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Os MutanTES Brasilian psych!
EVERYBODY'S DOIN'IT
Cult band brasiliana sorta alla fine degli anni ‘60, gli Os Mutantes dovrebbero essere conosciuti almeno dagli appassionati di psichedelia di qui tempi e dagli amanti della musica carioca. Dico almeno perche’ tutti anche solo per una volta dovrebbero provare ad ascoltarli per il fatto che si tratta di un gruppo semplicemente diverso ed unico. I nostri nacquero in seno al movimento tropicalista che vedeva i suoi esponenti musicisti del calibro di Gilberto Gil, Caetano Veloso e Tom Ze’ e che si basava sull’ibridazione tra generi musicali tradizionali brasiliani come samba e bossanova ed elementi del rock e pop occidentali i quali venivano cannibalizzati da questi autori indigeni; gli Os Mutantes si distinsero dagli altri buttandosi sulla psichedelia. Il ritorno sulla scena dei mutanti alla fine della scorsa estate è un pretesto per parlare di questa band partendo proprio dall’ultimo album “Haih of amortecedor” che non delude le aspettaive ma non riesce a riprodurre del tutto la magia degli esordi: sarà che della formazione originale e’ rimasto solo Sergio Dias Baptista, sara’ che sono un nostalgico dei 60’s, sara’ che l’lsd non e’ piu’ buono come una volta… fatto sta che il disco ha buone frecce al suo arco come “2000 e agarrum” la cui melodia puo’ far sorridere chiunque al di la’ del suo background musicale, aggiungendo come non bastasse musiche da circo e scampoli di folk cubano o l’ironica “Samba do Fidel”, un po’ latin rock a la Santana e un po’ “Besame mucho”, ma anche brani banali per i loro standard (“O mesangeiro”). Comunque “Haih of amortecedor” puo’ funger da punto di partenza per riscoprire i tesori dimenticati contenuti nei loro primi tre dischi. L’esodio omonimo del 1968 e’ una rivelazione: parte con una “Panis et circenses”, una psychodelicatezza alla Kaleidoscope (quelli inglesi, altra band ingiustamente misconosciuta) ma introdotta da fanfare circensi e prosegue con brani curiosi tanto quanto il titolo che portano come “Bat macumba”, tutta rimi tribali ballabili e chitarre ultraeffettate o “Ave Gengis Khan” tra vocalizzi acidi e tremolanti e assoli di organo e chitarra da manuale, senza dimenticare vaudeville dell’assurdo come “Senhor F”: insomma si tratta di un capolavoro del pop eccentrico. Il secondo quasi omonimo (“Mutantes” senza l’articolo) del ’69 prosegue sullla stessa lunghezza d’onda tra visioni psichedeliche e tradizione, mantenendo standard qualitativi alti e contenendo una folle cover di “Tintarella di luna” (“Banho de luna”) con chitarre simili a quelle di certi Beatles del “White album” ma piu’ acide. L’ultimo loro grande album, prima delle successive derive prog, e’ “A divina comedia ou ando mejo delisgado” (1970) che vede un maturazione del gruppo a livello tecnico e compositivo basti citare il serrato funky da party “Quem tem medo de brincar de amor”, l’esoterica “Ave lucifer” o il doo-woop anni 50 di “Hey boy”. Se tutto questo non basta a suscitare curiosita’ bisogna ricordare come Kurt Cobain cerco’ di favorire la reunion dei nostri affinche’ aprissero i concerti dei Nirvana o che Beck intitolo’ il suo album “Mutation” in loro onore.
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