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GOLD SOUNDS
Gold Sounds
Autore: Emanuele Barletta
Anzitutto, i miei più sinceri e laici (atei?) auguri di buone feste. In netto ritardo, chiaramente, perché i tortelli in brodo della zia e le svariate magnate natalizie m’hanno impedito di scrivere questa paginetta. Tra l’altro, sono in ritardo di due giorni sulla consegna e non ho tempo per studiarmi una personale playlist delle cose più graziose del 2007 appena concluso. Me la tengo in caldo per il prossimo mese. Sto giro, cari lettori, vi propongo invece un’intervista/chiacchierata con il Dariella (una delle voci e delle menti degli Amari) avvenuta giusto un mesetto fa. Si parla un po’ di loro, ovviamente, visto il nuovo disco Scimmie d’Amore uscito ormai da un paio di mesi, settimana più settimana meno, e che sta piacendo molto a gggggiovani e non solo. Ma si disquisisce anche di Bologna, di Milano e dell’hype musicale che l’Inghliterra ama somministrarci come fosse anfetamina, e che tanto ci piace analizzare (leggi: criticare; o, meno eufemisticamente, anche “smerdare”) . Come avrebbe detto qualche annetto fa un rastone americano di estrazione zapatista: know your enemy! Dunque, cominciamo a fare un po’ di conti: siete arrivati al sesto disco, e ormai gravitate tutti intorno alla trentina. Pensate sia cambiata la vostra attitudine nei confronti della musica in questo periodo di crescita (musicale e anagrafica)? Si, per forza. A forza di lasciarsi “impregnare” dai suoni alla fine qualcosa si solidifica, soprattutto se provi a fare un confronto con i periodi in cui inizi a suonare e fare musica tua, quando maneggi ingredienti (diciamo così) più “volatili”. Più che altro in questo ultimo periodo mi sto rendendo conto che anche se vorresti provare a confrontarti con platee tipo TRL o Festivalbar, alla fin fine ti rendi conto che in realtà non è così semplice, se hai un background di un certo tipo. Può essere motivo d’orgoglio ma chiaramente anche un handicap, anche se posso garantire che ora come ora mi sento molto più orgoglioso che limitato. E’ inutile: probabilmente non siamo capaci di “venderci”, del resto anche le stesse meccaniche della musica o dei testi non riescono ad essere così volgari. E in effetti i testi di Scimmie d’amore mi sembrano un tantino diversi rispetto ai vostri dischi precedenti, o per lo meno si notano molte più sfumature che paiono appartenere più al vostro vissuto personale che ad altro. Verissimo, in questo disco c’è molto di noi, anche più che in Gran Master Mogol, che comunque era stato un disco frutto di diverse esperienze. Li però il discorso era diverso: GMM era un disco quasi più “epico”, nel senso che c’erano molte più cose in cui poi la gente era portata a riconoscersi. Ho iniziato a rendermene conto durante le interviste, quando hai modo di riflettere retrospettivamente su certe questioni che in genere ti sfuggono. Prendi un pezzo come “Bolognina revolution”, in cui certe frasi possono arrivare ad avere la forza di uno slogan, di un anthem. Ecco, ci sono degli aspetti della scrittura che poi cambiano statuto inconsapevolmente. Sto giro è andata diversamente, abbiamo deciso di guardare un po’ più dentro noi stessi, di scrivere più di esperienze che ci hanno toccato da vicino. Tanto che in un’intervista a Rockit.it hai dichiarato: “per fare questo disco sono state versate molte lacrime”. Sicuramente più lacrime che per Gran Master Mogol. Anche se poi non è del tutto vero, ma in Italia da questo punto di vista siamo davvero indietro. Si pensa sempre che quando non si parla di politica in senso esplicito e didascalico ci sia del disimpegno. Col cazzo! “Bolognina revolution” per esempio è un pezzo molto politicizzato. A pensarci bene, il disimpegno è qualcosa che ormai appartiene solo alla società civile. Parliamo un po’ di musica, di come suona Scimmie d’amore. Così, a botta secca, io c’ho sentito meno chitarre e più pattern elettronici, addirittura qualcosa dei Justice. Curioso, in molti ci dicono che forse abbiamo esagerato con le chitarre! Quanto al discorso Justice, secondo me è una specie di condizionamento collettivo, nel senso che sapere che ora come ora tira un certo tipo di suono (che noi tra l’altro apprezziamo molto) ha fatto di che molta gente abbiano potuto riconoscerlo all’interno di Scimmie d’amore. La faccenda relativa ai Justice va un po’ ridimensionata, credo, del resto qua da noi “tirano” forte giusto a Milano. Qua a Bologna c’è ancora un retroterra reazionario e rock che non favorirà un successo della “balotta” Ed Banger, troppo edonista per una città con scene come queste cittadine. Nel disco c’è qualcosa, indubbiamente, ma i riferimenti sono ben altri. Voglio dire, avessimo voluto fare davvero un disco elettronico, sarebbe venuto fuori qualcosa di molto diverso. Ti dirò di più: abbiamo cercato di starcene abbastanza alla larga. E questo forse si riflette in un certo modo nel vostro modo di fare musica. Nel senso: in GMM cercavate di tirare fuori il massimo del vostro stile “farraginoso”, cioè lavorando più per bricolage pescando tra le vostre numerose influenze, mentre in Scimmie d’Amore sembra esserci un vero stile ormai consolidato, un suono ben riconoscibile ed identificabile come vostro. Beh, si, le nuove canzoni sono state scritte buttando un occhio a quello che avevamo fatto in GMM, quindi è normale che si percepisca una certa attenzione alla costruzione del suono, alla scrittura in senso stretto. Ah, sono pronto a scommettere che molta gente inizierà a pensare che siamo dove siamo ora grazie al nostro “legame” con la Warner, ma sono delle gran stronzate. Quelli della Warner neanche sanno dove stiamo o cosa facciamo, con loro abbiamo un contratto di distribuzione che ci lascia totale autonomia e indipendenza sulle scelte musicali in senso stretto. Poi, ovviamente, ci sono altri discorsi connessi a quello di un rapporto con una major. Tipo: essere distribuiti da loro ci può far guadagnare in esposizione, ma non è tanto questo il punto. C’è ancora chi crede alle favole della musica fatta in cameretta, totalmente autoprodotta, cd-r e altre belle boiate del genere. Purtroppo però fare un disco costa, e i soldi vuoi o non vuoi li devi spendere. Per cui avere qualcuno che ti copra un po’ le spalle almeno in fase di distribuzione ti allunga la vita, ma sicuramente non ti fa diventare ricco perché noi con la nostra musica facciamo fatica a viverci. Da un punto di vista strettamente ”produttivo” posso dire che si è allargato il giro di persone che stanno dietro la lavorazione effettiva del disco, anche se abbiamo voluto seguire in prima persona la fase del mastering, ma alla fine siamo sempre noi i responsabili di quello che facciamo. Ecco, un aspetto molto positivo di cui in Italia non si parla mai è la possibilità di lavorare con altre persone competenti, penso ad esempio i Crookers ed altri con cui siamo in contatto per dei remix (mi riferisco a My Awesome Mixtape, Settlefish o Discodrive). Evito di tirare fuori i soliti discorsi degli imputtanimenti legati a un passaggio da etichetta indie (nel senso puro del termine) a una major perché sarebbe ora di togliere di mezzo questo provincialismo all’italiana. E a livello di fama? Quante persone arrivano ai concerti e conoscono a memoria le vostre canzoni, ormai? Uh, beh, in effetti vedere che inizi un tour e che tantissima gente conosce già le tue canzoni è una cosa molto bella. Soprattutto perché con GMM siamo partiti più lentamente, e c’è voluto del tempo (e un video) per farci fare una bella impennata. Stavolta invece sembra ci sia una “base” di persone che già ci conoscono, tanto che finora le date che abbiamo fatto sono andate tutte molto bene. Curiosità: gli Amari e gli Offlada Disco Pax sono state le due bands italiane con il miglior rendimento live, stando ad un sito web. Intendo in termini di presenza di pubblico, ovviamente. Ora, voi avete un nuovo disco da proporre. Degli Offlaga, che tra poco usciranno con il loro secondo album, che ne pensi? Sono curioso di sentire se il famoso nuovo disco a cui stanno lavorando sarà all’altezza di Socialismo Tascabile, che a me personalmente è piaciuto molto. Probabile che si sia trattato di un “successo” estemporaneo, molto legato al particolare momento e alla situazione in cui era uscito, come se fosse stato qualcosa di cui c’era bisogno. Non so se abbiano una formula, un metodo di lavoro o un progetto vero e proprio alla base, ma quel disco li aveva funzionato molto bene. Parliamo un po’ di Bologna, adesso. Dunque, un’esperienza strettamente personale, tanto per iniziare. Arrivato al mio terzo anno da bolognese “acquisito”, posso dire di aver notato che le conversazioni tra le persone (per la maggior parte studenti come me) ruotano mediamente intorno a due temi: indie rock e Myspace. Vorrei un tuo parere in proposito, dato che vivi qua da più anni di me, e se possibile anche capire se e come le due cose (musica e rete) possano essere così strettamente connesse in una città come questa. Beh, Myspace è un discorso complesso e che non dovrebbe essere inteso come una sua specificità bolognese, ma mettiamola così: una volta se stavi in una band legata in linea di massima con quello che era l’underground nessuno ti ascoltava, ma potevi avere una crescita più “velata”. Oggi c’è chi registra anche una cagata e poi subito te la trovi sul Myspace. Una volta il percorso di crescita era molto più lento e, volendo, anche più naturale. La questione Bologna: la scena, qui in città, è molto viva. Ok, si può pensare subito ai My Awesome Mixtape. Maolo è un ragazzo di 20 anni che ha sicuramente capito le potenzialità del mezzo, dato che lo vedo sempre on line, e sicuramente ha lavorato molto bene in questo senso, intendo anche sul piano del marketing. La cosa curiosa che noto è proprio questa consapevolezza, molto diversa ad esempio dal caso degli Artic Monkey, tra le prime “vittime”di questo sistema. Che poi, oh, sono 10 anni che ci interroghiamo sulle potenzialità del social network, ed ecco arrivare le nuove generazioni che hanno già un imprinting completamente diverso da quello che poteva essere il mio o anche il tuo. Tornando a Maolo, tieni conto che lui ha praticamente costruito tutto quello che ha adesso nel giro di un inverno, e sfido chiunque suoni da dieci anni a fare una cosa del genere. Evitiamo anche qua discorsi sull’invidia di gente che caga il cazzo sui forum e passa le sue giornate a criticare amicizie o parentele come in una logica clientelare. Io all’amicizia e alla stima reciproca ci credo molto, così come credo alle possibilità di mettere in piedi collaborazioni intelligenti tra gente che suona. Il resto sono solo chiacchiere. Un altro aspetto di Bologna è (chiamiamola così) la segregazione, nel senso che mi sembra di notare una certa chiusura mentale o di interessi (e non solo in musica) tra le varie scene o “balotte” cittadine. Poca apertura agli altri e scarse opportunità di scambio e contagio. Il che mi sembra abbastanza paradossale, per una città con una tradizione culturale forte alle spalle come questa. La cosa è abbastanza casuale, anche se in effetti Bologna in se è un ambiente chiuso. Certo, forse la presenza di scene fortemente radicate può aver creato una situazione del genere. In ogni caso il discorso sulla provincia è mooolto relativizzabile, anche se il fatto di non avere scene definite può avere come conseguenza quella di guardare alle novità con un occhio curioso. E c’è una situazione simile, ma con altri tratti, in una città come Milano: molta frivolezza e superficialità che autorizzano le persone a mettere i piedi un po’ ovunque senza farsi troppi problemi. Non è un male, ovviamente. Tornando a Bologna, ti dicevo che c’è una chiusura (anche paradossale, se vuoi) che porta la gente ad isolarsi nelle proprie questioni. Occhio, non parlo solo di musica. In città c’è una tensione a qualsiasi livello della vita sociale, che si tratti di politica, di classi lavorative, e via discorrendo. Secondo me è dovuto alla percezione che abbiamo un po’ tutti noi di Bologna, intesa come città di passaggio, dove non tutti vengono per “fermarsi” ma si crea un flusso continuo di gente che bada ai fatti suoi e non si interessa ad integrarsi del tutto. Oh, anche a Milano è così, ma è una città talmente frammentata che questioni di questo tipo neanche vengono poste. E’ una città che, tornando alla musica, non ha una “scena” vera e propria: ci sono soltanto band sparse che vengono pompate dall’alto verso il basso dando l’idea di un underground milanese che poi, a ben vedere, non esiste. Hanno però la fortuna di essere contaminati da grossi eventi soprattutto per gli aspetti economico-promozionali-logistici, che si tratti di moda o esposizioni. Il rapporto osmotico che s’è creato tra industria culturale e sponsor ha dato una grande vitalità alla città, che resta però molto scollata al suo interno. Qua non è successo niente del genere. Bologna, così come Roma, ha invece avuto in passato questa tendenza delle band a raccogliersi, a “fare scena”, basta che pensi al punk o all’hip-hop, ma non ci sono state istituzioni (in senso molto ampio) a farsi promotrici di un processo del genere. In confidenza: quanto ti sei rotto il cazzo di questi ripescaggi del passato camuffati da grandi novità musicali? Oggi basta un “Nu” piazzato davanti ad un etichetta per far saltare tutti di gioia! Mah, sono fenomeni di passaggio, e questo è ovvio, ma sono anche necessari. Servono a guardare la musica di 10 o 15 anni fa in prospettiva, come nel caso dei Klaxons. Prendi il Nu Rave: c’è uno sguardo attento a quella che era un’estetica tipica dei primi anni ’90 che non è però mai stata approfondita. I Simian Mobile Disco, ad esempio, hanno un rigore filogico notevole, o anche i Soulwax, che hanno abbattuto il divisorio tra musica incazzata e puro intrattenimento (la dance, appunto). Gli stessi Klaxons bisogna riconoscere che hanno fatto un gran bel disco, per loro si potrebbe fare un discorso simile agli Offlaga. Un disco, tra l’altro, che non c’entra un cavolo con tutto quello che è stato montato dietro e (soprattutto) è completamente estraneo a tutto quello che è uscito contemporaneamente in Inghilterra. Magari dirò una bestemmia, ma a me ricordano molto i TV On The Radio come operazione in se. Infine, e tanto per cambiare, una tua “Playlist 2007”! Uh, vediamo un po’! Allooooora…inizierei dai Justice, perché ne abbiamo parlato finora e a noi Amari è piaciuto un po’ a tutti. Poi: The Shins, Arcade Fire, qualsiasi cosa tirata fuori dai Crookers. L’ultimo dei Settlfish, disco grandioso, insieme a Pianissimo Fortissimo dei Perturbazione. All’estero è uscita talmente tanta roba che adesso mi viene in mente solo il disco di Kevin Drew dei Broken Social Scene. L’ultimo dei Chemical Brothers, che è molto bello nella sua seconda parte ma parte con dei pezzi un po’ meno riusciti. Ah, mettiamoci anche l’ultimo Modest Mouse: finalmente un disco loro che m’è piaciuto sul serio!
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