dancefloor pettinatissimo della discoteca in riviera dove non entri se non ti vesti come un pappone col Porsche e in cui la gente si annoia invece di divertirsi. Questo l’albero del Napalm mi ha ricordato tutto questo. Mi ha fatto vivere questo Flash back esistenziale e se un giorno scriverò della mia adolescenza la racconterò come quella di un giovane con il cuore diviso fra Smashing Pumpkins, Sakamoto e Wu Tang Clan. Che anni di merda, ve lo assicuro! Le prendevo a destra e a manca. Tornando al disco direi che si tratta di un album interessante, onesto, fatto con le palle e pregno di un’ispirazione - lo dice il titolo stesso- davvero incendiaria. Le produzioni sono notevoli e su tutte spicca la base venata di minimal elettro di Molesti. L’unica cosa che possiamo recriminare al nostro Sandro è quella di aver dato vita ad un disco a fin troppo classico, manieristico e ispirato all’età dell’oro dell’hip hop poc’anzi descritta. Quello che gli auguriamo, a lui e a tutta la tangenziale bridge , è di andare oltre, di poter spingere il proprio Mc’ing oltre il manieristico stallo in cui è arrivato oggi, inseguendo l’esempio entusiasmante dei Themselves, di Doseone e di tutta la famiglia Anticon. Con umile rispetto. Ian Della Casa
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